Articoli, saggi, Generalità, varie -  Redazione P&D - 2015-02-21

RISARCIBILITÀ DEL DANNO EVENTO: DANNO ALLIMMAGINE DELLA P.A., DANNO TANATOLOGICO E DANNO COMUNITARIO – Elena GUERRI

Risarcimento del danno

Casi di risarcibilità del cd. danno evento

Corte di Cassazione, n°1361/2014 e n°27481/2014



All"art. 2043 c.c., in tema di risarcimento del danno patrimoniale, leggiamo che "qualunque fatto doloso o colposo che cagiona un danno ingiusto obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno".

Il danno ingiusto evocato la prima volta dal riportato articolo è il cd. danno evento, ovvero il danno inteso in senso naturalistico, integrante la lesione di un bene giuridico tutelato dall"ordinamento da parte della condotta lesiva posta in essere. Il giudizio di cd. causalità materiale è volto a stabilire la presenza o meno del nesso di causalità tra la condotta e l"evento di danno, ovvero a verificare se una data condotta ha causato un determinato evento.

Il secondo danno evocato è il cd. danno conseguenza, ovvero il danno in senso giuridico. In questo caso, tramite un giudizio di cd. causalità giuridica si verificano le conseguenze del fatto dannoso riconducibili alla condotta che lo ha causato (il giudizio di causalità materiale precede quello di causalità giuridica). L"art. 1223 c.c. stabilisce che il risarcimento deve comprendere la perdita subita dal danneggiato (cd. danno emergente) ed il mancato guadagno (cd. lucro cessante) in quanto siano conseguenza immediata e diretta dell"inadempimento o dell"illecito, si aggiunge, per via del richiamo operato dall"art. 2056 c.c.

L"art. 2059 c.c. codifica la risarcibilità del danno non patrimoniale nei soli casi codificati dalla legge. Questi ultimi, per molto tempo, sono stati ritenuti le sole ipotesi di danno morale (inteso quale turbamento dello stato d"animo, sofferenza psichica) conseguenza di reato ex art. 185 c.p., essendo l"unica norma che stabiliva espressamente la risarcibilità dei danni non patrimoniali (oltre a fattispecie contenute in leggi speciali).

Pertanto, ai fini della risarcibilità del danno biologico (quale lesione dell"integrità fisica della persona, interesse costituzionalmente garantito ai sensi dell"art. 32 Cost.), la Consulta (Corte Cost. n°184/1986) lo ha fatto rientrare nell"art. 2043 c.c., in base ad una sua interpretazione costituzionalmente orientata, in combinato disposto col menzionato art. 32 Cost., intendendo il patrimonio in senso ampio, comprensivo del bene salute. In questo modo, il danno alla salute veniva risarcito ex se, ovvero come danno evento, a prescindere dalla prova delle sue conseguenze patrimoniali e, pertanto, risarcibile per tutti i danneggiati.

Si legge nella massima della pronuncia della Consulta: "Posto che: a) l'art. 2059 c.c. attiene esclusivamente ai danni morali subiettivi e non esclude che altre disposizioni prevedano la risarcibilità del danno biologico, per sè considerato; b) il diritto vivente individua nell'art. 2043 c.c. in relazione all'art. 32 Cost., la disposizione che permette la risarcibilità, in ogni caso di tale pregiudizio, è infondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 2059 c.c. nella parte in cui prevede la risarcibilità del danno non patrimoniale derivante dalla lesione del diritto alla salute soltanto in conseguenza di un reato, in riferimento agli art. 2, 3, 24 e 32 Cost.".

La Corte di Cassazione (n°7713/2000), in seguito, ha utilizzato lo stesso ragionamento della Consulta per consentire il risarcimento del danno esistenziale, inteso quale peggioramento della vita, mutamento delle abitudini e ripercussioni relazionali negative conseguenti al danno. L"art. 2043 c.c. è stato letto in senso costituzionalmente orientato in combinato, questa volta, con l"art. 2 Cost., con conseguente risarcibilità del pregiudizio esistenziale come danno evento da lesione di un diritto fondamentale, ex se risarcibile.

Dal panorama giurisprudenziale così delineato emergeva che il danno morale e quello patrimoniale erano configurati quali danni conseguenza, mentre il danno biologico ed il danno esistenziale quali danni evento.

