Legislazione e Giurisprudenza, Reo, vittima -  Gasparre Annalisa - 2013-09-02

RISENTIMENTO TRASLATO SUGLI ANIMALI, VITTIME INNOCENTI - Cass. pen. 25889/2013 – Annalisa GASPARRE

Non rari sono i casi in cui gli animali diventano bersaglio mediato di condotte tenute per minacciare o danneggiare un essere umano. Ne abbiamo parlato qui QUANDO LA COPPIA (S)COPPIA: ANIMALI INVOLONTARI (CO)PROTAGONISTI DELLA FINE DI UN RAPPORTO e qui STRANGOLA LA MOGLIE E TRAMORTISCE IL CANE  ma le ragioni di tanti crimini verso gli animali sono da rintracciarsi in situazioni analoghe, anche se spesso non vengono alla luce.

Ancora una volta, la giurisprudenza se ne occupa. Questo è il caso in cui l'imputato era accusato di aver tenuto comportamenti integranti violenza privata in danno della ex convivente e di uccisione di animale per avere ucciso – con un colpo volontariamente inferto allo sterno – il cane della donna.

La decisione della Suprema Corte consente di puntualizzare differenze in ordine ai reati contestati rispetto a fattispecie apparentemente similari invocate per varie ragioni dall'imputato per declinare i fatti di cui è stato protagonista, variazioni che avrebbero comportato, in primis, la pronuncia di non doversi procedere per intervenuta remissione di querela. Vediamo nel dettaglio.

Sulle differenze tra stalking e violenza privata. In primo luogo, la Corte sottolinea le differenze intercorrenti tra la fattispecie degli atti persecutori (stalking) di cui all'art. 612 bis c.p. che tutela il singolo cittadino da comportamenti che ne condizionino la vita e la tranquillità personale, procurando ansie, preoccupazioni e paure, con il fine di garantire alla personalità individuale l'isolamento da influenze perturbatrici e il reato di violenza privata (art. 610 c.p.) che richiede - non solo l'induzione del predetto stato d'ansia e timore, ma - anche la finalità di costringere altri a fare, tollerare o omettere qualcosa contro la propria volontà, impedendone la libera determinazione e incidendo sulla propria libertà psichica.

Si appalesa dunque corretta - per i giudici di legittimità - la formulazione del reato di violenza privata e la conseguente condanna per l'imputato che aveva costretto la sua ex convivente a fermare la propria automobile e a rifugiarsi nel portone dell'abitazione di un'amica. La donna, oltre ad essere stata turbata, era stata coartata ad assumere quel determinato comportamento.

Ininfluente si rivelava, di conseguenza, l'intervenuta remissione di querela ai fini della procedibilità del più grave reato di violenza privata.

Sulle differenze tra uccisione di animale e uccisione o danneggiamento di animale altrui. Profonde (e sostanziali) differenze vi sono anche tra le fattispecie di uccisione di animale (art. 544 bis c.p.) e uccisione o danneggiamento di animale altrui (art. 638 c.p.) nonostante il tenore delle rispettive rubriche sembri differenziarsi solo per la caratteristica dell'altruità dell'animale, assente nel delitto e presente nella contravvenzione.

Il reato introdotto con la Legge 189/2004 (art. 544 bis c.p.) ha inteso contrastare la condotta di chi uccide un animale, anche proprio, a prescindere da una querela, senza valutazioni di tipo economico-patrimoniale, in uno con l'elevazione della condotta vietata a delitto (modifica che, oltre al tipo e all'entità della sanzione, ha comportato la possibilità di contestare il tentativo di reato nonché l'associazione a delinquere finalizzata alla commissione del delitto in parola).

Il delitto di uccisione di animale (art. 544 bis c.p.) ha come bene giuridico di riferimento il sentimento per gli animali, mentre la contravvenzione originaria (art. 638 c.p.) punisce la condotta considerando l'animale un bene economico, suscettibile di valutazione monetaria e fonte di reddito per il soggetto cui afferisce (si punisce infatti il danneggiamento o l'uccisione di animale 'altrui', essendo illogico – in tale concezione – punire il danneggiamento totale o parziale di un bene proprio).

Differenze sostanziali si colgono anche rispetto alla procedibilità: il delitto in questione è procedibile d'ufficio, mentre la contravvenzione è procedibile a querela. Un intervento sulla voluntas persecutionis non può incidere sulla procedibilità del reato di uccisione, ritenuto – a ragione – sottratto alla disponibilità della persona offesa.

