Legislazione e Giurisprudenza, Ingiustizia, cause di giustificazione -  Rossi Stefano - 2015-09-01

SE LA SCUOLA DISCRIMINA, PAGA - Trib. Livorno, 16.6.2015, gu. dott.ssa Fodra - Stefano ROSSI

Nel caso oggetto della sentenza in commento, i genitori di un ragazzo disabile hanno convenuto in giudizio il Ministero dell"Istruzione e la scuola da questi frequentata per vederli condannare al risarcimento del danno non patrimoniale asseritamente patito dal minore a causa delle condotte discriminatorie poste in essere in danno dello stesso durante l"anno scolastico.

I ricorrenti hanno sostenuto che il personale docente e non docente della scuola convenuta avrebbe tenuto comportamenti tali da discriminare in vi diretta ed indiretta Simone in ragione della grave disabilità di cui lo stesso affetto ( ritardo mentale di grado medio, grave compromissione del linguaggio), riservando per il medesimo un trattamento palesemente diverso rispetto a quello degli altri alunni, tale da determinare per certi aspetti l"esclusione dell"alunno e della di lui famiglia dall"ambito scolastico e per altri da ledere la dignità e la libertà dell"alunno stesso.

Si costituiva in giudizio il Ministero, eccependo in via preliminare la carenza di giurisdizione del giudice ordinario a favore di quello amministrativo, e rigettando nel merito le pretese avanzate dai ricorrenti.

Il giudice ha dapprima affrontato la questione giurisdizionale richiamandosi al ragionamento sviluppato dalla Corte di Cassazione a Sezioni Unite nella sentenza n. 25011 del 2014 (pur riferita all"annosa questione delle "ore di sostegno"), la quale ha tenuto a ribadire che "il diritto all"istruzione è parte integrante del riconoscimento e della garanzia dei diritti dei disabili, per il conseguimento di quella pari dignità sociale che consente il pieno sviluppo e l"inclusione della persona umana con disabilità".

Dopo un preciso excursus sulla normativa vigente nazionale e internazionale in materia, il giudice ha posto l"accento su quanto prospettato dalla legge 1° marzo 2006, n. 67 (Misure per la tutela giudiziaria delle persone con disabilità vittime di discriminazioni), che nel promuovere la piena attuazione del principio di parità di trattamento e delle pari opportunità nei confronti delle persone con disabilità al fine di garantire alle stesse il pieno godimento dei loro diritti civili, politici, economici e sociali, traccia all"art. 2 una rilevante distinzione tra due possibili forme di violazione di tale parità (la discriminazione diretta e la discriminazione indiretta), e, all"art. 3, affida al giudice ordinario la competenza giurisdizionale avverso gli atti e i comportamenti discriminatori, richiamando le nuove norme sulla tutela antidiscriminatoria previste dall"art. 28 del d.lgs. n. 150/2011.

Dunque, nel caso de quo, non poteva che indicarsi nel giudice ordinario, quale giudice dei diritti, il titolare della giurisdizione con riguardo alla azione fatta valere dai ricorrenti.

Quanto all"inquadramento giuridico il Tribunale ripercorre brevemente i capisaldi della normativa antidiscriminatoria, di cui si è fatta promotrice l"Unione europea. Si ricorda in proposito, la direttiva 2000/43/CE che attua il principio della parità di trattamento fra le persone indipendentemente dalla razza e dall"origine etnica. Quanto al campo della disabilità l"approccio non discriminatorio è stato integrato in particolare dalla Direttiva del Consiglio n. 2000/78/CE che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro.

La protezione dei diritti dei disabili si è rafforzata poi con la proclamazione della Carta dei diritti fondamentali dell"Unione Europea (divenuta, com"è noto, giuridicamente vincolante a seguito dell"entrata in vigore del Trattato di Lisbona), che contempla espressamente il diritto alla non discriminazione per motivi di disabilità. Anche se limitata alle aree di competenza dell"UE, la Carta dei diritti fondamentali dell"Unione europea ha superato i contenuti introdotti dal Trattato di Amsterdam, in quanto oltre ad affermarne in via generale il principio di non discriminazione all"art. 21, 1° co., nell"art. 26 comprende un riferimento specifico all"integrazione delle persone con disabilità: ciò evidenzia come il modello sociale dell"inclusione e delle pari opportunità costituisca ormai un valore fondamentale all"interno dell"UE (in particolare l"art. 26 dedicato all" Integrazione delle persone con disabilità. L"Unione riconosce e rispetta il diritto delle persone con disabilità di beneficiare di misure intese a garantirne l"autonomia, l"inserimento sociale e professionale e la partecipazione alla vita della comunità).

