Legislazione e Giurisprudenza, Danni non patrimoniali, disciplina -  Ricciuti Daniela - 2015-05-09

SCACCO MATTO - IL DOLCE SOFFIO DEL VENTO ESISTENZIALISTA - Cass. civ. 08/05/2015 n. 9320 - Daniela RICCIUTI

- Il principio di unitarietà ed omnicomprensività del risarcimento del danno non patrimoniale va interpretato nel senso che il giudice è tenuto alla liquidazione: (-) unitaria delle diverse voci di danno, ove il pregiudizio incida su beni ed interessi omogenei; (-) separata dei danni conseguenti alla lesione di beni oggettivamente differenti;

- danno alla salute psichica e danno alla serenità familiare, patiti in conseguenza della perdita del congiunto, sono beni ontologicamente differenti;

-  ne consegue l'obbligo di liquidazione separata.


E' stata appena ieri pubblicata una pronuncia di particolare rilievo, con cui la Suprema Corte ha cassato una sentenza di merito, che - con riferimento ad un caso di perdita del congiunto, causato da sinistro stradale - aveva liquidato in modo unitario ed indistinto, i danni patiti dai familiari in conseguenza della morte della persona cara, e consistenti, da un lato, nella sofferenza derivante dal lutto, e, dall'altro, nel danno alla salute sub specie di malattia psichica.

Il giudice di seconda istanza aveva operato una liquidazione congiunta ed indistinta del risarcimento del "danno biologico" e di quello "da lutto", in considerazione della natura unitaria del danno non patrimoniale, come affermata nella famosa sentenza delle Sezioni Unite n. 26972 dell'11 novembre 2008, pure espressamente richiamata.

La Cassazione (accogliendo il ricorso dei familiari della vittima, nonostante richiesta difforme del procuratore generale) ha annullato con rinvio la sentenza della Corte d'appello di Firenze, ritenendola viziata da un duplice errore di diritto.

In primis la violazione dell'art. 1223 c.c. (richiamato dall'art. 2056 c.c.), che impone una liquidazione del danno parametrata alla "perdita subita" dal danneggiato. Perdita che - spiega la Corte - non si identifica col diritto leso, ma costituisce la conseguenza della lesione. Cosicchè, alla stregua di una corretta applicazione del precetto di cui all'art. 1223, occorre liquidare separatamente i due differenti pregiudizi, che derivano dalla lesione dell'interesse dei congiunti alla conservazione del vincolo affettivo, che li legava alla vittima. Ciò in quanto trattasi di due diverse perdite concrete, conseguenti alla lesione di due beni oggettivamente diversi, ossia: da un lato, la perdita della serenità familiare; dall'altro, la perdita della salute.

Ulteriore errore di diritto: il "fraintendimento della nozione di 'unitarietà del danno non patrimoniale', per come affermata da Sez. Un. 26972/08". Sotto tale profilo - specifica la S. C. - "E' certamente vero che il danno non patrimoniale debba essere liquidato unitariamente, ma a condizione che la 'perdita' (...) abbia inciso su beni e interessi omogenei. Se, invece, l'illecito attinge beni eterogenei, avremo perdite diverse e dunque danni diversi (...). La nozione di 'unitarietà' della liquidazione del danno non patrimoniale vuol dire che lo stesso danno non può essere liquidato due volte sol perchè lo si chiami con nomi diversi; ma non vuol certo dire che quando l'illecito procura perdite non patrimoniali eterogenee, la liquidazione dell'una assorba tutte le altre. E' l'omogeneità delle perdite concrete derivate dall'illecito che impone la liquidazione unitaria, e non la natura non patrimoniale dell'interesse leso".

La Cassazone bacchetta, dunque, la Corte d'appello toscana, segnandole questi due errori blu, ma in realtà il rimprovero è in generale all'impostazione seguita in tutte quelle sentenze che non hanno dato la corretta lettura e giusta interpretazione a quanto disposto dalle sentenze del 2008.

Evidenziati, infine, i principi ed i criteri da seguire nella liquidazione del danno non patrimoniale alla salute (i.e. parità di trattamento a parità di danno, attraverso l'adozione di un criterio standard uniforme; personalizzazione in considerazione delle specificità del caso concreto; motivazione giustificativa  dell'aestimatio, tale da rendere comprensibile l'iter logico, giuridico e matematico seguito dal giudice), la S. C. conclude fissando il principio di diritto cui si dovrà attenere il giudice di rinvio (e non solo!), in particolare: "quando la (...) perdita incida su beni oggettivamente diversi, anche non patrimoniali, come il vincolo parentale e la validità psicofisica, il giudice è tenuto a liquidare separatamente i due pregiudizi, senza che a ciò osti il principio di omnicomprensività del risarcimento del danno non patrimoniale, il quale ha lo scopo di evitare le duplicazioni risarcitorie, inconcepibili nel caso in cui il danno abbia inciso su beni oggettivamente differenti".

