Articoli, saggi, Filiazione, potestà, tutela -  Sisto Patrizio - 2015-03-09

SCHIAFFI E CAREZZE. LA VIOLENZA GENITORIALE E LA SUA RAPPRESENTAZIONE MEDIATICA – Patrizio SISTO

E" di questi giorni la notizia della mancanza di una legge chiara e adeguata in Francia per punire l"utilizzo delle punizioni corporali sui figli da parte dei genitori: la civile Francia, sottolineano non senza sorpresa alcuni servizi giornalistici, si scopre con una carenza legislativa in merito e dovrebbe porvi quanto prima rimedio, anche di fronte alle reprimende del Consiglio d"Europa e di organizzazioni come Fondation pour l"enfance e di ONG come "Approach", che ha redatto il documento "End All Corporal Punishment of Children".

Spiccano anche legislazioni più presenti e perentorie su questo tema, viene infatti in mente il caso che sollevò scalpore mediatico pochi anni fa, del consigliere comunale di Canosa di Puglia, arrestato dalle autorità svedesi per aver dato uno schiaffo al figlio dodicenne mentre lo rimproverava durante una vacanza per le vie di Stoccolma, un gesto non consentito dall'ordinamento svedese, che non tollera nessuna forma di violenza contro i figli ed equipara un piccolo schiaffo a un maltrattamento.

Si aggiunga poi il dito puntato ancora di recente contro l"Italia, che non disporrebbe di leggi sufficientemente esplicite al riguardo, nonostante una sentenza della Corte di Cassazione del 1996 secondo cui "l"uso della violenza per fini educativi non può più essere considerato legale" e una ulteriore attenzione nel 2007 per il tema delle violenze sui bambini e dei maltrattamenti in famiglia, regolati dagli articoli 571 e 572 del nostro codice penale, quando si è posto in primo piano il concetto di "abuso sul minore", concetto che però secondo le voci critiche implica un tacito riconoscimento che il mezzo usato, la violenza in quanto tale, abbia una sua legittimità.

Nello specifico, secondo la sentenza 34674 della Suprema Corte di Cassazione "non possono ritenersi preclusi quegli atti di minima violenza fisica o morale che risultano necessari per rafforzare la proibizione, non arbitraria né ingiusta, di comportamenti oggettivamente pericolosi o dannosi rispecchianti la inconsapevolezza o la sottovalutazione del pericolo, la disobbedienza gratuita, oppositiva e insolente". Insomma, si potrebbe dire che la questione sollevata è se la legge italiana punisca sì l"uso della violenza ma non quegli atti che non provocano conseguenze gravi ai bambini.

Al di là di dibattiti guidati dal punto di vista di una cultura del politically correct, in ossequio alla conformità a una pedagogia evoluta e socialmente condivisibile circa i diritti dei bambini, si può cogliere indubbiamente una reale sensibilità progressivamente più diffusa su questo punto, un passo avanti sostanziale nel riconoscimento delle tutele dei soggetti più vulnerabili.

Ma la questione della condanna delle violenze domestiche estesa anche ai ceffoni e alle sculacciate impartite dal genitore al bambino presta il fianco a una serie di considerazioni che si dipanano in molteplici direzioni.

Una recente campagna di comunicazione istituzionale francese per fronteggiare il fenomeno delle violenze da parte dei genitori nei confronti dei figli mette in campo l"ipotesi psicodinamica della vittima che diventa aggressore, e che replica in una catena di trasmissione intergenerazionale le forme di violenza a suo tempo subite, diventandone agente attivo nei confronti dei propri figli. Si tratta di una lettura di per sé dotata di precise fondamenta ma certamente riduttiva e parziale, che mostra una madre che sferra un sonoro e violento ceffone al figlio incurante dei precedenti rimproveri ricevuti, in una vera e propria esplosione d"ira. A seguire si assiste a un materno -è proprio il caso di dire- abbraccio da parte della di lei madre, nonna del bimbo, che entra in scena a porre un contraltare all"esplosione di aggressività fisica appena accaduta instaurando una modalità relazionale alternativa.