Con le successive pronunce gemelle del 2003 (Corte di Cassazione n°8827 e n°8828) del massimo organo di legittimità si è affermata una lettura costituzionalmente orientata dell"art. 2059 c.c., per cui ogni lesione di valori costituzionali inerenti la persona umana integrerebbe i casi determinati dalla legge, ai sensi dell"art. 2059 c.c. Ne deriva che il danno biologico e quello esistenziale vengono ricondotti nell"ambito di applicazione di quest"ultima norma e divengono risarcibili quali danni conseguenza che la lesione ha prodotto, da allegare e provare ai sensi dell"art. 2697 c.c.

Infine, le Sezioni Unite con le famose quattro sentenze di San Martino del 2008 (n°26972/26973/26974/26975), dopo avere stabilito che il risarcimento del danno non patrimoniale "… postula la verifica della sussistenza degli elementi nei quali si articola l'illecito civile extracontrattuale definito dall'art. 2043 c.c. L'art. 2059 c.c. non delinea una distinta fattispecie di illecito produttiva di danno non patrimoniale, ma consente la riparazione anche dei danni non patrimoniali, nei casi determinati dalla legge, nel presupposto della sussistenza di tutti gli elementi costitutivi della struttura dell'illecito civile, che si ricavano dall'art. 2043 c.c. (e da altre norme, quali quelle che prevedono ipotesi di responsabilità oggettiva), elementi che consistono nella condotta, nel nesso causale tra condotta ed evento di danno, connotato quest'ultimo dall'ingiustizia, determinata dalla lesione, non giustificata, di interessi meritevoli di tutela, e nel danno che ne consegue (danno-conseguenza, secondo opinione ormai consolidata: Corte Cost. n°372/1994; S.U. nn° 576, 581, 582, 584/2008)", continuano dicendo che il danno non patrimoniale è il danno conseguenza che deve essere allegato e provato. Infatti, si legge, "è compito del giudice accertare l"effettiva consistenza del pregiudizio allegato,…, individuando quali ripercussioni negative sul valore-uomo si siano verificate e provvedendo alla loro integrale riparazione".

Tuttavia, vi sono alcuni casi in cui la tesi della risarcibilità del danno non patrimoniale come danno conseguenza vacilla e la giurisprudenza ha affermato la risarcibilità del danno evento:

1- Il danno all"immagine della P.A. Trattasi di una forma di danno erariale, quello alla rappresentazione che la P.A. ha di sé ai sensi dell"art. 97 Cost.

Secondo l"interpretazione ad oggi maggioritaria trattasi di danno non patrimoniale (Corte di Cassazione, n°12929/2007; per l"esattezza di danno esistenziale, si veda Corte dei Conti, Sezioni Riunite, n°10/2003), da intendersi quale diminuzione della considerazione della P.A. diffusa tra i consociati, rientrando essa tra le formazioni sociali di cui all"art. 2 Cost.

Parte della giurisprudenza sostiene che si sia in presenza di un danno cd. conseguenza (Corte di Cassazione, n°12929/2007), per cui si devono andare a ricercare le conseguenze riconducibili alla violazione commessa, in base al nesso di causalità giuridica. Per contrapposta tesi, invece, si deve intendere come danno evento, così evitandosi che il torto subito dalla P.A. sia vanificato in concreto, ove la sua dimostrazione risulti difficile (Corte dei Conti, Sezioni Riunite, n°10/2003).

La Legge anticorruzione n°190/2012 ha introdotto il comma 1 sexies all"art. 1,  legge n°20/1994, secondo cui "Nel giudizio di responsabilità, l"entità del danno all"immagine della pubblica amministrazione derivante dalla commissione di un reato contro la stessa pubblica amministrazione si presume, salvo prova contraria, pari al doppio all"utilità illegittimamente percepita dal dipendente".

Pertanto, il danno è parametrato all"utilità percepita dall"agente e non si tiene conto del danneggiato P.A. e delle spese sostenute da essa per ripristinare la situazione lesa.

