Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  Bernicchi Francesco Maria - 2014-06-02

SEQUESTRO DI PERSONA E IDONEITÀ DELLA CONDOTTA - Cass. Pen. 21314/14 - Francesco M. BERNICCHI

Si prende in esame una recente sentenza della Corte di Cassazione (sez. V Penale, sentenza 16 aprile – 26 maggio 2014, n. 21314) relativa al tema del sequestro di persona e dei suoi elementi oggettivi, in particolare riferendosi all'idoneità o meno della condotta.

Il fatto, in breve: con ordinanza del Novembre 2013 il Tribunale di Reggio Calabria, decidendo sulla richiesta di riesame proposta nell'interesse di E.M., sostituiva la misura della custodia cautelare in carcere con quella degli arresti domiciliari.

Il Tribunale riteneva per l'imputato la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza in ordine ai delitti di lesioni aggravate e di sequestro di persone in danno della compagna convivente L.B..
Il M. proponeva ricorso per cassazione, affidato ad un unico, articolato motivo, il seguente: "vizi motivazionali e violazione degli artt. 273 cod. proc. pen. e 605 cod. pen., in particolare criticando la conclusione del Tribunale in ordine alla idoneità della condotta posta in essere a limitare la libertà della donna, nonostante che gli stessi giudici avessero riconosciuto che la fascetta legata alla gamba della vittima era posta al contrario, in modo che quest'ultima si era riuscita a liberare agevolmente."

Nonostante tale doglianza, per i giudici di Piazza Cavour, il ricorso è da ritenersi infondato.

Il delitto di sequestro di persona, infatti, prescinde dalla durata dello stato di privazione della libertà, che può essere limitato anche a un tempo breve (Sez. 5, n. 19548 del 17/04/2013, M., Rv. 256746), e comunque, secondo l'incontestata ricostruzione dei fatti operata dal giudice della cautela, la vittima, dopo essere stata colpita con calci e pugni, era stata legata ad un letto con una catena, assicurata, da un lato, con un lucchetto e, dall'altro lato, con una fascetta di plastica bianca. Solo dopo mezz'ora la donna, approfittando del atto che l'aggressore aveva fissato la fascetta al contrario, era riuscita a liberarsi.

Sono del tutto infondate, dunque, le argomentazioni sull'inidoneità dell'azione a determinare il fine della costrizione della libertà personale, giacché, secondo quanto rappresentato nello stesso ricorso, "il fatto che la vittima sia alfine riuscita a liberarsi non dimostra affatto, anche a tacer delle condizioni in cui la donna si trovava per effetto delle violenza sofferte in precedenza, che l'azione posta in essere dall'indagato fosse caratterizzata da un'originaria e assoluta inidoneità della stessa a rendere impossibile o estremamente difficile il risultato della privazione della libertà personale".
In sostanza, dunque, la donna si è liberata non per la inidoneità della condotta dell'imputato, ma solo perchè, da sola, ha percepito, grazie agli errori del M., la possibilità di uscire dalla situazione di costrizione personale e di sequestro cui era stata sottoposta, peraltro dopo calci e pugni.

Alla pronuncia di rigetto consegue, ex art. 616 cod. proc. pen., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.



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