Legislazione e Giurisprudenza, Danno esistenziale -  Russo Paolo - 2013-12-10

ROMA, AGGIORNATI: IL DANNO ESISTENZIALE VA RISARCITO – Trib. Roma 25.11.13 - Paolo RUSSO

Trib. Roma, sez. XII, 25 novembre 2013, n. 23351, G.U. Cartoni Fine di una relazione sentimentale. L"uomo, lasciato dalla propria compagna, e per nulla rassegnatosi all"epilogo della storia d"amore, pensa bene di iniziare a tempestare la ex di telefonate e messaggi, ed a recarsi di continuo presso l"abitazione della vittima. Inevitabile la denunzia per stalking e la conseguente condanna del persecutore, poi chiamato in sede civile a risarcire l"attrice dei danni non patrimoniali patiti.

Ma il tribunale pensa (non altrettanto bene) di non riconoscere alla giovane il ristoro del danno esistenziale, sull"assunto che gli atti persecutori subiti, non avendo assunto il carattere della continuità e della lunga durata nel tempo, avrebbero ingenerato, unicamente, "un pati transitorio risarcibile sotto il diverso profilo del danno morale".

Clamoroso errore, fondato sull"inesatto presupposto che una condotta illecita di breve durata comporti, necessariamente ed automaticamente, un mero pregiudizio non patrimoniale di tipo transeunte: insomma, un danno morale.

Sbagliato, profondamente sbagliato: il giudice avrebbe dovuto, piuttosto, preoccuparsi di valutare attentamente se, nella fattispecie, l"odioso reato subito avesse, o meno, comportato nella giovane donna una alterazione del proprio vivere quotidiano, un non poter più fare come prima.

Cosa che può accadere, in un crimine detestabile come lo stalking, anche ove le condotte illecite siano perpetrate in un lasso di tempo relativamente breve: taluni eventi, infatti, lasciano cicatrici profonde dentro di noi, generano paure, insicurezze, senso di sfiducia verso il prossimo, tali da mutare in pejus la nostra vita, ad esempio alterando definitivamente la nostra vita di relazione, il tutto senza magari necessariamente degenerare in una patologia psichica e senza che, per forza, ciò rappresenti soltanto un breve turbamento del nostro stato d"animo.

Occasione sprecata, dunque, quella del giudice capitolino, che ben avrebbe dovuto invece valorizzare una figura, quella del danno esistenziale, sempre più consolidata nel nostro panorama giurisprudenziale.

Il 2013, in particolare, può anzi considerarsi, a pieno titolo, l"anno del definitivo "rilancio", da parte della Corte di legittimità, della figura del danno esistenziale quale voce autonoma di pregiudizio non patrimoniale risarcibile, in scia alla nota, e debitamente commentata sul nostro sito, sentenza n. 20292 del novembre 2012.

Sia consentita, in proposito, una panoramica delle più recenti e significative sentenze, per fare il punto della situazione in materia.

In una prima pronuncia (Cass. Civ., sez. III, 17.04.2013, n. 9231) i giudici di legittimità si sono pronunciati favorevolmente in merito al ristoro di tale posta di danno, richiesto in via autonoma dai familiari di un giovane deceduto in conseguenza di un grave sinistro stradale.

I ricorrenti, nella fattispecie, lamentavano l"incongrua liquidazione del danno morale iure proprio e l"omesso riconoscimento del danno esistenziale imposti nei primi due gradi di giudizio.

Gli ermellini, richiamato il recentissimo precedente n. 20292/2012, hanno, di fatti, mostrato di condividere le doglianze dei parenti della vittima, come ben si evince dall"apprezzabile passaggio della sentenza in argomento:

