Articoli, saggi, Reato -  Gasparre Annalisa - 2014-04-08

SCUOLA: LUOGO DI EDUCAZIONE O DI ABUSI? - Cass. pen. 14753/2014 e 47183/2013 - Annalisa GASPARRE

Si propongono ai lettori due casi di abusi avvenuti a scuola da parte degli insegnanti e in danno dei minori. In prima battuta può leggersi una breve nota introduttiva ai due casi e, a seguire, le sentenze per esteso.

"MALTRATTAMENTI A SCUOLA: METODO DI EDUCAZIONE FONDATO SU INTIMIDAZIONE E VIOLENZA" - Cass. pen. 14753/2014 -

Non semplice abuso di mezzi di correzione e disciplina, ma vero e proprio maltrattamento quello addebitato ad una maestra di una classe prima elementare il cui comportamento nei confronti delle giovani vittime si caratterizzava per percosse, ingiurie, umiliazione e vessazioni psicologiche in danno di alcuni dei bambini che subivano ripercussioni psicologiche.

Il 'metodo d'educazione' si fondava su intimidazione e violenza - soprattutto psicologica, ma non solo - anche con "irrisioni, offese, bestemmie, denigrazioni degli alunni", atteggiamenti che creavano mortificazione e sopraffazione nei bambini più sensibili e più fragili, oppure quelli che presentavano delle connotazioni fisiche che più degli altri attiravano la sua morbosa attenzione, piccole vittime prese di mira dalla maestra.

"BAMBINI COSTRETTI A RESTARE IN SLIP E CANNOTTIERA DALLA MAESTRA: ISPEZIONE VIETATA" - Cass. pen. 47183/2013

Una somma di denaro sottratta a una collaboratrice scolastica è l'antefatto di un episodio non privo di conseguenze. Chi è stato a rubare il denaro? Le maestre puntano l'attenzione sui bambini, studenti della scuola elementare, ne perquisiscono gli zaini e le tasche dei vestiti e li conducono in una stanza, a due a due, costringendoli, mediante minaccia, a spogliarsi e rimanere in mutante e canottiera, per verificare che non avessero occultato sulla loro persona il denaro.

Due le ipotesi di reato addebitate alle maestre: perquisizione e ispezione personale arbitraria e violenza privata, ma dal reato di perquisizione arbitraria le maestre venivano assolte per mancanza di piena prova della consapevolezza dell'illiceità delle condotte di perquisizione degli zaini e delle tasche dei vestiti. La seconda condotta - fare spogliare gli alunni - veniva invece riqualificata da violenza privata in ispezione personale (sempre art. 609 c.p.) e per questo episodio le maestre venivano condannate, in quanto comportamenti che assolutamente non rientrano tra i poteri spettanti alle insegnanti di un istituto scolastico. Il discrimine è evidentemente dato dal fatto che la verifica sui beni degli studenti poteva essere ritenuta lecita mentre immediatamente percepibile è la lesione della dignità e riservatezza personale dei minori, che non può essere affatto ritenuta lecita e compresa nel perimetro dei poteri disciplinari finalizzati a un corretto comportamento scolastico. Nè può essere invocata - afferma la Cassazione - l'unitarietà tra l'attività di perquisizione dei beni e quella di ispezione degli alunni perchè, se è vero che unitario era l'obiettivo perseguito dalle insegnanti, quel che rileva è la materialità della condotta e della natura dei beni sacrificati che sono diversi nelle due - distinte - condotte oggetto di censura.

Le sentenze

Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 13 – 28 marzo 2014, n. 14753

Presidente Agrò – Relatore Citterio

Considerato in diritto

1. A.M. era imputata di maltrattamenti nei confronti degli alunni, tra i quattro ed i sei anni, affidatile in ragione del suo servizio di insegnante in una scuola elementare. Le condotte in concreto contestate avevano ad oggetto percosse, ingiurie, umiliazioni e vessazioni psicologiche, specificamente indicate.