Il decreto legislativo n. 216 del 2003, di attuazione della direttiva 2000/78/CE per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, non contiene definizioni specifiche riguardanti la disabilità ma menziona le "persone portatrici di handicap", per la cui definizione si deve fare riferimento all"art. 3 della Legge quadro n. 104/1992 che identifica la "persona handicappata" in "colui che presenta una minorazione fisica, psichica o sensoriale, stabilizzata o progressiva, che è causa di difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione lavorativa tale da determinare un processo di svantaggio sociale o di emarginazione".

La legge n. 67/2006, sulla tutela giudiziaria delle persone con disabilità vittime di discriminazioni negli ambiti diversi dal lavoro, nell"indicare i soggetti tutelati fa riferimento allo stesso articolo della legge quadro e si riferisce alla discriminazione in pregiudizio alle persone con disabilità mutuando la nozione generale di discriminazione contenuta nel decreto n. 216 del 2003. All"art. 2 la legge del 2006 afferma che "Il principio di parità di trattamento comporta che non può essere praticata alcuna discriminazione in pregiudizio delle persone con disabilità. Si ha discriminazione diretta quando, per motivi connessi alla disabilità, una persona è trattata meno favorevolmente di quanto sia, sia stata o sarebbe trattata una persona non disabile in situazione analoga. Si ha discriminazione indiretta quando una disposizione, un criterio, una prassi, un atto, un patto o un comportamento apparentemente neutri mettono una persona con disabilità in una posizione di svantaggio rispetto ad altre persone. Sono, altresì, considerati come discriminazioni le molestie ovvero quei comportamenti indesiderati, posti in essere per motivi connessi alla disabilità, che violano la dignità e la libertà di una persona con disabilità, ovvero creano un clima di intimidazione, di umiliazione e di ostilità nei suoi confronti".

Pertanto nel nostro ordinamento sussistono tre ipotesi di atti illeciti riconducibili al concetto di discriminazione: atti di discriminazione diretta, atti di discriminazione indiretta e atti di molestia che incidono sui valori fondanti della persona e posti in essere per ragioni connesse alla disabilità della persona destinataria della molestia medesima. Il legislatore ha approntato in tale sede, quindi, una disciplina in cui la natura discriminatoria dell"atto o del comportamento non dipende tanto dall"elemento soggettivo di colui che compie l"atto o tiene il comportamento, e quindi dalla volontà di discriminare dell"autore dell"illecito, nè dal livello di percezione soggettiva che il disabile ha avuto della portata delle condotte altrui, bensì dalle conseguenze che detto atto o comportamento produce in termini di disparità di trattamento.

Dettagliato il quadro normativo di riferimento, il giudice ha valutato gli elementi emergenti dall"istruttoria: in particolare il minore ebbe a subire nell"ambito scolastico numerosi episodi e condotte di discriminazione per molestia da parte della insegnate di sostegno, tali da risultare lesive della dignità dello stesso e capaci di recare allo stesso una umiliazione in ragione alla sua condizione di disabilità.

Oltre a ciò il Tribunale ha riscontrato anche condotte di discriminazione diretta, in quanto il minore non venne fatto partecipare ad una gita scolastica organizzata per tutta la classe e, in altra occasione,  la famiglia venne invitata a soprassedere dal far partecipare il figlio ad un evento didattico organizzato a scuola.

Il Ministero e la scuola, alla luce di tali circostanze, sono stati condannati in solido al pagamento a titolo di risarcimento del danno non patrimoniale in favore dei ricorrenti della somma di €. 10.000, liquidata equitativamente in considerazione del numero delle condotte discriminatorie accertate, della gravità delle stesse, del lasso di tempo in cui le medesime si sono verificate (ovvero un intero anno scolastico), e delle conseguenze emotive che le stesse hanno comportato sull"alunno.



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