Nel caso in esame, oltre al dato normativo derivante dalla successione di leggi nel tempo, per cui il nuovo reato assorbe la vecchia contravvenzione, a patto che sussistano gli altri elementi previsti dalla norma (id est, crudeltà oppure assenza di necessità) e al tenore letterale della detta contravvenzione, secondo cui vi è da fare salva l'ipotesi che i fatti costituiscano più grave reato, la Cassazione rileva che, nella fattispecie de qua, non può farsi una questione meramente economico-patrimoniale per il cane ucciso, anche sulla scorta del fatto che si è trattato di un fatto non solo volontario, ma determinato dall'astio che l'imputato provava nei confronti della ex convivente e che aveva sfogato – tra l'altro – anche su una vittima innocente e inconsapevole, il cane.

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 20 marzo – 13 giugno 2013, n. 25889

Presidente Teresi – Relatore Fiale

Ritenuto in fatto

La Corte di appello di Trento, con sentenza del 7.12.2011, in parziale riforma della sentenza 8.6.2010 del Tribunale di Rovereto, ha ribadito l'affermazione della responsabilità penale di A.Z. in ordine:

- al reato di cui all'art. 544-bis cod. pen. (per avere, con crudeltà e senza necessità, con un colpo volontariamente inferto allo sterno, ammazzato un cagnolino di razza meticcia appartenente alla sua ex convivente S..P. - in (...), in un sabato della (omissis) );

- nonché al reato di cui all'art. 610 cod. pen., (qualificato come violenza privata consumata e non continuata, per avere inseguito e bloccato S..P. mentre transitava, in (omissis) , a bordo della sua autovettura) ed ha confermato la condanna alla pena inflitta dal primo giudice - con i doppi benefici - nella misura di complessivi mesi sei di reclusione.

Avverso tale sentenza ha proposto ricorso lo A. , il quale ha eccepito:

- l'erronea ed immotivata qualificazione della condotta di uccisione del cane quale fattispecie sanzionata dall'art. 544 bis cod. pen., laddove il fatto avrebbe dovuto essere ricondotto alla previsione dell'art. 638 cod. pen., con conseguente declaratoria di improcedibilità per la intervenuta rimessione della querela;

- la inconfigurabilità del reato di cui all'art. 610 cod. pen., sia per carenza del dolo sia a fronte di una condotta riconduclbile piuttosto alla contestata fattispecie di cui all'art. 612-bis cod. pen., dichiarata estinta già dal primo giudice in seguito all'intervenuta rimessione della querela;

- vizio della motivazione quanto al denegato riconoscimento di circostanze attenuanti generiche ed alla mancata sostituzione della pena detentiva inflitta con la corrispondente pena pecuniaria rateizzata.

Considerato in diritto

1. Il ricorso deve essere rigettato.

2. La prima doglianza - relativa alla qualificazione giuridica della condotta di uccisione del cagnolino - è inammissibile, poiché la censura non era stata dedotta con i motivi di appello. Nessun onere di motivazione incombeva, pertanto, sul punto, alla Corte territoriale.

Questa Corte - comunque - ha già avuto modo di evidenziare che il delitto di uccisione di animali di cui all'art. 544-bis cod. pen. (introdotto dall'art. 3 della legge 20.7.2004, n. 189) si differenzia dalla fattispecie di cui all'art. 638 cod. pen. per la diversità del bene oggetto di tutela penale (proprietà privata nell'art. 638 e sentimento per gli animali nella nuova fattispecie) e conseguentemente dell'elemento soggettivo [così Cass., Sez. II, 26.3.2010, n. 24734. Vedi pure Sez. III, n. 44822/2007].

Il Collegio osserva altresì che la sfera di operatività dell'art. 638 cod. pen. - in seguito alle modifiche ad esso introdotte dalla legge n. 189/2004 e l'apposizione della clausola di riserva indeterminata "salvo che il fatto costituisca più grave reato" - appare ormai essere quasi interamente assorbita dai nuovi delitti di uccisione e maltrattamento di animali.

Quanto alla ravvisata configurazione del reato di cui all'art. 544-bis cod. pen., i giudici del merito, nella vicenda in esame, hanno congruamente accertato la volontarietà del fatto di crudeltà verso l'animale - non considerato dall'agente nella sua utilità economica - del quale, senza necessità, l'imputato ha cagionato la morte con un colpo dato intenzionalmente e con grande forza al solo scopo di infierire sullo stesso per una sorta di traslazione dell'astio nutrito verso la padrona. Razionalmente deve dedursi, dunque, che il fatto illecito non è stato perpetrato al fine di compromettere un bene patrimoniale della donna, mentre esula dai poteri di questa Corte di legittimità quello di una "rilettura" degli elementi probatori e di una nuova valutazione delle risultanze processuali.

