Legislazione e Giurisprudenza, Beni, diritti reali -  Michela del Vecchio - 2016-07-28

Risarcimento per equivalente o in forma specifica: in attesa di sapere cosa fare – Cass. Civ. 15438/16 – Michela del Vecchio

Il potere di scelta tra risarcimento pecuniario e risarcimento in forma specifica generalmente viene attribuito al creditore ma in materia di diritti reali tale potere non è consentito in quanto, stante il carattere assoluto del diritto leso, la rimozione del fatto lesivo può essere disposta solo con la reintegrazione in forma specifica.

Con recente sentenza del 26 luglio 2016 la Suprema Corte, II Sezione civile, ha chiarito la portata del secondo comma dell'art. 2058 c.c. in materia di diritti reali.

La norma citata, infatti, prevede come noto che il risarcimento possa essere disposto per equivalente se la "riparazione in natura" possa risultare particolarmente gravosa per il danneggiante (debitore dell'obbligazione risarcitoria).

Negli ultimi decenni la giurisprudenza sia di merito che di legittimità era prevalentemente orientata a riconoscere la natura concorrente delle due forme di risarcimento del danno: la reintegrazione in forma specifica, in altri termini, poteva concorrere con il risarcimento per equivalente in considerazione della situazione di fatto oggetto della dovuta "riparazione".

Oggi, con la decisione in commento, sembra essersi offerta una lettura della norma più orientata alla funzione riparatoria del risarcimento piuttosto che alla soddisfazione economica del danneggiato.

E ciò almeno per quanto concerne la materia dei diritti reali.

Se infatti la c.d. reintegrazione in forma specifica mira alla riparazione in natura ovvero alla ricostituzione di una situazione di fatto antecedente alla lesione, secondo l'indicato orientamento la riparazione di un danno / lesione ad un diritto reale (sia esso di veduta, di distanze, di passaggio e simili) non può che rapportarsi alla situazione dei luoghi e concretizzarsi in un ripristino degli stessi che non va quindi confuso con la "liquidazione" del danno.

Per quanto ineccepibile la logica argomentativa che conduce all'affermazione di tale principio, affinchè lo stesso possa essere considerato di natura interpretativa della riparazione nelle diverse fattispecie dei lesione di diritti reali, occorre confrontarlo con tutte le possibili azioni c.d. reali (ed, in primis, viene in mente l'actio rei vindicatio).

Per tali azioni in realtà si pongono dubbi sulla validità del principio che esclusivizza la tutela ripristinatoria in luogo di quella per equivalente.

Trattasi infatti di azioni parimenti di natura reale che implicano una reintegrazione nel diritto di natura soggettiva ed assoluta.

La lesione di un diritto soggettivo assoluto non può ripararsi solo con la "riduzione in pristino" (si pensi allo spoglio nel possesso ovvero alla privazione di un diritto di proprietà) ma coinvolge aspetti della vita personale del titolare che, una volta lesi, possono essere riparati solo per equivalente.

Bene dunque il chiarimento operato dalla Suprema Corte con la decisione in commento ritenendosi in ogni caso opportuno quanto meno un distinguo fra diritti reali assoluti e diritti reali relativi con conseguente articolazione del disposto del secondo comma dell'art. 2058 c.c. secondo effettivamente la fattispecie che si assume lesa.



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