«I motivi, congiunti perchè i lamentati danni sono tutti aspetti di pregiudizi non patrimoniali che l'art. 2059 c.c., tutela nei casi determinati dalla legge, sono fondati. Infatti, secondo l'art. 11, comma 2, artt. 61, 62, 63 e 107 della Costituzione Europea il danno morale costituisce lesione del valore universale della persona umana, inviolabile, la cui tutela giurisdizionale risarcitoria deve esser piena. Secondo gli artt. 8 e 12 della Convenzione Europea dei diritti dell'Uomo ogni persona ha il diritto al rispetto della vita privata e familiare, a fondare una famiglia e alla formazione morale e sociale della prole, che ha diritto alla cura e al supporto genitoriale. La Costituzione Italiana garantisce la piena tutela dei diritti fondamentali di cui agli artt. 2, 29, 30, 31: integrità morale, vita matrimoniale, solidarietà familiare, rapporto parentale. L'art. 1 della Carta di Nizza, contenuta nel Trattato di Lisbona, ratificato dall'Italia con L. n. 190 del 2008, afferma che la dignità umana ha la sua massima espressione nell'integrità morale e biologica. Perciò da un lato va ribadito che, in caso di fatto illecito plurioffensivo, ciascuno danneggiato è titolare di un autonomo diritto al risarcimento di tutto il danno, morale (cioè la sofferenza interiore soggettiva sul piano strettamente emotivo, nell'immediatezza dell'illecito, ma anche duratura nel tempo nelle sue ricadute, pur se non per tutta la vita), e dinamico-relazionale (altrimenti definibile "esistenziale"), consistente nel peggioramento delle condizioni e abitudini, interne ed esterne, di vita quotidiana (Cass. 20972 del 2012). Quindi, se l'illecito abbia gravemente compromesso il valore persona, come nel caso della definitiva perdita del rapporto matrimoniale e parentale, ciascuno dei familiari superstiti ha diritto, in proporzione alla durata e alla intensità del vissuto, alla composizione del restante nucleo che può prestare assistenza morale e materiale, avuto riguardo sia all'età della vittima primaria che a quella dei familiari danneggiati, alla personalità individuale di costoro, alla loro capacità di reazione e sopportazione del trauma, ed ad ogni altra circostanza del caso concreto - che deve esser allegata e provata, ancorchè presuntivamente, secondo nozioni di comune esperienza, essendo danni - conseguenza, spettando alla controparte la prova contraria di situazioni che compromettono l'unità, la continuità e l'intensità del rapporto familiare - ad una liquidazione comprensiva di tutto il pregiudizio non patrimoniale subito» (Cass. Civ., sez. III, 17.04.2013, n. 9231).

Anche la sezione lavoro della Suprema Corte (Cass. Civ., sez. Lavoro, 28.06.2013, n. 16413) ha da ultimo riconosciuto l"autonomia delle tre voci del danno non patrimoniale.

Secondo i giudici di legittimità, in tema di liquidazione del danno non patrimoniale, nello stabilire se il risarcimento assegnato ad un lavoratore infortunato sia stato duplicato oppure erroneamente sottostimato, non può riscontrarsi alcuna duplicazione laddove le voci risarcitorie abbiano distintamente riguardato il danno biologico (inteso come mera lesione della integrità psicofisica), il danno morale (inteso come sofferenza interiore temporanea causata dalla commissione di un fatto illecito), il danno esistenziale (inteso, nella fattispecie, come umiliazione delle capacità ed attitudini lavorative con pregiudizio all'immagine del dipendente sul luogo di lavoro).

Sul punto, la Cassazione ha dunque rammentato che non rileva il nome assegnato dal giudicante al danno non patrimoniale lamentato dall'attore (biologico, morale, esistenziale), bensì, unicamente, il concreto pregiudizio preso in esame dal giudice.

Si ha pertanto duplicazione di risarcimento solo quando il medesimo pregiudizio sia stato liquidato due volte, sebbene con l'uso di nomi diversi (in tal senso, la sentenza in esame rammenta la sopra citata sentenza n. 20292/2012 secondo cui, come detto, il danno biologico - cioè la lesione della salute -, quello morale - cioè la sofferenza interiore - e quello dinamico/relazionale - altrimenti definibile esistenziale, e consistente nel peggioramento delle condizioni di vita quotidiane, risarcibile nel caso in cui l'illecito abbia violato diritti fondamentali della persona - costituiscono pregiudizi non patrimoniali ontologicamente diversi e tutti risarcibili; nè tale conclusione contrasta col principio di unitarietà del danno non patrimoniale, sancito dalla sentenza n. 26972/2008 delle Sezioni Unite, giacchè quel principio impone una liquidazione unitaria del danno, ma non una considerazione atomistica dei suoi effetti).

Più di recente (Cass. Civ., sez. III, 22.08.2013, n. 19402) la Suprema Corte è tornata sulla questione, ribadendo la sussistenza, nel panorama risarcitorio del danno alla persona, di tre ben distinte figure di pregiudizio non patrimoniale, individuate nel danno biologico, nel danno morale e nel danno "esistenziale" alla vita di relazione, precisando che tali figure rispondono a prospettive diverse di valutazione del medesimo evento lesivo, in quanto un determinato fatto illecito può causare, nella persona della vittima come in quelle dei familiari, un danno alla salute medicalmente accertabile, un dolore interiore ed un'alterazione della vita quotidiana.

Nella fattispecie, gli ermellini hanno affrontato il triste caso di un giovane deceduto in un incidente stradale.

