Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  Gasparre Annalisa - 2015-11-09

SI INTERROMPE LA RELAZIONE STABILE E SI FINISCE IN TRIBUNALE PER STALKING - Cass. pen. n. 10393/15 - Annalisa GASPARRE

Quella che segue è una storia tra tante: la relazione finisce, uno dei due non lo accetta.

Quel che è peculiare è però la tempistica e le modalità dei fatti narrati.

La vicenda infatti riguardava due protagonisti che avevano una relazione stabile, tanto che avevano già arredato un'abitazione che avrebbero dovuto occupare.

Improvvisamente lei interrompeva la relazione e lui reagiva con ripetuti sms e richieste di incontro. Aveva poi preso ad insultarla e ad aggredirla, cercando anche di seguirla in casa, dove la donna si era rifugiata in stato di grande agitazione.

Comprensibile la volontà di avere spiegazioni, molto meno comprensibili le modalità.

Il Tribunale di Vigevano condannava il ragazzo e la Corte d'appello di Milano confermava la sentenza.

Sul reato di stalking e sui rapporti con altri reati, diffusamente e con ampia casistica, Gasparre, IL REATO DI STALKING TRA PROFILI TEORICI E APPLICAZIONI GIURISPRUDENZIALI, Key Editore, settembre 2015

Cass. pen. Sez. V, Sent., (ud. 02-12-2014) 11-03-2015, n. 10393

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. OLDI Paolo - Presidente -

Dott. SABEONE Gerardo - Consigliere -

Dott. POSITANO G. - rel. Consigliere -

Dott. CAPUTO Angelo - Consigliere -

Dott. DEMARCHI ALBENGO Paolo - Consigliere -

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

B.D. N. IL (OMISSIS);

avverso la sentenza n. 5245/2012 CORTE APPELLO di MILANO, del 07/01/2013;

visti gli atti, la sentenza e il ricorso;

udita in PUBBLICA UDIENZA del 02/12/2014 la relazione fatta dal Consigliere Dott. GABRIELE POSITANO;

Il Procuratore generale della Corte di Cassazione, dr Eduardo Vittorio Scardaccione, conclude chiedendo il rigetto del ricorso;

Per il ricorrente è presente l'Avvocato ----, in sostituzione dell'Avvocato ----, il quale chiede l'accoglimento del ricorso.

Svolgimento del processo

1. Il difensore di B.D. propone ricorso per cassazione contro la sentenza emessa dalla Corte d'Appello di Milano, in data 7 gennaio 2010, con la quale veniva confermata, nei confronti dell'imputato, la condanna emessa dal Tribunale di Vigevano, con sentenza del 30 novembre 2010, che aveva riconosciuto colpevole B. del reato previsto dall'art. 612 bis c.p. (capo 1) e artt. 582 e 585 in relazione all'art. 576 c.p., n. 1 e art. 61 c.p., n. 2 (capo 2), con condanna alla pena di mesi tre di reclusione, oltre al risarcimento dei danni in favore della parte civile, liquidati in complessivi Euro 4000, oltre spese di difesa legale.

2. All'imputato era stato contestato di avere minacciato e molestato A.F., attraverso continue e reiterate telefonate e messaggi, inviati anche ad una sua collega di lavoro, presentandosi sul luogo di lavoro della persona offesa, ingenerando nella stessa un perdurante grave stato d'ansia e di paura, nonchè di avere cagionato alla medesima persona offesa lesioni personali. Il Tribunale con sentenza del 30 novembre 2010 dichiarava l'imputato colpevole dei reati ascrittigli, unificati dal vincolo della continuazione e, ritenuto più grave il reato di lesioni, concesse le attenuanti generiche prevalenti, lo condannava alla pena indicata in premessa.

3. Il Tribunale riteneva attendibili e circostanziate le dichiarazioni della persona offesa, riscontrate da altre risultanze istruttorie.

4. Avverso la decisione del Tribunale proponeva appello la difesa deducendo che il comportamento dell'imputato andava ridimensionato e chiarito alla luce del fatto di essere stato improvvisamente lasciato dalla persona offesa il giorno dopo aver festeggiato, insieme, il compleanno. Quanto alla lesione, si sarebbe trattato di un fatto accidentale, difettando l'intenzione dell'imputato di colpire la parte lesa.

