Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  Redazione P&D - 2014-11-16

SE LA PRATICANTE SI DEFINISCE AVVOCATO INTEGRA IL REATO DI SOSTITUZIONE DI PERSONA – Cass. pen., 46505/2014 – Pietro PERINI

Praticante avvocato

Falsa attribuzione qualità avvocato

Reato di sostituzione di persona

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione in una recentissima sentenza, nella quale confermava la condanna inflitta nei gradi di giudizio precedenti a una giovane praticante, resasi responsabile dei delitti di sostituzione di persona e falso materiale in scrittura privata, ex artt. 494 e 485 c.p.

La donna, infatti, si era attribuita falsamente la qualità di avvocato per guadagnarsi la fiducia della persona offesa – costituitasi successivamente parte civile nel processo – e indurlo a aprire un conto corrente postale tramite il suo aiuto. Per raggiungere il suo obiettivo aveva anche contraffatto la firma del cliente nei moduli di richiesta, in modo tale da procurarsi più celermente i relativi assegni e la carta Postamat.

Nel ricorrere in cassazione, l'imputata censurava la sentenza nella parte in cui i giudici di merito avevano ritenuto configurabile il delitto ex art. 494 c.p. La falsa attribuzione della qualità di avvocato – si leggeva nella tesi difensiva – non aveva prodotto alcun effetto giuridico poiché la successiva condotta si era svolta con modalità totalmente indipendenti da tale qualifica.

La Sezione V, come già anticipato, adottava una linea dura nei confronti della giovane praticante e la condannava in base a principi ampliamente consolidati nella giurisprudenza di legittimità. La falsa attribuzione della qualità di un esercente una professione, invero, era già di per sé sufficiente a integrare il reato de quo, dal momento che la legge ricollegava a detta qualità gli effetti giuridici tipici della corrispondente professione intellettuale (da ultimo v. Cass. pen., sez. II, 22 dicembre 2010, n. 44955, in Riv. pen., 2011, 12, 1314; Cass. pen., sez. V, 4 novembre 2008, n. 41142, in Lex24).

Bene ribadire come tale attribuzione dovesse comunque trarre in inganno la persona e la fede pubblica, sicché l'induzione in errore era un elemento costitutivo della fattispecie, in mancanza del quale poteva ravvisarsi solamente il tentativo (cfr. Cass. pen., sez. V, 29 settembre 2010, n. 35091, in Lex24; Cass. pen., sez. V, 6 marzo 2009, n. 10362, in Riv. pen., 2009, 12, 1460; Cass. pen., sez. V, 21 gennaio 1999, n. 3645, in DeJure).

A tal riguardo, gli ermellini tra le righe sposavano la tesi della plurioffensività del reato, seguita ormai dalla giurisprudenza prevalente, per cui il delitto in esame era preordinato non solo alla tutela di interessi pubblici ma anche di quelli del soggetto privato nella cui sfera giuridica l'atto era destinato a incidere concretamente (si esprimeva così Cass. pen., sez. V, 27 marzo 2009, n. 21754, in Lex24; contra Cass. pen., sez. V, 6 novembre 2007, n. 40748, ivi, nella quale il giudici sostenevano che il delitto ex art. 494 avesse natura monoffensiva, ledendo solamente la fede pubblica).



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