Con sentenza del 21.2-7.3.13 la Corte d'appello di Napoli ha confermato la condanna, deliberata il 22.4.2011 dal Tribunale di Avellino, alla pena di giustizia (dichiarata estinta ex art. 1 legge 241/2006) ed al risarcimento del danno in favore dei genitori costituitisi parte civile, in proprio e nella qualità, con provvisionale di 5000 euro per ciascuna di esse.

2. Nell'interesse dell'imputata il difensore ha proposto ricorso per cassazione, enunciando sei motivi:

- contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione, in relazione all'incompletezza dell'istruttoria per il mancato esame gestaltico, sottovalutando la deposizione della direttrice didattica sulla peculiare situazione della prima classe nel momento in cui entrava in vigore la riforma che consentiva l'accesso anche a bambini cd anticipatari e il numero limitato di alunni che avevano manifestato problemi;

- "incompletezza" della motivazione per la non considerazione della documentazione scolastica attestante la qualità del lavoro dell'insegnante, confermata anche da colleghi;

- mancanza e manifesta illogicità della motivazione "circa l'apprezzamento dei materiale probatorio acquisito" e mancata assunzione di una prova decisiva, per l'omessa audizione dei bambini che, precisa il difensore, è stata chiesta solo in appello ex art. 603 c.p.p. per mutamento dei difensore; assenza di riscontri documentali alle dichiarazioni de relato dei genitori dei minori; omessa valutazione dell'influenza sull'attendibilità delle dichiarazioni dei genitori dell'iniziativa collettiva intrapresa da alcuni con l'adesione di altri;

- mancanza e manifesta illogicità della motivazione circa l'apprezzamento della consulenza della dott.ssa P. (psicologa clinica) su alcuni degli alunni, per l'assenza di registrazioni visive o audio degli incontri e di puntuale anamnesi (individuale e familiare), sola in grado di apprezzare la valenza probatoria dello stato dei bambini quale accertato dalla consulente;

- violazione degli artt. 571 e 572 c.p., per mancata prova dell'abitualità della condotta di maltrattamento in luogo di quella del mero abuso dei mezzi di correzione;

- illegittimità del mancato accoglimento della richiesta di revoca o sospensione della provvisionale per la mancata allegazione di pregiudizio grave e irreparabile, essendo stata documentata la sostanziale corrispondenza dell'importo dovuto con il reddito annuale lordo.

Ragioni della decisione

3. Il ricorso è infondato. Consegue la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali e alla rifusione delle spese legali in favore delle presenti costituite parti civili, liquidate come da dispositivo, tenuto conto dell'attività svolta e dei numero delle parti rappresentate.

I primi quattro motivi propongono, sotto profili diversi ma convergenti, la sostanziale censura di mancanza di prova adeguata della sussistenza di condotte ed effetti propri dei maltrattamenti e della riconducibilità delle singole situazioni di disagio dei minori alla condotta complessiva dell'imputata. Ma, come del resto si evince dalla precedente presentazione del contenuto dei motivi di impugnazione, le censure si risolvono in deduzioni di merito (in qualche modo anche 'giustificate' con la tardiva assunzione dell'incarico difensivo), volte a sollecitare una complessiva rivalutazione del materiale probatorio, del tutto preclusa in questa sede di legittimità.

In realtà, la lettura della sentenza d'appello attesta una compiuta indicazione delle ragioni della prima decisione e dei motivi d'appello e, da p. 5, la piena rivalutazione del materiale probatorio, in costante ed esaustivo confronto con i singoli motivi d'impugnazione, che perviene ad una rinnovata autonoma conclusione, conforme a quella del Tribunale. In particolare la Corte ha dato conto delle plurime prove orali, argomentandone la sufficienza tranquillante (p. 5-8), in particolare per quanto riguardava le deposizioni delle madri, che erano testi anche dirette delle condotte e delle reazioni dei figli a casa e nel rapporto con la prospettiva quotidiana della partecipazione alla vita scolastica (p. 9); ha altresì spiegato le ragioni della piena attendibilità della consulenza tecnica sui minori e la valenza probatoria delle sue conclusioni in ordine allo stato dei minori al momento del suo espletamento (p. 9).

