Legislazione e Giurisprudenza, Appalti -  Santuari Alceste - 2016-12-19

Se la società mista non rende deve essere sciolta – Cons. St. 5193/16 – Alceste Santuari

Gli enti locali hanno l"obbligo (non la facoltà) di provvedere allo scioglimento delle società miste qualora esse non perseguano più in modo efficace le loro finalità istituzionali

L"art. 4, d. lgs. n. 175/16 (T.U. sulle società partecipate) ha sancito un principio generale: gli enti locali non possono, né direttamente né indirettamente, costituire società aventi per oggetto attività di produzione di beni e servizi non strettamente necessarie per il perseguimento delle proprie finalità istituzionali, né acquisire o mantenere partecipazioni, anche di minoranza, in tali società. Il comma 2 del medesimo articolo, poi, interviene a completare il perimetro di azione degli enti locali nei riguardi delle società partecipate: la P.A. può costituire società esclusivamente a taluni fini, tra cui quello di gestione di un servizio d"interesse generale attraverso un contratto di partenariato di cui all"180, d. lgs. n. 50/2016.

In conseguenza del modificarsi degli equilibri economici all"interno di una società mista, costituita tra un comune e alcuni soggetti privati, l"amministrazione comunale decideva, con deliberazione del consiglio comunale, redatta ai sensi dell"art. 34, commi 20 e 21, d.l. 179/12, di procedere allo scioglimento anticipato della società. In particolare, il comune rilevava che era venuta meno la sostenibilità economica e l"efficacia della gestione del modello gestionale a suo tempo individuato.

I soci privati proponevano ricorso contro la deliberazione: il giudice di prime cure (Tar Liguria – Genova, sez. I, sentenza n. 00400/2016) accoglieva le doglianze dei soci privati, in specie perché ritenevano che la decisione del comune violasse i principi di proporzionalità e ragionevolezza.

Il comune ha presentato appello per la riforma della sentenza di primo grado e il Consiglio di Stato (sez. V, sent. 9 dicembre 2016, n. 5193) lo ha accolto così statuendo:

-) non è la durata giuridica della concessione di un bene (demaniale nel caso di specie) di una società che impone la durata della medesima;

-) è la volontà sociale che deve esprimersi anche sulla permanenza della società, altrimenti, sarebbe "come confondere, e anzi invertire, la relazione tra soggetto e oggetto";

-) l"ente pubblico può ben procedere allo scioglimento anticipato della società cui partecipa quando esso rilevi che il modello societario non risponde più in modo adeguato al perseguimento delle sue finalità istituzionali;

-) in particolare, quando difetta il requisito dell"economicità della gestione e le condizioni dedotte nei patti parasociali e nello statuto sono antieconomiche e ciò può spossessare il comune da ogni beneficio economico, l"ente locale ha il dovere di procedere allo scioglimento;

-) la scelta della soluzione più idonea tra una società interamente partecipata o una società mista o altro modulo organizzativo è propria dell"ente locale che decide secondo una logica discrezionale, i cui unici limiti sono rappresentati dai canoni costituzionali cui detta scelta deve conformarsi;

In ultima analisi, dunque, se dalla gestione societaria si produce una diseconomia, a parità di servizio erogato e in forza di ciò il comune non trae più alcuna partecipazione agli utili della società e risulti più conveniente ricorrere ad altra formula organizzativa (es. una semplice concessione dalla quale l"ente percepirebbe un canone), l"ente locale deve dar corso alla liquidazione della società.



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