I giudici di merito avevano liquidato, in favore dei genitori e del fratello convivente della vittima, due distinte somme, a titolo, rispettivamente, di danno biologico (quest"ultimo, invero, riconosciuto solo alla mamma del ragazzo perito nel sinistro) e di danno morale per la sofferenza patita in conseguenza del tragico evento.

I familiari della vittima però ricorrevano in Cassazione, evidenziando come la sentenza di appello non avesse tenuto in debito conto la circostanza che il fratello minore del giovane deceduto condividesse con questi una comunione di vita molto forte, trovando nella vittima un vero e proprio punto di riferimento.

I genitori, a loro volta, avevano lamentato che con la morte del figlio maggiore gli equilibri della vita familiare erano stati profondamente alterati, sicchè il pregiudizio morale da loro subito era da ritenersi molto più grande di quello realmente risarcito: sulla base di tale premessa i ricorrenti avevano richiamato ed invocato il ristoro di un tertium genus di danno non patrimoniale risarcibile, individuato appunto nella nota figura del c.d. danno esistenziale.

Ebbene, i giudici di legittimità, nell"accogliere il ricorso, hanno anzitutto rammentato come le stesse Sentenze di San Martino del 2008 abbiano insegnato che, in assenza di reato ed al di fuori dei casi determinati dalla legge, «pregiudizi di tipo esistenziale sono risarcibili purchè conseguenti alla lesione di un diritto inviolabile della persona. Ipotesi che si realizza, ad esempio, nel caso dello sconvolgimento della vita familiare provocato dalla perdita di congiunto (c.d. danno da perdita del rapporto parentale), poichè il pregiudizio di tipo esistenziale consegue alla lesione dei diritti inviolabili della famiglia (artt. 2, 29 e 30 Cost.)» (Cass. Civ., sez. III, 22.08.2013, n. 19402).

Menzionata, poi, la precedente pronuncia n. 20292/2012, sopra commentata, e ricordato come essa avesse ben chiarito che «esistenziale è quel danno che, in caso di lesione della stessa salute, si colloca e si dipana nella sfera dinamico relazionale del soggetto, come conseguenza, sì, ma autonoma, della lesione medicalmente accertabile», la Suprema Corte ha dunque riaffermato la potenziale compresenza delle tre diverse voci del danno non patrimoniale.

Ha però precisato, al contempo, che «ciò non significa - come si potrebbe essere portati a pensare ragionando in astratto - che il giudice di merito sia tenuto per ciò solo, in via automatica, alla liquidazione di tutte queste singole poste di danno, con un effetto di sommatoria che rischia di riproporre i problemi di duplicazione che la sentenza delle Sezioni Unite ha inteso superare definitivamente», ma, piuttosto, che «il giudice di merito, invece, dovrà dare conto - in rapporto alla domanda giudiziale davanti a lui proposta ed alla luce delle prove raccolte - di aver tenuto presente i diversi aspetti della fattispecie dannosa, evitando duplicazioni ma anche "vuoti" risarcitori» (Cass. Civ., sez. III, 22.08.2013, n. 19402).

Pertanto il giudice, accertato, con onere della prova a carico dei richiedenti, se in conseguenza del fatto si siano determinati sconvolgimenti nella vita delle vittime, tali da comportare scelte radicalmente diverse, ben dovrà riconoscere una ulteriore e diversa posta risarcitoria oltre al danno biologico ed al danno morale soggettivo.

La Terza Sezione della Suprema Corte è, infine, tornata ad affrontare la questione in tre nuovissime pronunce, le prime depositate nel mese di ottobre, l"ultima nel mese di novembre 2013.

A) Nella prima (Cass. Civ., sez. III, 03.10.2013, n. 22585) la Cassazione, richiamate espressamente ed integralmente le argomentazioni della sopra commentata sentenza n. 20292/2012 in punto di autonoma liquidabilità dei danni morali ed esistenziali, ha espressamente ritenuto «di dover dare ulteriore continuità a tali principi», accogliendo così il ricorso avanzato da un dirigente chimico, dipendente di un ente pubblico, precipitato, durante lo svolgimento delle proprie mansioni, nella tromba delle scale presenti nell"immobile ove prestava servizio (incidente verificatosi a causa dell"accertata carenza strutturale del manufatto), riportando gravissime lesioni e la irrimediabile modificazione in pejus della qualità della sua vita.

La vittima, invero, aveva subito nella fattispecie gravi ripercussioni di tipo "esistenziale".

