Legislazione e Giurisprudenza, Processo del lavoro -  Mottola Maria Rita - 2014-01-29

RITO FORNERO ALLA CORTE COSTITUZIONALE DECIDERE - Trib. Milano,Ord. 15-27/1/14, est. Buffone – M. R. MOTTOLA

Il così detto rito Fornero è stato da più parti contestato per la farraginosità e incongruenza del risultato rispetto allo scopo dichiarato, al punto da dubitare che in realtà il legislatore abbia voluto effettivamente quello che manifestava essere suo scopo e fine. Il rito prevede una prima piuttosto celere, ma non sempre sommaria, fase che si conclude con una decisione che può essere opposta, introducendo di conseguenza una nuova e diversa fase del giudizio. L'ordinanza in commento emessa dal Tribunale di Milano rimette gli atti alla Corte Costituzionale perché si esprima proprio sulla legittimità d'investitura dello stesso giudice delle due diverse fasi di giudizio. (si ringrazia per la gentile concessione Cassazione.net).

Il Collegio ritiene, infatti, rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale degli artt. 51, comma I, n. 4 c.p.c. e 1, comma 51, legge 28 giugno 2012 n. 92 (disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita), nella parte in cui non prevedono l'obbligo di astensione per l'organo giudicante (persona fisica) investito del giudizio di opposizione ex art. 51, comma I, l. 92/12 che abbia pronunciato l'ordinanza ex art. 1, comma 49, l. 92/2012, in riferimento agli artt. 3, 24 e 111 della Costituzione. Il provvedimento de quo nasce da un'istanza di ricusazione promossa dal lavoratore che vedendo respinta la domanda promossa in prima istanza si opponeva e otteneva l'assegnazione della causa allo stesso giudice che aveva emesso il primo provvedimento. Da qui la decisione del Collegio del Tribunale che doveva, quindi, decidere non sul merito della causa bensì su anzidetta ricusazione. In particolare il Tribunale ritiene rilevante la questione. Non è, in effetti, esplicitamente prevista dal legislatore l'ipotesi di astensione del magistrato se non s'intende l'opposizione come ulteriore e nuovo grado di giudizio, ipotesi questa per la quale il giudice avrebbe dovuto astenersi. Tale obbligo e, conseguentemente, la giustezza della ricusazione nascerebbe solo se la Corte Costituzionale dovesse riconoscere l'incostituzionalità della norma in contestazione. Oltre che rilevante la questione è anche ammissibile perché non esiste la possibilità di interpretare diversamente la norma così da darne un'interpretazione conforme al dettato costituzionale, interpretazione demandata al giudice del merito. Il collegio esamina la procedura simile ma non identica che s'instaurava ai sensi dell'art. 28 SL allorquando il giudizio apparteneva al Pretore, magistratura poi soppressa. Ma ritiene che la diversità sia sostanziale in quanto diversi i diritti azionati, diversi i soggetti attori, diversi i risultati delle due procedure: con la repressione della condotta sindacale il giudice in prima istanza emetteva un provvedimento sanzionatorio contro il datore di lavoro e su sollecitazione di una o più organizzazioni sindacali e avverso ad esso era ammesso un vero e proprio giudizio di merito.

"Si vuol segnalare che, nel sistema originario del procedimento di repressione della condotta antisindacale, era prevista una fase davanti al Pretore, il quale decideva in ordine alla richiesta di emissione del decreto ex art. 28 della legge n. 300 del 1970, ed una eventuale opposizione avanti al Tribunale. Successivamente, la struttura nata geneticamente con la previsione di due giudici diversi, era stata manipolata in conseguenza della riunificazione della competenza in capo al giudice monocratico. Da qui l'intervento della Consulta nel senso di ammettere spazi per una interpretazione secundum constitutionem. A ben vedere, allora, nel caso sottoposto al giudizio di questo Collegio, le circostanze sono del tutto differenti: in questo caso, il rito nasce ab origine come affidato al medesimo giudice per una scelta precisa del Legislatore".

Interessante è la successiva fase del ragionamento della motivazione. Il Collegio, infatti, punta l'attenzione sulla complessa attività che normalmente si svolge durante la prima "fase" del rito Fornero. E proprio da tale considerazione si può dedurre che la così detta fase in realtà possa concretarsi in un grado del giudizio con la facoltà delle parti d'impugnazione.

"Ciò, in particolare, risulta nel caso di specie. Nell'ordinanza del 27 giugno 2013, il giudice chiamato anche a definire la fase di opposizione, nel rispetto delle previsioni della l. 92/12, non si è limitato ad una tutela fondata su una prima lettura della res iudicanda, mediante povertà di accertamenti istruttori, ma ha compiutamente esaminato tutti i profili di merito contesi, sindacando i motivi del licenziamento, la proporzionalità della sanzione disciplinare e, in particolare, portando a termine in modo esaustivo l'accertamento in ordine al fatto storico da cui ha tratto linfa il recesso datoriale. La riproposizione del medesimo tema di indagine al giudice dell'opposizione comporta, dunque, sostanzialmente, una richiesta al giudice stesso di riesprimere, in riedizione, il proprio convincimento. La dinamica procedimentale così confezionata sembra comportare, in primis, violazione dell'art. 3, primo comma, della Costituzione, per la irragionevole diversità di disciplina rispetto all'ipotesi, sostanzialmente simile, prevista dall'art. 669-terdecies, secondo comma, cod. proc. civ., che ha introdotto un caso di incompatibilità del giudice in una ipotesi abbastanza analoga, per essere adottata quale tertium comparationis. Deve anche essere denunciata la violazione degli artt. 24 e 111 della Costituzione, per la lesione del diritto alla tutela giurisdizionale, sotto il profilo di esclusione della imparzialità del giudice"

Attendiamo la decisione della Corte Costituzionale.



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