Il quinto motivo è infondato. Il Tribunale aveva provveduto all'analitica descrizione dei comportamenti e dei contesti, nonché all'altrettanto analitica loro valutazione, evidenziando il carattere ripetitivo della condotta esercitata su molti scolari ed i suoi devastanti effetti sul complessivo clima scolastico e sul rapporto tra tutti gli alunni e la scuola; secondo il motivato apprezzamento del primo Giudice (sempre suffragato da continui riferimenti a dati probatori non palesemente incongrui alle conclusioni raggiunte) la condotta dell'imputata era volta a realizzare un metodo di 'educazione' e apprendimento fondato sull'intimidazione e sulla violenza, soprattutto psicologica ma pure fisica (p. 8), anche con irrisioni ingiustificate, offese, bestemmie (p. 13) e denigrazioni degli alunni (p. 8); si era trattato di condotta non solo astrattamente idonea a ingenerare vera e propria nevrosi reattiva alla scuola, ma che tali conseguenze aveva in effetti provocato (p. 9); in concreto si trattava, tra l'altro, di «"atteggiamenti interpersonali di gestione degli alunni gravemente avvilenti e vessatori, tali da ingenerare un clima di stabile mortificazione e sopraffazione soprattutto nei bambini più sensibili in ragione delle problematiche di cui erano portatori, ..., e che veniva vissuto, di riflesso, anche dagli alunni "più fortunati" che non erano soggetti direttamente alle "attenzioni" della maestra» (p.15), che si concretizzavano, tra le svariate condotte vessatorie descritte, anche nel tirare i capelli (tanto da indurre alcun bambino a chiedere alla madre di poter avere i capelli tagliati per tenerli corti (p. 12); in definitiva, un comportamento permanente che aveva generato un clima di 'stabile mortificazione e sopraffazione'.

Rispondendo al motivo d'appello sulla qualificazione giuridica in favore dell'art. 571 c.p. (motivo per il vero svolto in termini sostanzialmente assertivi perché privo di alcun confronto specifico con le condotte singolarmente descritte e complessivamente valutate dal Tribunale, p. 8 ultima parte e 9 prima parte) la Corte d'appello ha, con specifica e altrettanto articolata motivazione, ricostruito i fatti nel senso della sussistenza di una «situazione, all'interno della classe, caratterizzata da un atteggiamento fortemente persecutorio della maestra nei confronti solo di alcuni bambini, i più fragili ed emotivi, oppure quelli che presentavano delle connotazioni fisiche che più degli altri attiravano la sua morbosa attenzione, estrinsecatasi attraverso frasi ingiuriose, di derisione e scherno senza alcun motivo che potesse più che giustificare, quantomeno fornire una spiegazione, dei suoi comportamenti» (p.8). Secondo la Corte distrettuale si erano realizzate, in fatto, quelle condizioni di ripetizione di atti vessatori idonea a determinare la sofferenza fisica o morale continuativa della persona offesa (p.9), vessazioni (fisiche e morali) che avevano determinato i comprovati (non solo dalla perizia ma dalle dirette deposizioni significativamente coerenti delle madri) turbamenti psichici e danni psicologici. In definitiva, comportamenti reiterati costituenti maltrattamenti e assistiti dalla necessaria coscienza e volontarietà, incompatibili con la sussunzione nei meri abusi ex art. 571 c.p. (p. 10).

Si tratta di un apprezzamento complesso, attento alle risultanze processuali in continuo confronto con le deduzioni difensive, che perviene ad una conclusione non incoerente e non contraria all'insegnamento di questa Corte, che ha insegnato come l'uso sistematico di condotte siffatte, quale trattamento ordinario del minore, anche lì dove sostenuto da "animus corrigendi" concretizza, sotto il profilo soggettivo ed oggettivo, gli estremi del delitto di maltrattamenti (Sez. 6, sent. 36564/2012 e sent. 45467/2010).

