Legislazione e Giurisprudenza, Minori, donne, anziani -  Campagnoli Maria Cristina  - 2013-12-09

SI' AL RISARCIMENTO DEL DANNO MORALE, NON AL DANNO ESISTENZIALE - Trib. Roma 25.11.2013 - Maria Cristina CAMPAGNOLI

TRIBUNALE CIVILE DI ROMA, SEZ. XII, 25 NOVEMBRE 2013, N. 23351

STALKING: SI AL RISARCIMENTO DEL DANNO MORALE, NO AL RISARCIMENTO DEL DANNO ESISTENZIALE (Maria Cristina Campagnoli)

Il fatto – L"interessante sentenza pronunciata dalla Sezione dodicesima del Tribunale civile di Roma si connota per l"attenzione focalizzata sull""effettività risarcitoria" in seguito ad una condotta di stalking patita dall"attrice, costantemente "vessata" dall"ex partner mai rassegnatosi alla fine del legame sentimentale.

La condotta persecutoria o "stalking" – Come é noto, l"art. 612-bis c.p. rappresenta una delle novità più significative introdotte con il D.L. 23.02.2009, n. 11, recante – appunto – "Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori". Con tale previsione il legislatore ha inteso, pertanto, colmare una lacuna normativa che per molto tempo ha caratterizzato il nostro ordinamento, apprestando una protezione specifica in favore della vittima di comportamenti molesti o minacciosi che, turbando le normali condizioni di vita, pongono colui o colei che li subisce in un grave stato di disagio psichico e fisico; ai fini della sussistenza del reato é, quindi, necessaria la reiterazione della condotta criminosa rappresentata da minacce e/o molestie, salva – comunque – la produzione di almeno uno degli eventi espressamente previsti dalla sopra richiamata norma, ossia: a)un perdurante stato di ansia o di paura nella vittima; b)un fondato timore per l"incolumità propria, di un prossimo congiunto o di persona legata alla vittima da una relazione affettiva; c)l"alterazione delle abitudini di vita della persona offesa. Trattasi, dunque, di reato abituale, proprio in ragione dell"inequivoco riferimento alla reiterazione delle condotte: sul punto – infatti - l"intervento del Supremo Collegio non si è fatto attendere, tanto da stabilire che "anche due soli episodi di minaccia o molestia possono valere ad integrare il reato di atti persecutori …." (Cass. Pen., Sez. V, 05 luglio 2010, n. 25527). Non a caso, la frequente emersione delle condotte moleste nell"ambito dei rapporti familiari ovvero nelle situazioni contrassegnate da un"intima – seppur pregressa – conoscenza fra l"aggressore e la vittima, ha imposto alla giurisprudenza stessa un"opera di concretizzazione della fattispecie delittuosa.

La voce di danno risarcibile in seguito a condotte "oppressive" – Come osservato dal Tribunale capitolino, la responsabilità civile in presenza di comportamenti apertamente persecutori si impone non solo come strumento di riparazione per i danni riportati dalla vittima dello stalker ma, ancor di più, come utile strumento di prevenzione per la continuazione o l"aggravamento dell"illecito; si ritiene, difatti, che la "sanzione" pecuniaria può certamente costituire un "deterrente" rispetto alla mera condanna penale. E", del resto, innegabile come lo stalking possa produrre sia pregiudizi di carattere patrimoniale che danni di natura non patrimoniale, essendo verosimilmente immaginabile l"effetto che le "gesta" persecutorie producono nella vittima, tanto da aprire l"accesso alla risarcibilità dei cd. "disagi psichici" coinvolgenti tutti gli aspetti rilevanti della vita dell"uomo, quali – ad esempio – il benessere psichico, i valori della persona e la qualità della vita. La vittima diventa, invero, bersaglio di un controllo assillante tanto da avvertire un senso di libertà depredata, di impotenza e, soprattutto, di pericolo, venendo – insomma – spogliata dei più elementari diritti (libertà, riservatezza, domicilio) goduti prima nella loro pienezza e poi solo, forse, parzialmente alla stregua di un oggetto dominato e posseduto a piacimento da altri, contro la propria volontà e secondo uno stillicidio non sempre costante ma tale da sfinire anche la persona più paziente e tollerante.

La decisione fatta propria dal Tribunale di Roma: riconoscimento del solo "danno morale" – Le anteposte premesse – seppur noiose – appaiono, però, quanto mai opportune poiché consentono di meglio comprendere gli assunti posti alla base del provvedimento giudiziale de quo, per mezzo del quale, il Giudice – condannando il convenuto (che con condotte reiterate aveva minacciato e/o molestato la propria ex partner) - ha inteso riconoscere alla "vittima dello stalking" una specifica voce risarcitoria, rigettando la domandata richiesta di ristoro del cd. "danno esistenziale". Più propriamente, infatti, il giudicante – non senza ricostruire correttamente la fattispecie costitutiva del diritto al risarcimento – considera liquidabile il mero "danno morale", quale "turbamento psichico transitorio e soggettivo conseguente al reato da ritenersi sussistente, in via presuntiva, alla luce del grave fatto illecito sopportato; gravità – peraltro – rappresentata dalla violenza psichica cui l"attrice medesima é stata vittima …". Considerazioni, queste, raggiunte in forza delle risultanze istruttorie, certificanti – appunto – l"esistenza di un reato accertato seppure in via incidentale (condizione ritenuta idonea ed adeguata per l"attivazione della pretesa risarcitoria giusta la sentenza n. 26972 del dì 11 novembre 2008, pronunciata dal Supremo Consiglio a Sezioni Unite); le testimonianze assunte hanno, invero, dimostrato come il convenuto stesso avesse più volte "tempestato di telefonate" l"ex convivente, recandosi - illegittimamente e di continuo - presso l"abitazione di costei, proferendo gratuite minacce ed insulti. Conseguentemente e, sempre a detta del Tribunale capitolino, la gravità del fatto é facilmente identificabile, ossia riconducibile all"esistenza di una pregressa relazione che ha consentito al soggetto autore dell"illecito di porre in essere l"abuso ed il comportamento penalmente rivelante, sfruttando gli elementi di conoscenza con la vittima maturati nel corso della relazione, sì da esaltare l"aspetto "intrusivo" della condotta dannosa medesima.

