Legislazione e Giurisprudenza, Beni, diritti reali -  Span√≤ Giuseppe - 2016-02-19

SERVITÙ PREDIALE E NEGOZIO COSTITUTIVO - Cass. civ., sez. II, n. 2853 - Giuseppe SPANÒ

Servitù prediale e costituzione: principi

Il negozio costitutivo richiede la forma scritta

La confessione di uno dei comproprietari del fondo servente non è idonea alla costituzione di servitù

La sentenza in commento è particolarmente interessante perché ribadisce i diversi principi che devono stare alla base del negozio costitutivo di servitù prediale. In particolare la Suprema Corte ricorda che il negozio costitutivo necessariamente richiede la forma scritta per cui, ai fini probatori, non assumono alcuna rilevanza le successive attestazioni provenienti da soggetti estranei al negozio. Essendo tipici i modi di costituzione delle servitù, ne deriva che il riconoscimento da parte di un proprietario della fondatezza dell'altrui pretesa circa la sussistenza di una servitù, in effetti mai costituita, è irrilevante ove non si concreti in un negozio idoneo a far sorgere per volontà degli interessati, la servitù stessa. Allo stesso modo la stessa confessione di uno dei proprietari del fondo servente, circa l'esistenza della servitù, non è idonea alla costituzione della stessa, non essendo ipotizzabile l'estensione a terzi di effetti inesistenti.
La clausola contrattuale inserita che non menziona una particella oggetto della controversia va interpretata secondo i canoni dettati dal codice civile. In particolare la Corte di merito nell'interpretazione non ha tenuto conto del contenuto letterale della pattuizione e della regola che assegna un fondamentale rilievo, nell'attività interpretativa, al significato testuale delle parole e delle espressioni adottate. Si suole affermare, in tema di interpretazione dei contratti, che sia prioritario il canone fondato sul significato letterale delle parole, di cui all'art. 1362 c.c., comma 1, sicchè, quando esso risulti sufficiente, l'operazione ermeneutica deve ritenersi utilmente, quanto definitivamente, conclusa (ad es. : Cass. 11 marzo 2014, n. 5595; Cass. 23 aprile 2010, n. 9786). Tale principio deve specificarsi nel senso che segue: quando la comune intenzione delle parti risulti chiara attraverso la formulazione delle clausole contrattuali, il giudice non è tenuto a ricorrere a criteri interpretativi sussidiari. In presenza, cioè, di una clausola che, sul piano testuale, è di significato univoco, deve esaminarsi se esistano indici rilevatori di una difforme volontà delle parti e, in caso negativo, deve attribuirsi prevalenza al dato letterale, escludendosi alcuna ulteriore operazione ermeneutica (in tema: Cass. 9 dicembre 2014, n. 25840).
Nel caso di specie la dichiarazione delle comproprietarie della particella oggetto della controversia, non poteva indurre la corte di merito a ritenere esistente la preesistente costituzione di un diritto di servitù. Il negozio con cui si costituisce una servitù prediale soggiace alla forma scritta, il che esclude che ai fini probatori possa attribuirsi rilievo a successive attestazioni, oltretutto provenienti da soggetti ad esso estranei. Nella sentenza in esame la Corte richiama i suoi precedenti sul punto, ricordando che i modi di costituzione delle servitù prediali sono tipici, il riconoscimento da parte di un proprietario della fondatezza dell'altrui pretesa circa la sussistenza di una servitù mai costituita è irrilevante ove non si concreti in un negozio idoneo a far sorgere per volontà degli interessati la servitù stessa; del pari, la pretesa confessione di uno dei comproprietari del fondo servente circa l'esistenza della servitù è inidonea alla costituzione della stessa, non essendo ipotizzabile l'estensione a terzi di effetti inesistenti (così Cass. 25 novembre 1992, n. 12551).



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