5. Avverso la decisione della Corte d'Appello, che ha ritenuto infondati i motivi di impugnazione, propone ricorso per cassazione la difesa di B.D. lamentando:

- vizio di motivazione atteso il rinvio, per relationem, alla decisione di primo grado, neppure riportata per esteso dalla Corte territoriale;

- vizio di motivazione in ordine agli elementi di prova e all'elemento costitutivo del reato di cui all'art. 612 bis, oltre che alla serialità delle condotte ed alla percezione, da parte della vittima, della minaccia;

- vizio di motivazione in ordine agli elementi di prova del reato di lesioni, attesa l'assenza di volontà di colpire la parte offesa;

- erronea applicazione dell'art. 538 c.p.p., riguardo alla liquidazione del risarcimento del danno e vizio di motivazione sul quantum della pretesa.

Motivi della decisione

La sentenza impugnata non merita censura.

1. Con il primo motivo la difesa lamenta mancanza, contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione, nella parte in cui la Corte territoriale, richiamando l'orientamento giurisprudenziale secondo cui la motivazione delle sentenze dei due gradi di merito costituiscono una sola argomentazione giuridica, poichè fondata su una valutazione del materiale probatorio con criteri omogenei, omette di riportare la parte dell'argomentazione della sentenza di primo grado che ritiene di voler "saldare".

2. Il motivo è destituito di fondamento, poichè la Corte territoriale si è limitata a richiamare l'indirizzo giurisprudenziale, ormai consolidato, secondo cui le motivazioni delle sentenze dei due gradi di merito costituiscono una sola entità logico-giuridica con la conseguenza che, nell'ipotesi in cui il giudice di appello abbia valutato il materiale probatorio con criteri omogenei a quelli usati dal giudice di primo grado, limitandosi a fare riferimento a quanto sul punto affermato da quest'ultimo, non ricorre vizio di motivazione. Nel caso di specie la Corte, nelle pagine quattro 5 e 6 ha ampiamente descritto, richiamandoli, i fatti posti a sostegno della decisione di primo grado, nonchè la motivazione adottata dal Tribunale in ordine alla valutazione delle prove e alla qualificazione del fatto in termini di atti persecutori.

3. Con il secondo motivo la difesa deduce mancanza e manifesta illogicità della motivazione riguardo agli elementi di prova del reato previsto all'articolo 612 bis c.p. rilevando l'insussistenza dei presupposti del reato. Infatti, la vicenda prendeva le mosse da una pregressa relazione sentimentale stabile, tanto intensa che i due protagonisti avevano già arredato un'abitazione che avrebbero dovuto occupare, mentre l'imputato aveva ricevuto, senza preavviso e spiegazione, la comunicazione che la relazione doveva intendersi definitivamente finita. In tale contesto andrebbero letti i 17 sms inviati in un periodo di 20 giorni e l'unico incontro, rilevante, al più, ai fini del reato di cui al capo 2) dell'imputazione. La difesa rileva, come già fatto in appello, che anche il messaggio inviato all'amica della persona offesa, G.C., non poteva essere percepito come una minaccia di morte, ma quale semplice sfogo di un giovane innamorato e deluso. In ogni caso, quelle condotte non avrebbero determinato alcun mutamento delle abitudini di vita della persona offesa non ricorrendo, nè la reiterazione delle condotte, nè la produzione di un grave e perdurante stato di ansia fondato sul timore per la propria incolumità. Sotto tale profilo nessun accertamento medico sarebbe stato espletato, dovendosi ritenere del tutto insufficiente la generica indicazione della persona offesa di essersi recata temporaneamente a vivere presso l'abitazione dei genitori.

4. La doglianza presenta evidenti profili di inammissibilità risultando meramente ripetitiva dei motivi di appello, peraltro analiticamente riportati nella decisione impugnata, senza confrontarsi in alcun modo con le puntuali argomentazioni poste a sostegno della decisione impugnata. In ogni caso, la motivazione della Corte territoriale, trattandosi di doppia conforme, come evidenziato, si fonde con quella di primo grado, formando un tutt'uno motivazionale basato su un apparato logico argomentativo uniforme (Sez. 3, n. 10163 del 01/02/2002 - dep. 12/03/2002, Lombardozzi D, Rv. 221116).

5. La sentenza non si limita ad analizzare con scrupolo metodologico il racconto della persona offesa, ma analizza con il dovuto rigore critico gli elementi di riscontro alle dichiarazioni della vittima.

