Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  Redazione P&D - 2014-11-19

RISCUOTEVA LA PENSIONE DEL CONIUGE DECEDUTO: TRUFFA AGGRAVATA – Cass. pen., n. 45114/2014 – Pietro PERINI

Pensione coniuge deceduto

Idoneità degli atti

Truffa e tentativo di truffa

Un'anziana donna era riuscita a truffare per anni – precisamente dal 2002 al 2006 – i dipendenti dell'ufficio postale, incassando la pensione di guerra del marito, precedentemente deceduto.

I giudici di merito condannavano l'imputata sia in primo che in secondo grado non solo per il delitto di truffa aggravata ma anche per l'ipotesi di truffa tentata e non riuscita, posta in essere dalla donna quando gli artifici erano stati scoperti e quest'ultima era stata colta in flagranza di reato.

Il difensore proponeva ricorso per cassazione, nel quale censurava la sentenza impugnata relativamente alla condanna per truffa tentata. Nella tesi difensiva, infatti, si premetteva come non fosse in discussione la condotta truffaldina posta in essere per anni dalla ricorrente, che, attraverso vari artifici e raggiri, aveva indotto in errore gli impiegati dell'ufficio postale, facendosi così consegnare la pensione del defunto coniuge.

L'ultima e fatale condotta invece – proseguiva il difensore – non poteva essere qualificata come tentativo di delitto, dal momento che il direttore dell'ufficio era stato informato circa il decesso dell'uomo e quindi avrebbe ben potuto negare la corresponsione dell'assegno alla richiedente. L'azione contesta rappresentava un tipico caso di reato impossibile, ai sensi dell'art. 49, comma 2, c.p. poiché era inidonea a realizzare l'evento dannoso.

La Suprema Corte dichiarava il ricorso manifestamente infondato.

I giudici di legittimità sposavano il ragionamento svolto nei precedenti gradi di giudizio, secondo cui l'idoneità del comportamento a trarre in inganno i dipendenti era dimostrata dai fatti, quindi la sopravvenuta conoscenza del decesso del marito nulla toglieva all'astratta capacità di cagionare una falsa rappresentazione della realtà. La mancata consumazione del reato era dipesa da meri fattori esterni e indipendenti dalla volontà dell'agente.

Così argomentando, la Sezione II aderiva pienamente all'orientamento maggioritario in giurisprudenza, secondo cui l'idoneità degli atti nel tentativo andava valutata ex ante (attraverso il c.d. criterio della prognosi postuma) prescindendo dalle condizioni che, in concreto, avevano ostacolato la realizzazione del delitto (ex plurimis: Cass. pen., sez. VI, 30 ottobre 2013, n. 44260, in DeJure; Cass. pen., sez. II, 11 ottobre 2011, n. 36536, in Lex24; Cass. pen., sez. V, 28 luglio 2011, n. 30139, in DeJure).

Nell'ipotesi di reato impossibile, invece, l'inidoneità dell'azione andava valutata in rapporto alla condotta originaria dell'agente, la quale per inefficienza strutturale o strumentale del mezzo usato ed indipendentemente da cause estranee o estrinseche, doveva essere priva in modo assoluto di determinazione causale nella produzione dell'evento (cfr. Cass. pen., SS.UU., 4 luglio 1983, n. 6218).



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