Articoli, saggi, Generalità, varie -  Gasparre Annalisa - 2014-03-19

RIFLESSIONI VITTIMOLOGICHE SULLA LEGITTIMA DIFESA - Annalisa GASPARRE

Le modifiche all'istituto della legittima difesa con uno sguardo vittimologico

L'allarme sociale ed il risalto dato dai mezzi di comunicazione di massa alle vittime dei reati violenti hanno prodotto un "frutto amaro" all'interno del sistema dei delitti e delle pene: il riferimento è alla Legge 13 febbraio 2006, n. 59 "Modifica all'articolo 52 del codice penale in materia di diritto all'autotutela in un privato domicilio".

Il motivo che ci spinge a trattare l'istituto, così come modificato, è duplice e va rinvenuto, innanzitutto, nel fatto che, laddove si invoca la legittima difesa, si è di fronte al caso emblematico in cui potenziale-autore e potenziale-vittima interagiscono potendo assumere il ruolo opposto, rispettivamente, di vittima o di reo; si rinviene, altresì, l'opportunità di dare risalto ai rischi di strumentalizzazione demagogica cui la categoria delle vittime è soggetta.

Come noto, presupposti della scriminante sono due comportamenti che si contrappongono frontalmente: una condotta aggressiva e una condotta difensiva. Da un lato, l'offesa – cioè l'aggressione – deve provenire da una condotta umana e deve avere ad oggetto un diritto altrui soggetto a pericolo attuale e incombente; inoltre, deve essere contra jus. D'altro lato, la reazione della vittima originaria deve apparire necessaria a salvaguardare il bene posto in pericolo e proporzionata all'offesa iniziale.

L'istituto rappresenta un residuo di autotutela concessa al privato e circoscritta ai casi in cui l'intervento dello Stato non può essere tempestivo. La giustificazione alla punibilità si rinviene, pertanto, nella prevalenza attribuita all'interesse di chi è ingiustamente aggredito rispetto all'interesse di chi ha violato la legge (vim vi repellere licet).

L'esigenza di rivedere la disciplina positiva della legittima difesa origina dall'idea che, così come formulato nel Codice del 1930, l'istituto non fosse idoneo a fornire precise indicazioni alla vittima circa il perimetro di liceità della condotta difensiva. Da questa indeterminatezza – è stato affermato – discendeva il rischio che la vittima subisse una "paralisi" difensiva, perché preoccupata delle eventuali conseguenze giudiziarie della propria reazione.

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