Sotto il primo profilo la Corte territoriale ha ben evidenziato che il prolungato invio di sms costituisce oggettivamente una condotta molesta, mentre il profilo della serialità va ricondotto alle modalità con le quali è stata realizzata la condotta dell'imputato, caratterizzata da pedinamenti, invii di messaggi, aggressioni e lesioni. La parte offesa, come evidenziato in sentenza, ha riferito che l'imputato, dopo aver appreso della fine della relazione, aveva iniziato a insultarla, sferrandole un ceffone al labbro e cercando di seguirla in casa, dove la stessa si era rifugiata in stato di grande agitazione. Nei 20 giorni successivi la ragazza aveva ricevuto sul telefono cellulare un numero elevato di messaggi, tanto che il telefono continuava a squillare anche sul luogo di lavoro e la memoria dei messaggi si era esaurita. La presenza dell'imputato era stata percepita anche sul luogo di lavoro, nonchè sotto casa. In particolare, si legge in sentenza, nell'episodio ritenuto rilevante anche dalla difesa dell'imputato, il giorno 1 gennaio 2010, mentre la parte civile si accompagnava con una persona con la quale, da pochi giorni, aveva intrapreso una relazione, aveva avuto un incontro con l'imputato in occasione del quale gli animi si erano scaldati e la persona offesa, nel tentativo di frapporsi fra i due contendenti, era stata colpita alla mandibola. Dopo l'episodio, la vittima era stata tempestata di telefonate e la sera si era recata al Pronto Soccorso per la lesione subita. Aveva appreso del messaggio di morte inviato alla collega G. e, turbata, si era trasferita presso l'abitazione dei genitori. Due giorni più tardi, accortasi che l'imputato si era presentato nei pressi del luogo di lavoro, si era fatta accompagnare dal fratello presso i Carabinieri, dove aveva presentato querela.

6. La Corte, con motivazione giuridicamente corretta, ha richiamato la valutazione operata dal primo giudice in ordine all'attendibilità delle circostanziate dichiarazioni della persona offesa, riscontrate dalla testimonianza di G.C., riguardo al contenuto del messaggio inviatole dall'imputato, da quelle del teste M., che accompagnava la persona offesa e del padre di quest'ultima, Omissis, in ordine al trasferimento presso l'abitazione dei genitori e alla necessità di scortare la figlia in occasione degli spostamenti. Sotto tale profilo la Corte territoriale ha evidenziato che ciò ha comportato un mutamento delle abitudini di vita della persona offesa, come richiesto dall'art. 612 bis.

7. Con il terzo motivo deduce mancanza e manifesta illogicità della motivazione in ordine ai presupposti del reato di lesione in quanto, in occasione dell'episodio oggetto di contestazione, il presunto danno sarebbe stato determinato dalla concitazione della discussione con il nuovo compagno della persona offesa, la quale era stata incautamente urtata durante la discussione.

8. Valgono per tale censura le medesime considerazioni relative al motivo precedente non ricorrendo alcuna illogicità nella ricostruzione dei fatti operata dalla Corte territoriale e nella qualificazione giuridica degli stessi, dovendosi solo aggiungere, trattandosi di doppia conforme, che il profilo della accidentalità non ha trovato conforto, come si legge nella sentenza impugnata, nelle dichiarazioni del teste M..

9. Con il quarto motivo la difesa lamenta violazione l'art. 538 riguardo alla liquidazione del risarcimento del danno, attesa la insussistenza di un pregiudizio da riferire, sia al reato stalking, che a quello di lesioni.

10. Il motivo è inammissibile perchè non sottoposto al giudice di appello.

11. Alla pronuncia di rigetto consegue ex art. 616 c.p.p., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

12. Considerata la peculiarità della fattispecie, riguardante reati commessi in ambito familiare, la Corte ritiene - ai sensi del D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, art. 52 - di disporre l'omissione, in caso di diffusione del presente provvedimento, dell'indicazione delle generalità e degli altri dati identificativi delle parti del processo.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Dispone l'omissione, in caso di diffusione del presente provvedimento, dell'indicazione delle generalità e degli altri dati identificativi delle parti del processo.

Così deciso in Roma, il 2 dicembre 2014.

Depositato in Cancelleria il 11 marzo 2015



Autore

immagine A3M

Visite, contatti P&D

Nel mese di agosto 2020 Persona & Danno ha registrato oltre 241.000 visite.

Articoli correlati