Dunque il principio di omnicomprensività del risarcimento del d.n.p. va inteso ragionevolmente: - come necessità di considerazione unitaria delle medesime voci di danno oggettivamente coincidenti, - nonchè come considerazione distinta e separata di voci di danno ontologicamente differenti.

E' questa, quindi, la corretta interpretazione da dare al decisum delle sentenze di San Martino del 2008. Lo dice la stessa Cassazione. E' un'interpretazione "autentica".

E pensare che in questi anni, non si era mai mancato di richiamare le sentenze gemelle del 2008 ed il suddetto principio, ivi enunciato, al fine di negare l'autonomia e l'ammissibilità stessa della categoria dogmatica del danno esistenziale. Erano un po' i vessilli dei detrattori di tale voce di danno, che li utilizzavano per affermare che "il danno esistenziale non esiste", "non costituisce un'autonoma categoria di danno", è solo una voce "meramente descrittiva", etc.

Ed invece ora scopriamo che quello che le Sezioni Unite intendevano dire, in realtà, è che occorre che il giudice non operi automaticamente una liquidazione unitaria dei vari pregiudizi di natura non patrimoniale, essendo piuttosto tenuto a valutare se si tratti di beni oggettivamente uguali ovvero differenti. Ed in quest'ultimo caso dovrà operare le dovute distinzioni, specificando le diverse voci di danno, al fine di garantire un adeguato ristoro delle sequele negative di carattere non patrimoniale conseguenti all'illecito.

All'indomani dell'estate di San Martino del 2008, invece, l'insegnamento del Giudice delle leggi era (o - a quanto apprendiamo - veniva interpretato) nel senso che il giudice dovesse considerare unitariamente danno biologico, danno morale soggettivo, danno esistenziale, ai fini della liquidazione finale del d.n.p.

La quantificazione unica che sembrava che la Corte imponesse al giudice faceva pensare un po' ad un brodo, come prescritto da un dentista ad un paziente senza denti: «Non può mangiare pietanze solide, ma soltanto liquidi, per cui semolino, un bicchiere di vino, succo di arancia, magari del latte anche. Ma tutti insieme, miscelandoli accuratamente. No, mi raccomando, non in tazze separate». E che viene fuori?! E chi si beve 'sto "beverone"?! Ecco la 26972 sembrava come buttare tutte 'ste robe insieme: semolino con succo di arancia e vino... Mettendoli ben separati, invece, ognuno in un'apposita tazza, vedi mai che si riesca pure a fare un "pasto" decente!

Con la sentenza di ieri, la Cassazione adesso ha giustamente detto: «No, teniamole distinte queste 'cose', dato che sono cose diverse, corrispondono a profili differenti, comportano 'sfrucugli' antropoligici diversi della persona. Quindi trattiamole separatamente, sennò è un disastro!».

Finalmente questa saggezza si è imposta! Anche se c'è voluto un po' di tempo...

In realtà degli input già vi erano stati, peraltro: negli ultimi anni parecchie decisioni di legittimità e di merito hanno affermato principi quali quello della personalizzazione della responsabilità civile, dell'integralità  del risarcimento del danno (anche) non patrimoniale, nonchè dell'autonomia del danno esistenziale rispetto alle altre componenti del d.n.p., con lo scopo precipuo di evitare vuoti di tutela, in luogo delle paventate duplicazioni risarcitorie (ex multis: Cass. civ., sez. III, 9 ottobre 2012, n. 17161; Cass. civ., sez.III, 28/2 - 3/10/2013, n. 22585; Cass. civ., sez. III, 23/01/2014, n. 1361; Cass. civ., sez. lav., 8/7/2014, n. 15530; Cass. civ., sez. III,  11/7/2014, n. 15909. Per maggiori approfondimenti sul tema si rinvia a "Il danno esistenziale nell'attuale panorama giurisprudenziale", sempre su questa rivista:  http://www.personaedanno.it/index.php?option=com_content&view=article&id=46424&catid=49).

La grande novità di questa sentenza, però, è che autorizza expressis verbis una liquidazione separata per voci che sono in realtà diverse, mentre prima (l'interpretazione che veniva tendenzialmente data al)la 26972 (ed alle altre sentenze gemelle), in uno sforzo iconoclasta, distruttivo e cieco, obbligava il giudice a compiere un'unica quantificazione omnicomprensiva delle diverse voci di danno componenti il pregiudizio non patrimoniale.

Affermazione importante, dunque, e dirompente, che segna decisamente una svolta rispetto all'orientamento giurisprudenziale in atto.