L'ultimo motivo è inammissibile, perché la statuizione del giudice d'appello sull'insussistenza delle condizioni per revocare la condanna al pagamento della provvisionale, ancorchè contenuto in sentenza, è inoppugnabile (Sez. 2, sent. 3012/2010), potendo eventualmente la parte proporre rituale autonoma istanza ai sensi dell'art. 612 c.p.p. per ottenere, solo durante la pendenza del ricorso, la sospensione dell'esecuzione.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali e di quelle sostenute dalle parti civili che liquida in complessivi euro 5000 oltre iva e cpa.

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 18 luglio - 27 novembre 2013, n. 47183

Presidente Zecca – Relatore De Marzo

Ritenuto in fatto

1. A R.G..R. e P..P. è stato contestato: il reato di cui agli artt. 81, 110 e 609 cod. pen., per avere in qualità di maestre della classi IV e V di una scuola elementare, unitamente all'insegnante fiduciaria e al dirigente scolastico, eseguito perquisizioni personali sugli alunni di tali classi, al fine di rinvenire la somma poco prima sottratta ad una collaboratrice scolastica (capo a); il reato di cui agli artt. 81, 110 e 610 cod. pen., per avere in concorso tra loro e nelle ricordate qualità, costretto gli alunni della IV classe, fino a restare in slip e canottiera, mediante minaccia consistita, quanto alla R. , nel condurre gli alunni a due alla volta all'interno del locale utilizzato dal personale scolastico e nell'intimare loro di togliersi i vestiti, nonché, quanto alla P. nel sorvegliare, intimando loro di stare zitti, gli alunni rimasti nel corridoio in attesa di entrare in tale locale ed ivi facendoli entrare due alla volta.

Con sentenza del 05/06/2012 la Corte d'appello di Genova ha confermato l'assoluzione delle due imputate dal reato di cui al capo a), ritenendo l'insussistenza della prova della piena consapevolezza dell'illiceità delle condotte di perquisizione degli zaini e delle tasche dei vestiti degli alunni, mentre, in parziale riforma della decisione di primo grado, le ha condannate per i fatti di cui al capo b), riqualificati all'interno del paradigma dell'art. 609 cod. pen., rilevando che la condotta consistita nel fare spogliare gli alunni non poteva in alcun modo essere ricondotta, a differenza di quella di cui al capo a), nell'ambito dei poteri spettanti alle insegnanti di un istituto scolastico.

2. Sono stati proposti distinti ricorsi nell'interesse delle due imputate.

3. Il ricorso proposto nell'interesse della R. è affidato ai seguenti motivi.

3.1. Con il primo motivo del ricorso proposto dalla R. , si lamenta contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione, che, da un lato, aveva escluso la sussistenza del dolo in relazione alla perquisizione degli zaini e delle tasche e, dall'altro, l'aveva ritenuto presente in relazione al solo allestimento dei mezzi e delle modalità dei successivi controlli di cui al capo b).

3.2. Con il secondo motivo si lamentano vizi motivazionali e inosservanza dell'art. 609 cod. pen., criticando, oltre che la diversità del fatto contestato rispetto a quello ritenuto in sentenza, anche l'omessa considerazione della sostanziale unitarietà dei due episodi sub a) e sub b), in ragione della medesima offensività giuridica nonché dell'identità dei destinatari e del contesto cronologico. Da tale premessa doveva discendere che anche il secondo segmento dell'azione doveva essere ricondotto nell'alveo della pronuncia assolutoria.

4. Il ricorso proposto nell'interesse della P. è affidato ai seguenti motivi.

4.1. Con il primo motivo, si lamentano vizi motivazionali nonché violazione degli artt. 609 e 51 cod. pen., per avere la Corte d'appello, da un lato, aveva escluso la sussistenza del dolo in relazione alla perquisizione degli zaini e delle tasche e, dall'altro, l'aveva ritenuto presente in relazione al solo allestimento dei mezzi e delle modalità dei successivi controlli di cui al capo b).