Circa la natura di una tale responsabilità, facendosi riferimento alla giurisprudenza formatasi antecedentemente alla sua entrata in vigore, una parte delle pronunce ha posto l"accento sulla sua funzione sanzionatoria (Corte dei Conti, Sezione Centrale, n°109/2002), potendosi risarcire anche l"illecito senza danno, essendo la lesione in re ipsa, secondo l"impostazione del danno evento. Altre pronunce, invece, hanno sostenuto che le spese costituiscano un mezzo di prova da allegare, in un"ottica riparatoria (Si veda Corte dei Conti, sezione giurisdizionale per la Lombardia, n°310/2012, che riporta i due opposti indirizzi; per un approfondimento si consulti ELEFANTE, Il danno da lesione all"immagine della P.A.: un esempio emblematico di involuzione verso l"incertezza giuridica, Il nuovo diritto amministrativo, n°6/2014, pp. 27-28).



2- Il danno tanatologico. Trattasi del danno da morte immediata o avvenuta a breve distanza dalla lesione subita. Riguardo ad esso si riscontra un dibattito durato anni e destinato a proseguire, in attesa della pronuncia delle Sezioni Unite.

La Corte Costituzionale, nella sentenza n°372/1994 ha affermato che il danno biologico patito dal defunto sussista e possa essere risarcito solo quando la morte non sia stata istantanea, ma sia trascorso un apprezzabile lasso di tempo tra la lesione e la morte, al quale periodo riferire il danno.

La Corte di Cassazione  (n°15706/2010 tra le altre) ha sostenuto che in caso di morte immediata non sia risarcibile il danno biologico perché la morte incide sul bene della vita e non della salute, e stante la natura risarcitoria e non sanzionatoria della responsabilità aquiliana.

Le Sezioni Unite, nelle famose pronunce di San Martino del 2008, supra ricordate, hanno ammesso la risarcibilità del danno morale nel caso in cui la morte sia avvenuta a distanza di breve tempo dalla lesione e che il danneggiato sia rimasto in stato di lucida agonia in attesa della fine. Infatti, una sofferenza del genere non è in grado di degenerare in patologia e, quindi, non può essere risarcita come danno biologico, ma va risarcita quale danno morale.

Successivamente, la Corte di Cassazione, nella recente pronuncia n°1361/2014, ha inaugurato una netta inversione di tendenza, stabilendo che il danno da perdita della vita deve essere risarcito indipendentemente dal lasso di tempo intercorso tra la lesione e la morte. La Corte sottolinea come la vita sia il bene supremo dell"individuo, la cui lesione non può non essere perseguita anche civilisticamente. Trattasi di lesione ad un diritto assoluto, differente sia dal danno biologico terminale sia dal danno morale terminale, il cui diritto al risarcimento è acquisito dalla vittima al momento della lesione stessa. Ne deriva che in questo caso è risarcito il danno evento ex se, dato che con la vita finisce tutto.

Si legge nella massima della pronuncia in oggetto "Costituisce danno non patrimoniale, risarcibile, il danno da perdita della vita, quale bene supremo dell"individuo, oggetto di un diritto assoluto e inviolabile garantito in via primaria da parte dell"ordinamento, anche sul piano della tutela civilistica. Esso è altro e diverso, in ragione del diverso bene tutelato, dal danno alla salute, e si differenzia dal danno biologico terminale e dal danno da morte terminale (o catastrofale o catastrofico) della vittima; si acquisisce dalla vittima istantaneamente al momento della lesione mortale, e quindi anteriormente all"exitus, costituendo ontologica, imprescindibile eccezione al principio dell"irrisarcibilità del danno-evento e della risarcibilità del solo dnano-conseguenza; il suo ristoro ha funzione compensativa, e il relativo diritto (o ragione di credito) è trasmissibile iure hereditatis ed è imprescindibilmente rimesso alla valutazione equitativa del giudice, non essendo contemplato dalle Tabelle di Milano".

A questa pronuncia è seguita l"ordinanza n°5056/2014 (allegata in formato pdf) con cui la Corte di Cassazione, rilevando il contrasto interpretativo, ha rimesso alle Sezioni Unite la decisione sulla risarcibilità del danno da morte immediata.

3- Il danno comunitario. La Corte di Cassazione, di recente, (n°27481/2014, sentenza allegata in formato pdf), relativamente al caso di abusiva reiterazione di contratti a tempo determinato nel pubblico impiego, ha sancito come il danno subito dal lavoratore sia in re ipsa. Si tratterebbe di cd. danno comunitario, ovvero di una sanzione ex lege.