3. La fattispecie criminosa di atti persecutori (stalking), di cui all'art. 612 bis cod. pen. tutela il singolo cittadino da comportamenti che ne condizionino pesantemente la vita e la tranquillità personale, procurando ansie, preoccupazioni e paure. Essa è finalizzata a garantire alla personalità individuale l'isolamento da influenze perturbatrici.

Ipotesi speciale rispetto a tale reato è il delitto di violenza privata, per la cui configurazione non è sufficiente che sia stato indotto nella vittima uno stato di ansia e di timore per la propria incolumità, fungendo invece da elemento specializzante lo scopo di costringere altri - contro la sua volontà - a fare, tollerare od omettere qualcosa, impedendone la libera determinazione con una condotta immediatamente produttiva di una situazione idonea ad incidere sulla libertà psichica (di determinazione e azione) del soggetto passivo.

Nel delitto di cui all'art. 610 cod. pen. il dolo è generico e consiste nella coscienza e volontà di costringere il destinatario della violenza a tenere, contro la sua volontà, la condotta pretesa dall'agente.

La sussistenza degli elementi fattuali e dell'elemento soggettivo della violenza privata appare correttamente individuata dalla Corte di merito a fronte di un accertato comportamento rivolto ad interferire nella condotta di guida della signora P. , costretta con manovre intimidatorie a fermarsi (ed a rifugiarsi nel portone dell'abitazione di una sua amica) piuttosto che proseguire secondo le originarie intenzioni.

4. Le attenuanti generiche, nel nostro ordinamento, hanno lo scopo di allargare le possibilità di adeguamento della pena in senso favorevole al reo, in considerazione di situazioni e circostanze particolari che effettivamente incidano sull'apprezzamento dell'entità del reato e della capacità di delinquere dell'imputato. Il riconoscimento di esse richiede, dunque, la dimostrazione di elementi di segno positivo.

Secondo la giurisprudenza di questa Corte Suprema, la concessione o il diniego delle attenuanti generiche rientrano nel potere discrezionale del giudice di merito, il cui esercizio, positivo o negativo che sia, deve essere bensì motivato ma nei soli limiti atti a far emergere in misura sufficiente il pensiero dello stesso giudice circa l'adeguamento della pena concreta alla gravità effettiva del reato ed alla personalità del reo.

Anche il giudice di appello - pur non dovendo trascurare le argomentazioni difensive dell'appellante - non è tenuto ad una analitica valutazione di tutti gli elementi, favorevoli o sfavorevoli, dedotti dalle parti ma, in una visione globale di ogni particolarità del caso, è sufficiente che dia l'indicazione di quelli ritenuti rilevanti e decisivi ai fini della concessione o del diniego, rimanendo implicitamente disattesi e superati tutti gli altri, pur In carenza di stretta contestazione.

Nella fattispecie in esame, la Corte di merito, nel corretto esercizio del potere discrezionale riconosciutole in proposito dalla legge - in carenza di congrui elementi di segno positivo - ha dato rilevanza decisiva alla gravità dei fatti, deducendo logicamente prevalenti significazioni negative della personalità dell'imputato dai suoi non lievi precedenti penali (droga ed armi).

5. L'art. 53 della legge 24.11.1981, n. 689 - come modificato dall'art. 4 della legge 12.6.2003, n. 134 - consente al giudice di sostituire la pena detentiva, determinata entro il limite di sei mesi, con la pena pecuniaria della specie corrispondente.

Secondo la giurisprudenza di questa Corte Suprema, però, ai fini della sostituzione della pena detentiva breve, il giudice ha il dovere di valutare un coacervo di elementi sia oggettivi che soggettivi, sicché deve apprezzare - esercitando i poteri discrezionali riconosciutigli dall'art. 58 della legge n. 689/1981 - l'esistenza dei motivi a delinquere, delle condizioni nelle quali si sono svolte le condotte, dei comportamenti tenuti dal reo, rivelatori della spiccata capacità a violare la legge penale.

Nella specie la Corte territoriale - apprezzando le precedenti condanne e la pervicacia dimostrata nell'attuazione dei comportamenti illeciti - ha legittimamente ritenuto che la concessione della misura sostitutiva non sia idonea a favorire il reinserimento sociale del condannato e che la stessa non presenti serie possibilità di richiamarlo ai propri doveri ed indurlo, per il futuro, a più corretta condotta.

6. Al rigetto del ricorso segue, a norma dell'art. 616 cod. proc. pen., l'onere delle spese del procedimento.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.



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