Sul piano familiare e coniugale, infatti, le lesioni patite dall"uomo ne avevano irrimediabilmente compromesso la possibilità di esercitare la propria attività sessuale; sul piano professionale e sociale, poi, l"esplicazione della personalità del danneggiato risultava pure gravemente compromessa, non potendo questi più lavorare, nè coltivare relazioni come una volta.

I giudici di legittimità, nello specifico, hanno pertanto chiarito che non si può affatto escludere la liquidazione autonoma dei danni di natura morale ed esistenziale, accanto a quello biologico, per chi è rimasto invalido dopo un simile incidente.

Di più: se il perdurante stato di ansia ed il pregiudizio costituito dal forzoso cambio di abitudini di vita imposto dal sinistro devono essere risarcibili autonomamente anche senza un danno alla salute, a maggior ragione tali pregiudizi non possono essere negati quando la vittima non può più lavorare né compiere altre importanti attività quotidiane, purchè, ovviamente, la sussistenza di tali compromissioni risulti debitamente provata.

Secondo la Suprema Corte, pertanto, nel caso in esame erano caduti in errore i giudici territoriali laddove non avevano riconosciuto all"invalido un danno morale soggettivo e neppure un danno esistenziale indipendenti dalla lesione biologica patita.

Se infatti, dopo le note Sentenze di San Martino del 2008, la giurisprudenza di legittimità è ferma nel ritenere che il danno non patrimoniale sia unico, e che le sottocategorie "biologico", "morale" ed "esistenziale" non rappresentino altro che categorie descrittive, resta pure fermo il punto che il giudice del merito, nel liquidare il ristoro del danno, non può ignorare le inevitabili implicazioni che la nuova condizione di invalido determina nell"esistenza un tempo normale del danneggiato.

E se è vero che la categoria del danno esistenziale risulta «indefinita e atipica», tale è anche «la stessa dimensione della sofferenza umana», come si osserva in sentenza, citando il precedente giurisprudenziale di un anno fa.

B) Nella seconda (Cass. Civ., sez. III, 11.10.2013, n. 23147), gli ermellini si sono occupati delle terribili conseguenze occorse alla vittima di un drammatico incidente stradale.

L"uomo, nella circostanza, aveva riportato lesioni personali tanto gravi da costringerlo a non poter mai più camminare, ed aveva a tal fine richiesto in giudizio il ristoro di tutti i danni non patrimoniali subiti, compreso quello, tipicamente "esistenziale", «conseguente all"impossibilità di realizzare la sua persona sul piano sessuale, di realizzarsi attraverso la formazione di un nucleo familiare con figli, di continuare l"attività tennistica; e ciò, stante la sua condizione di soggetto costretto a vivere su una sedia a rotelle» (Cass. Civ., sez. III, 11.10.2013, n. 23147).

Ebbene, la domanda è stata accolta: richiamato infatti, per l"ennesima volta, il precedente del novembre 2012 più volte citato, la Corte di legittimità ha ribadito che «il danno biologico (cioè la lesione della salute), quello morale (cioè la sofferenza interiore) e quello dinamico-relazionale (altrimenti definibile "esistenziale", e consistente nel peggioramento delle condizioni di vita quotidiane, risarcibile nel caso in cui l"illecito abbia violato diritti fondamentali della persona) costituiscono pregiudizi non patrimoniali ontologicamente diversi e tutti risarcibili; né tale conclusione contrasta con il principio di unitarietà del danno non patrimoniale sancito dalla sentenza n. 26972 del 2008 delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, giacchè quel principio impone una liquidazione unitaria del danno, ma non una considerazione atomistica dei suoi effetti (v. Cass. n. 20292/2012)» (Cass. Civ., sez. III, 11.10.2013, n. 23147).

In definitiva, pertanto, oggetto di apprezzamento e di liquidazione da parte del giudice di merito, al fine di evitare un vuoto risarcitorio, dovrà essere qualsiasi pregiudizio non patrimoniale, anche diverso da quello (biologico o psichico) alla salute, scaturente dalla lesione di interessi della persona di rango costituzionale.

C) Nella terza (Cass. Civ., sez. III, 12.11.2013, n. 25409) gli ermellini hanno confermato la risarcibilità, in favore dei parenti della vittima di un incidente stradale, di una somma a compensazione del danno esistenziale da essi subito, determinata in misura pari ad un settimo di quella corrisposta per il danno morale.

Secondo la Suprema Corte, infatti, il danno esistenziale «costituisce un aspetto della più ampia categoria del danno non patrimoniale. Di tale danno quindi va tenuto conto, nel determinare la somma complessivamente spettante a titolo di risarcimento dei danni non patrimoniali, a cui va apportato un congruo aumento, in misura da determinare con riguardo alle peculiarità del caso concreto».



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