La Corte ricorda come la Corte di Giustizia (nella pronuncia C-50/13, Papalia) abbia sostenuto che rientra nella discrezionalità dello Stato membro la previsione o meno della conversione del rapporto di lavoro a tempo determinato in rapporto a tempo indeterminato, infatti, "benché la direttiva 1999/70 e l"accordo quadro siano applicabili anche ai contratti e ai rapporti di lavoro a tempo determinato conclusi con le amministrazioni e altri enti del settore pubblico, tuttavia la clausola 5, punto 1, dell"accordo quadro medesimo non sancisce un obbligo generale degli Stati membri di prevedere la trasformazione in contratti a tempo indeterminato dei contratti di lavoro a tempo determinato, così come non stabilisce le condizioni precise alle quali si può fare uso di questi ultimi, lasciando agli Stati membri un certo margine di discrezionalità in materia e, in particolare, consentendo che uno Stato membro possa riservare una sorte diversa all"abuso di ricorso a contratti o rapporti di lavoro a tempo determinato stipulati in successione a seconda che ì detti contratti o rapporti siano stati conclusi con un datore di lavoro appartenente al settore privato o con un datore di lavoro rientrante nel settore pubblico".

Tuttavia, il principio europeo di cd. effettività viene violato nel caso in cui il lavoratore debba dimostrare il danno patito in seguito alla reiterazione di più contratti a tempo determinato. Si legge nella pronuncia"le modalità di attuazione di siffatte norme dell"ordinamento giuridico interno … non devono tuttavia essere meno favorevoli di quelle che disciplinano situazioni analoghe di natura interna (principio di equivalenza), né rendere praticamente impossibile o eccessivamente difficile l"esercizio dei diritti conferiti dall"ordinamento giuridico dell"Unione (principio di effettività)". Infatti, in base all"articolo 2, primo comma, della direttiva 1999/70, gli Stati membri devono «prendere tutte le disposizioni necessarie per essere sempre in grado di garantire i risultati prescritti dalla [detta] direttiva». Di conseguenza, la CGUE, sulla base dell"interpretazione del diritto nazionale fornita dal giudice del rinvio, ha ritenuto non conforme al principio di effettività l"unica forma di tutela esistente per i lavoratori del settore pubblico assunti con contratto a durata determinata in Italia rappresentata dal risarcimento del danno sofferto, in quanto, secondo l"interpretazione elaborata dalla Corte suprema di cassazione, per un lavoratore del settore pubblico sarebbe impossibile fornire le prove richieste dal diritto nazionale al fine di ottenere un siffatto risarcimento del danno, poiché gli si imporrebbe di fornire, segnatamente, la prova della perdita di opportunità di lavoro e quella del conseguente lucro cessante. Una simile prova  che esclude che un lavoratore del settore pubblico, il quale desideri ottenere il risarcimento del danno sofferto, nell"ipotesi di utilizzo abusivo, da parte del suo ex datore di lavoro pubblico, di una successione di contratti di lavoro a tempo determinato, possa giovarsi di presunzioni d"esistenza di un danno e, di conseguenza, lo obbliga a dimostrare concretamente il danno medesimo  infatti, non è imposta dalla giurisprudenza della CGUE, secondo cui il danno risarcibile a causa della violazione di una norma contenuta nella direttiva 1999/70 deve derivare immediatamente e direttamente dalla violazione delle norme finalizzate alla tutela dei lavoratori precari".

Concludendo, si riporta la massima della pronuncia della Corte di Cassazione in commento "In materia di pubblico impiego, la reiterazione o la costituzione di rapporti di lavoro a tempo determinato in violazione delle norme imperative riguardanti l"assunzione o l"impiego dei lavoratori non determina la costituzione o la conversione del rapporto in uno a tempo indeterminato ma fonda il diritto del lavoratore al risarcimento del danno ai sensi dell"art. 36, comma 5 del d.lgs. n. 165 del 2001, che va interpretato – con riferimento a fattispecie diverse da quelle del precariato scolastico – nel senso di "danno comunitario", quale sanzione "ex lege" a carico del datore di lavoro, e per la cui liquidazione è utilizzabile, in via tendenziale, il criterio indicato dall"art. 8 della legge n. 604 del 1966, e non il sistema indennitario onnicomprensivo previsto dall"art. 32 della legge n. 183 del 2010, né il criterio previsto dall"art. 18 dello Statuto dei Lavoratori".



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