Articoli, saggi, Responsabilità oggettiva, semioggettiva -  Mazzon Riccardo - 2015-01-07

RISARCIMENTO DANNI DA ATTIVITA' PERICOLOSA: QUALE IL GIUDIZIO DI MERITO? - Riccardo MAZZON

Il giudizio (di merito) del magistrato

e la valutazione (di merito) riguardante la pericolosità?

l'accertamento de quo dovrà distinguere tra pericolosità della condotta e pericolosità dell'attività

Nella fattispecie de qua, il giudizio (di merito: come tale insindacabile in sede di legittimità, ove correttamente e logicamente motivato) rimesso in via esclusiva al giudice del merito riguarda tanto l'accertamento in concreto della pericolosità dell'attività - e cioè se una certa attività, non espressamente qualificata come pericolosa da una disposizione di legge, possa o meno essere considerata tale ai sensi dell'articolo 2050 del codice civile (nella pronuncia che segue, ad esempio, sulla base di questo principio, la Suprema Corte ha ritenuto insindacabile la motivazione con cui il giudice del merito aveva ritenuto, nella specie, che una attività normalmente non pericolosa quale l'esercizio di escursioni guidate in prossimità delle bocche eruttive dell'Etna era divenuta pericolosa in presenza di una situazione di "inquietudine" del vulcano che in base alle conoscenze tecniche dell'epoca del fatto non era percepibile)

"l'accertamento in concreto se una certa attività, non espressamente qualificata come pericolosa da una disposizione di legge, possa o meno essere considerata tale ai sensi dell'art. 2050 c.c. implica un accertamento di fatto, rimesso in via esclusiva al giudice del merito, come tale insindacabile in sede di legittimità, ove correttamente e logicamente motivato " (Cass. civ., sez. III, 19 gennaio 2007, n. 1195, GCM, 2007, 1; conforme Cass. civ., sez. III, 29 aprile 1991, n. 4710, GCM, 1991, 4; RCP, 1992, 259; conforme, in occasione di pronuncia secondo cui l'attività ginnica a corpo libero, in relazione sia alle modalità di esercizio che ai mezzi utilizzati, non costituisce attività pericolosa: Cass. civ., sez. III, 29 maggio 1998, n. 5341, GCM, 1998, 1172; GI, 1999, 707) -;

quanto l'esistenza del nesso di causalità (cfr. amplius paragrafo 17.7. del capitolo diciasettesimo del volume "Responsabilita' oggettiva e semioggettiva", Riccardo Mazzon, Utet, Torino 2012)

"costituisce indagine di fatto riservata al giudice del merito l'accertamento della sussistenza di un nesso di casualità - in presenza del quale soltanto opera la presunzione di cui all'art. 2050 c.c. - tra l'esercizio di una attività pericolosa e l'evento dannoso" (Cass. civ., sez. III, 21 giugno 1984, n. 3678, RGEnel, 1985, 447; GCM, 1984, 6);

nonché l'accertamento relativo alla idoneità delle cautele prescritte a carico del danneggiante; a tal ultimo proposito, si veda consideri anche la seguente pronuncia, la quale ribadisce come la presunzione di responsabilità, contemplata dalla norma dell'art. 2050 c.c. per le attività pericolose, possa essere vinta solo con una prova particolarmente rigorosa, essendo posto a carico dell'esercente l'attività pericolosa l'onere di dimostrare l'adozione di tutte le misure idonee ad evitare il danno:

- "potrebbe, altresì, apparire contraddittoria l'affermazione che sono state adottate tutte le misure idonee ad evitare il danno ed ugualmente l'evento dannoso si è verificato" - Franzoni, Il danno da attività pericolose nella giurisprudenza, in CeI, 1985, 202

pertanto non basta la prova negativa di non aver commesso alcuna violazione delle norme di legge o di comune prudenza, ma occorre quella positiva di aver impiegato ogni cura o misura atta ad impedire l'evento dannoso, di guisa che anche il fatto del danneggiato o del terzo può produrre effetti liberatori solo se per la sua incidenza e rilevanza sia tale da escludere, in modo certo, il nesso causale tra attività pericolosa e l'evento e non già quando costituisce elemento concorrente nella produzione del danno, inserendosi in una situazione di pericolo che ne abbia reso possibile l'insorgenza a causa dell'inidoneità delle misure preventive adottate:

"l'accertamento relativo alla idoneità delle cautele prescritte dalla norma (al pari di quello concernente il rapporto eziologico e la natura della attività) integra un'indagine di fatto riservata al giudice del merito il cui apprezzamento si sottrae al sindacato di questa Corte solo se fondato su argomentazioni immuni da vizi logici ed errori di diritto" (Cass. civ., sez. III, 21 novembre 1984, n. 5960, GCM, 1984, 11).