4.2. Con il secondo motivo si lamentano vizi motivazionali, per avere la Corte territoriale omesso di considerare che le risultanze istruttorie dimostravano l'estraneità della ricorrente, rimasta nella sua aula, alla condotta di cui al capo b).

4.3. Con il terzo motivo, si lamentano vizi motivazionali, nonché violazione o falsa applicazione dell'art. 609 cod. pen. per avere la Corte territoriale trascurato di considerare che la condotta delle insegnanti coinvolte difettava della necessaria antigiuridicità speciale richiesta dall'art. 609 cod. pen., in quanto esse avevano agito in esecuzione delle indicazioni dell'insegnante fiduciaria.

5. Nell'interesse delle due ricorrenti sono state depositate distinte memorie, con le quali si deduce l'intervenuta prescrizione del reato di cui al capo b) alla data del 29/05/2013, non potendo assumere rilievo a fini sospensivi il rinvio disposto all'udienza del 27/01/2010 per astensione degli avvocati, dal momento che l'udienza comunque non si sarebbe potuta celebrare per assenza del magistrato titolare.

Considerato in diritto

1. Va, preliminarmente, esaminato il motivo sviluppato nelle memorie appena menzionate, con le quali si chiede dichiararsi l'intervenuta prescrizione dei reati.

Esso è infondato, dal momento che la sospensione, nel caso di specie, è stata disposta per l'astensione degli avvocati, laddove il concorrente riferimento all'assenza del magistrato titolare del fascicolo rappresenta non la ragione del rinvio, ma un profilo che giustifica le modalità del rinvio disposto.

2. Ciò posto il secondo motivo della P. , da esaminarsi prioritariamente per ragioni di ordine logico, è fondato.

Il concorso della ricorrente è stato affermato dalla Corte territoriale, senza considerare che lo specifico contributo a carico della prima è stato individuato, nel capo di imputazione, nell'avere sorvegliato gli alunni rimasti all'esterno dei locali nei quali era avvenuta l'attività di controllo, per poi farli entrare due alla volta.

E, tuttavia, le deposizioni testimoniali raccolte e allegate al ricorso mostrano in modo lampante che la ricorrente rimase nella sua classe con i ragazzi di V e non uscì nel corridoio.

Ne discende che la sentenza impugnata va annullata senza rinvio, per la ragione che la P. non ha commesso il fatto.

Ne discende l'assorbimento dei motivi restanti.

3. Il ricorso della R. è invece infondato.

3.1. Con riferimento al primo motivo, osserva la Corte che non è dato cogliere alcun vizio motivazionale, nell'avere la sentenza impugnata escluso la consapevolezza dell'illiceità della condotta quanto all'attività di verifica dei beni degli alunni, per invece ravvisarla in un comportamento che, incidendo sulla dignità e la riservatezza personale degli stessi, si connotava in termini di ben diversa gravità, immediatamente percepibile anche da parte di chi poteva, in relazione al primo segmento di condotta, avere erroneamente ritenuto di agire all'interno dei poteri disciplinari finalizzati ad un retta comportamento scolastico.

3.2. Il secondo motivo è del pari infondato.

L'invocata unitarietà tra l'attività di perquisizione dei beni e quella di ispezione degli alunni può cogliersi sul piano finalistico dell'obiettivo perseguito, ma non su quello, qui rilevante, della materialità della condotta (non casualmente diversificata anche all'interno del paradigma di cui all'art. 609 cod. pen.) e della natura dei beni sacrificati.

4. Alla decisione di rigetto consegue la condanna della R. al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso proposto dalla R.R.G. e la condanna al pagamento delle spese processuali. Annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente alle statuizioni che riguardano P.P. , per la ragione che costei non ha commesso il fatto.



Autore

immagine A3M

Visite, contatti P&D

Nel mese di agosto 2020 Persona & Danno ha registrato oltre 241.000 visite.

Articoli correlati