Il concetto di danno esistenziale – In base alla definizione elaborata da dottrina e giurisprudenza, il "danno esistenziale" viene – ormai - identificato nella compromissione della sfera di esplicazione di quelle attività che rappresentano un mezzo di realizzazione per l"individuo. Trattasi, in buona sostanza, dei riflessi negativi che un determinato evento é in grado di produrre sull"esistenza del danneggiato, ovvero del peggioramento delle qualità di vita che la violazione di un interesse é in grado di produrre; rebus sic stantibus, ad essere lesa in codesta categoria di pregiudizio é, pertanto, la "sfera di esplicazione dell"uomo", ossia il "fare non redittuale". Ciò nonostante, é – in ogni caso – opportuno tenere distinto il danno in parola dalle altre voci di danno patrimoniale e non patrimoniale. In particolare e, con riferimento al danno morale (che qui interessa), tanto la dottrina quanto la giurisprudenza hanno ben chiare le differenze ontologiche che intercorrono tra queste due categorie. Difatti, il danno esistenziale non si identifica nel patema d"animo e nella sofferenza psico-fisica (che sono le caratteristiche concrete del pregiudizio morale), giacché esso – piuttosto – che al sentire attiene ad un non poter più fare, un dover agire altrimenti. Non va, del resto, dimenticato che la Corte di Cassazione, con l"importantissima sentenza n. 22585 del 03 ottobre 2013, ha voluto "correggere il tiro" rispetto alla nota sentenza dell"11 novembre 2008 n. 26972, la quale – almeno apparentemente – avevano ricondotto la risarcibilità del danno alla persona ad un"unica voce, quella di danno non patrimoniale. Viceversa, con il recente provvedimento giudiziale, l"esimio Consesso ha mostrato di recepire una diversa prospettazione del pregiudizio alla persona tale da restituire autonomia e dignità concettuale alle tre voci di danno, *biologico inteso come compromissione della salute psico-fisica dell"individuo medicalmente accertabile, *morale subiettivo, inteso come sofferenza interiore e *cd. "esistenziale", inteso come possibile danno dinamico-relazionale, ossia come "compromissione delle normali potenzialità di esplicazione e realizzazione della personalità del danneggiato, tanto in ambito familiare, quanto in ambito professionale e di relazione con soggetti terzi". Danni, quindi, diversi e per ciò solo autonomamente risarcibili, a condizione che di essi se dia rigorosa prova in riferimento al singolo caso specifico.

Perché l"esclusione del "ristoro esistenziale" – Sulla scorta di quanto appena sopra esposto, evidente é la ragione per cui la risarcibilità de qua sia stata decisamente esclusa dal Giudice romano; esclusione correttamente individuata nella nozione stessa di pregiudizio esistenziale, vale a dire di "danno permanente …" tale da alterare le abitudini di vita del soggetto leso nonché gli assetti relazionali che gli erano propri. Laddove, quindi, si sia al cospetto di un "male" grave ed invasivo che, però, abbia provocato una sofferenza "temporanea e limitata ad un periodo di tempo" é solo possibile provvedere alla liquidazione del mero danno morale, restando le ipotesi di danno esistenziale connesse alla dimostrazione, nel giudizio civile, di aver subito un "pregiudizio permanente". E", dunque, evidente che una un"impostazione volta a focalizzare il discorso sullo stress emotivo patito dalla vittima impedisce di tracciare una distinzione netta tra danno esistenziale e danno morale. Non a caso, una prospettiva volta a leggere il pregiudizio esistenziale nei termini di stress emozionale porterebbe – senza dubbio – a ridurre enormemente la portata innovativa di una simile figura; la stessa, infatti, verrebbe a rappresentare una sorta di duplicato del danno morale, destinato – come tale – ad assolvere una funzione di carattere sussidiario; si tratterebbe, cioè, di una posta deputata ad entrare in campo esclusivamente nei casi in cui il danno morale non risulterebbe risarcibile.

Sia, però, consentita un"osservazione del tutto umana e, dunque, fuori dal contesto giuridico. Pur assentendo in merito al fatto che il risarcimento attenua il danno, é una chimera credere che una volta ristorato il pregiudizio tutto tornerò come prima. Ottenere il risarcimento non placa, infatti, l"angoscia, non tira fuori dalla tempesta, non cancella l"accaduto, il terrore quotidiano e la diffidenza verso gli altri; niente, invero, sarà più come prima, perché é lo stesso danneggiato, che pur risarcito, é cambiato per sempre.



Autore

immagine A3M

Visite, contatti P&D

Nel mese di agosto 2020 Persona & Danno ha registrato oltre 241.000 visite.

Articoli correlati