Nel caso concreto, l'accertamento de quo dovrà distinguere tra pericolosità della condotta e pericolosità dell'attività (cfr. anche paragrafi 17.1. nonché 17.3. e ss. del capitolo diciasettesimo del volume "Responsabilita' oggettiva e semioggettiva", Riccardo Mazzon, Utet, Torino 2012) in quanto, se nel primo caso si tratterà di verificare il grado di diligenza o di perizia dell'operatore, nel secondo caso si dovrà evidenziare la natura dell'attività o il grado di efficienza dei mezzi utilizzati per ovviare al pericolo (nella fattispecie oggetto d'analisi nella sentenza che segue ad esempio, la Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la sentenza di merito impugnata che, in relazione ad un incendio propagatosi in un immobile condotto in locazione, aveva ritenuto, con motivazione congrua, che la saldatrice elettrica, utilizzata per lavori di carpenteria all'interno dei locali del predetto immobile, non era idonea a sviluppare l'incendio dedotto in giudizio),

"in materia di responsabilità per esercizio di attività pericolose, considerato che tutte le attività umane contengono in sè un grado più o meno elevato di pericolosità per coloro che le esercitano, occorre sempre distinguere tra pericolosità della condotta e pericolosità dell'attività in quanto tale: la prima riguarda un'attività normalmente innocua, che assume i caratteri della pericolosità a causa della condotta imprudente o negligente dell'operatore, ed è elemento costitutivo della responsabilità ai sensi dell'art. 2043 c.c.; la seconda concerne un'attività che, invece, è potenzialmente dannosa di per sè per l'alta percentuale di danni che può provocare in ragione della sua natura o della tipologia dei mezzi adoperati e rappresenta una componente della responsabilità disciplinata dall'art. 2050 c.c. La distinzione tra pericolosità della condotta e pericolosità dell'attività comporta un accertamento di fatto, perché, nel primo caso, si tratta di verificare il grado di diligenza o di perizia dell'operatore e, nel secondo caso, la natura dell'attività o il grado di efficienza dei mezzi utilizzati. La valutazione relativa a tale accertamento è rimessa al giudice del merito che, pertanto, risulta insindacabile in sede di legittimità, ove correttamente e logicamente motivata. " (Cass. civ., sez. III, 21 ottobre 2005, n. 20357; GCM, 2005, 10);

specie tenuto conto che le attività pericolose non sono solo quelle così qualificate dalla legge di pubblica sicurezza e da altre leggi speciali (come quelle contro gli infortuni sul lavoro),

"per attività pericolose - in relazione al cui svolgimento l'art. 2050 c.c. stabilisce una presunzione di responsabilità a carico di chi le esercita - devono intendersi quelle che tali sono qualificate dalla legge di p.s. o da altre norme speciali, ed altresì quelle che abbiano insita la pericolosità nei mezzi adoperati o nella loro stessa natura. Lo stabilire se una determinata attività sia da qualificare pericolosa, per sua natura o per quella dei mezzi adoperati, è compito affidato al prudente apprezzamento del giudice del merito, secondo nozioni che rientrano nella comune esperienza; non costituisce attività pericolosa l'esercizio dell'attività bancaria, non rientrando tra quelle qualificate tali dalle leggi di P.S. o da altre leggi speciali, nè presentando una intrinseca pericolosità per la sua natura o per la natura dei mezzi adoperati" (Cass. civ., sez. III, 2 febbraio 1983, n. 908, GI, 1985, I, 1, 527; GCM, 1983, 2; DEA, 1983, 569);

ma anche quelle che, per la loro stessa natura o per le caratteristiche dei mezzi adoperati, comportino una rilevante possibilità del verificarsi di un danno, per la loro spiccata potenzialità offensiva (nella fattispecie oggetto d'analisi della pronuncia che segue, ad esempio, la Suprema Corte ha ritenuto esente da vizi la sentenza di merito che aveva escluso che l'uso di una piscina di per sè costituisse attività pericolosa, e nel contesto, in cui la piscina costituiva il semplice elemento coreografico di una festa, aveva attribuito la responsabilità per i danni alla persona subiti da uno degli ospiti, che al buio decideva di tuffarsi nella medesima, esclusivamente alla sua improvvisa e sconsiderata decisione, di cui neppure l'eventuale presenza di un bagnino avrebbe potuto evitare le conseguenze negative):

"spetta al giudice di merito, la cui valutazione è insindacabile in sede di legittimità ove congruamente motivata, stabilire se in concreto un'attività sia da considerare pericolosa, ai sensi dell'art. 2050 c.c., dovendosi considerare tali non solo quelle così qualificate dalla legge di pubblica sicurezza e da altre leggi speciali, ma anche quelle che, per la loro stessa natura o per le caratteristiche dei mezzi adoperati, comportino una rilevante possibilità del verificarsi di un danno per la loro spiccata potenzialità offensiva; le attività pericolose, che per loro stessa natura od anche per i mezzi impiegati, rendono probabile e non semplicemente possibile il verificarsi di un evento dannoso e importano responsabilità ex art. 2050 c.c., devono essere tenute distinte da quelle normalmente innocue che possono diventare pericolose per la condotta di chi le esercita e che comportano responsabilità secondo la regola generale ex art. 2043 c.c."(Cass. civ., sez. III, 15 ottobre 2004, n. 20334, FI, 2005, I, 1794; GCM, 2004, 10; DeG, 2005, 1, 67; DeF, 2005, 26).



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