Eppure un rilievo critico va, peraltro, mosso a questa sentenza. Almeno sul piano terminologico. Il non aver fatto alcun riferimento ad una voce di danno, quella che, insieme al danno biologico ed al danno morale soggettivo, fonda il trittico di voci di danno non patrimoniale: i.e. il danno esistenziale.

E non lo si nota in quanto mossi da un'ottica filo - esistenzialista, per il solo fatto che qui siamo a casa di chi, ormai oltre trent'anni fa, se l'è inventato, il padre del danno esistenziale. Ma soltanto per ragioni di logica ed onestà intellettuale (motivo per cui ci si è premurati di riportare testualmente le affermazioni della sentenza: perchè non possa sembrare di volerne offrire una lettura di parte e/o strumentale).

E difatti cos'è la "serenità familiare", di cui si parla nella sentenza in commento? cos'altro se non un aspetto di uno di quei "diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità"? La famiglia è la prima delle formazioni sociali dove si svolge la personalità e si giocano i diritti inviolabili dell'uomo.

Ebbene, in caso di compromissione o perdita di diritti inviolabili, viene senz'altro in rilievo il danno esistenziale.

Quest'ultimo consiste nel pregiudizio derivante dal peggioramento della qualità della vita, nella modificazione in pejus delle abitudini e dell'agenda quotidiana, nel non poter fare ciò che si faceva e nel dover fare quello che non si vorrebbe.

Costituisce, dunque, una categoria ampia ed omnicomprensiva (come chiarito dalla giurisprudenza di legittimità sopra richiamata) nella quale vengono a confluire i singoli aspetti della vita quotidiana,  sia che vengano compromessi in conseguenza della perdita di un diritto inviolabile ex art. 2 Cost. (e questo è lo zoccolo duro, l'incontestato ubi consistam del danno esistenziale); ma anche laddove venga in rilievo un pregiudizio non patrimoniale, privo di fondamento costituzionale (tipico era il caso della perdita dell'animale d'affezione, che, peraltro, attualmente viene al fine ricondotto, nell'evoluzione giurisprudenziale, allo stesso art. 2 e dunque assurge anch'esso, in tale interpretazione, alla copertura costituzionale).

Le ripercussioni negative nella sfera personale del danneggiato, derivanti dalla perdita della "serenità familiare", dunque, possono senz'altro esser ricomprese nell'ambito del danno esistenziale, come una species di un più ampio genus.

Eppure mai si legge nel provvedimento de quo " d a n n o   e s i s t e n z i a l e "!

Quindi si dice tutto, salvo quello.

Pazienza! Peccato veniale. Ciò che conta è quello che è stato sancito espressamente, ossia l'importante affermazione di principio - giova ripeterlo - per cui l'unitarietà del d.n.p. deve esser correttamente interpretata ed applicata: se è vero che la lesione del medesimo bene non va risarcita due volte, è altrettanto vero che non ricorrono ingiuste duplicazioni, in tutti i casi in cui sono ontologicamente diversi i beni lesi. E ciò perchè, in questo caso, i danni sono oggettivamente differenti e la mancata considerazione di entrambi ai fini liquidatori, risulterebbe ingiustificata e costituirebbe una ingiusta negazione di tutela.

Forse una "svista". O piuttosto l'esigenza di trovare un compromesso, un contemperamento, di mediare tra le diverse e contrapposte anime che compongono la Corte, e coesistono a prezzo di contraddizioni, di omissioni.

Che poi... Si immagina... Vien da pensare al film "Dottor Stranamore" di Stanley Kubrick... a quello scienziato nazista trapiantato in America, diventato consulente del presidente degli Stati Uniti, che ad un certo punto ha il braccio che vorrebbe scattare in una certa direzione, però con l'altro braccio si costringe a stare fermo. C'è un conflitto pazzesco in lui: vorrebbe urlare "Viva Hitler!" ed invece è costretto a trattenersi.

La stessa cosa, chissà, magari - è un'ipotesi - potrebbe aver fatto il relatore di questa sentenza. Costretto a dire il contrario di quello che ha sempre sostenuto in vita sua, ora che le forze in campo sono cambiate in Cassazione, ora che diversi sono gli equilibri, i giochi di potere... Deve abbozzare, il vento che soffia non è più lo stesso, i tempi sono passati, la stagione anti - esistenzialista è finita. Ed è toccato proprio a lui scriverla, questa sentenza, ed ha chiesto, almeno, visto che si è rassegnato, come unica concessione: che gli si permetta di non nominarlo...

Oppure... lì in un angolino...punito - «Non farlo più!» ...Contrito, in un angolino, che dice «Non lo faccio più!». E però - nascondendo il "compito" con la mano, per non farsi vedere - si prende almeno questa piccola soddisfazione... Non nominare il danno esistenziale!

Ma, come sempre, l'ospite assente è quello che si nota di più.

Il vero vincitore:  il danno esistenziale!



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