A fronte di questa rappresentazione, in sé tentativo lodevole di fornire una interpretazione per il fenomeno del maltrattamento dei figli e di dare un"alternativa possibile, occorre sottolineare però innanzitutto che sarebbe opportuna anche la messa in scena della violenza agita da una qualche figura paterna. Viene in mente a questo proposito il famoso aforisma dello psicoanalista e pediatra inglese Winnicott, che disse una volta di non aver mai visto un bambino, intendendo di aver sempre nella sua lunga attività incontrato un adulto visibile o invisibile al fianco del bambino per cui era stato richiesto il suo aiuto, in una diade di fatto inscindibile nella realtà. Il che ci ricorda che indipendentemente dalla sua presenza fisica la figura della madre, così come quella del padre, sono agenti sempre operanti nel contesto familiare, che non si  possono certo escludere nella considerazione delle responsabilità degli interventi così come degli errori educativi anche corporali. Un dato che è ben visibile e che è opportuno sottolineare oggi, quando spesso si citano nella vulgata attuale le madri coccodrillo e quelle narcisiste come esempi opposti di atteggiamenti fuori misura e non rispettosi di una giusta crescita dei figli.

Ma il punto su cui appare importante soffermarsi in questa sede è il fatto che ogni comportamento, come riconosciuto attualmente da ogni teoria della psiche, è in realtà multifattoriale: le molle che lo attivano sono in altri termini molteplici e legate a spinte di ordine soggettivo, contestuale, relazionale, sociale, culturale, in un intreccio denso che va preso in considerazione nei singoli casi specifici, per rendere davvero conto della complessità ineludibile della persona e dei suoi agiti e correlativamente per predisporre strategie adatte a neutralizzare le derive comportamentali perverse e dannose e introdurre possibilità di cambiamento.

Proviamo allora a esaminare in una rapida carrellata le motivazioni che possono indurre un genitore come quello raffigurato nello spot televisivo francese a rilasciare un sonoro ceffone al figlio. Può intervenire sicuramente il fatto di essere stato vittima di violenze analoghe, ma c"è anche la frustrazione indotta a sua volta da molteplici fattori che hanno ostacolato la soddisfazione di azioni e aspirazioni del genitore, ci può essere la percezione del figlio come ostacolo che sottrae tempo ed energie ad altre attività, ci può essere anche l"incapacità di comprendere le motivazioni che sottendono il comportamento disobbediente del bambino, una carenza di immedesimazione empatica da parte della madre, o anche la percezione di sé da parte del genitore come soggetto poco autorevole e svalutato…

Per non ridurre a una monodimensionalità una realtà ben più complessa e problematica com"è quella del comportamento umano anche deviante e potenzialmente nocivo, occorre allora cominciare a mettere per così dire il tasto "pausa" attuando la lettura dei fenomeni che si esaminano, per utilizzare una metafora desunta dal mondo della tecnologia, e soffermarsi quindi, in quel breve o brevissimo spazio che intercorre tra l"impulso e l"agito, a vedere quel che accade e quel che è confluito lì arrivando da tante direzioni, processi di pensiero, emozioni e modelli appresi e assimilati, incontri fatti e mancati. E da lì ripartire, con un film diverso, per vivere gli accadimenti e le relazioni con scelte più consapevoli e libere.

Si potrebbe concludere che la discussione pubblica e le diverse richieste di legislazioni più esplicite e definite da parte di organizzazioni, enti e ONG in merito all"esposizione dei bambini alle violenze genitoriali sono una mossa in una direzione apprezzabile ma insufficiente e talora fuori misura: mentre è un bene che il tema entri nel discorso comune e in quello legislativo, diventa poi problematica la forma che la sensibilità diffusa e l"attenzione così incoraggiata di fatto assumono.

Porre infatti come alternativo allo schiaffo la neutralità e un pacato imperturbabile distacco formalmente ineccepibile oppure anche una carezza assunta come gesto ottemperante a una corretta buona disposizione verso il figlio non aiuta né a capire le ragioni della violenza e delle punizioni corporali né tantomeno le conseguenze a medio e lungo termine di rapporti familiari viziati da mancanza di reciproco riconoscimento e di contatto e scambio autentico con le emozioni proprie e dell"altro da sé.

Assumere una visuale alternativa può permettere forse di non focalizzare in modo esclusivo l"attenzione sul dibattito, pur oggi giustificabile, sull"opportunità e la sanzionabilità delle punizioni corporali, a favore di una riflessione che, sporgendosi oltre i singoli comportamenti agiti, apra piuttosto uno sguardo su schiaffi e carezze come finestre sulle relazioni interpersonali familiari, indici di specifiche dinamiche e modalità relazionali o anche di una loro carenza o assenza. Per restituire il senso di ciò che fa legame in famiglia, nella consapevolezza e nella condivisione delle emozioni proprie e altrui.



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