Changing Society, Intersezioni -  Redazione P&D - 2014-07-02

SIMONE DE BEAUVOIR: IL LUTTO (UNA DONNA SPEZZATA) - PC

da Simone de Beauvoir, Monologo, tratto da Una donna spezzata, Einaudi, Torino, 1988

La protagonista di questo breve racconto (il cui nome, significativamente, non viene mai pronunciato) è, nelle prime righe, una donna che si ritrova a passare sola la notte di Capodanno. L"atmosfera è resa ancora più tetra dall"infinito vociare della gente attorno, le urla, le risate, la musica. È separata da un uomo, Tristan, e di rado riesce a vedere il figlio Francis; in una serata così inconsolabile invoca il passato migliore, il desiderio di un futuro non più sola, la speranza che il marito torni da lei:

Voglio che mi rispettino voglio mio marito voglio mio figlio voglio una famiglia come tutti quanti.  Se dovessi mettermi a letto non ci sarebbe un"anima che si scomoderebbe per venire a curarmi. Potrei anche crepare col mio povero cuore sfiancato e nessuno ne saprà niente me ne fotte assai. Dietro la porta troveranno una carogna puzzerò me la sarò fatta sotto i topi mi avranno mangiato il naso. Crepare sola vivere sola proprio no. Mi ci vuole un uomo voglio che Tristan torni a stare con me porco di un mondo tutti ridono urlano e io sono qui a crepare di malinconia; quarantatre anni è troppo presto e non è giusto voglio vivere. Ero fatta per la gran vita io: la dueposti l"appartamento i vestiti.

Le voci dalla strada diventano pian piano il contrappasso del silenzio che le regna attorno; improvvisamente ci rendiamo conto del fatto che si viva come una perseguitata, abbandonata da tutti, senza appigli. Il matrimonio è finito, nessuno attorno a lei sembra intenzionata ad aiutarla. Improvvisamente i passanti che festeggiano sotto la sua finestra le appaiono come dei nemici che godono della sua solitudine, della sconfitta. Agogna, allucinata, un continuo desiderio di rivincita:

Quel porco di Tristan voglio che mi porti al ristorante a teatro lo pretenderò non pretendo abbastanza tutto quello che sa fare è di arrivare qui solo o col ragazzo mi fa dei gran sorrisi mielati e dopo un"oretta se la svigna. Anche stanotte non un gesto! Maiale! Mi scoccio a morte e non è mica umano che uno si scocci così. Se almeno dormissi mi servirebbe ad ammazzare il tempo. Ma con tutto questo fracasso. E chissà che risate si fanno: « Lei è sola ». Rideranno giallo quando Tristan tornerà a me. Perché tornerà riuscirò a obbligarlo. Tornerò a frequentare le grandi sartorie darò delle serate dei cocktail pubblicheranno la mia foto su « Vogue » in gran décolleté ho dei seni che non hanno paura di nessuno.

Sono seppellita. Hanno fatto lega tutti quanti per sprofondarmi. Neanche questa sera non un segno di vita. E sanno bene che le notti di festa dove tutti quanti se la spassano mangiano e chiavano la gente sola la gente in lutto ha il suicidio facile.

Poi, improvvisamente, il giro di boa: questa donna così sola è una madre che ha perso la prima figlia, morta suicida. Ecco che ci viene dato lo snodo centrale: la protagonista non è una donna, è una madre che ha perso la figlia. Nulla da quell"evento è stato più come prima: la spirale dei sensi di colpa, la solitudine, « l"opera della mia vita volatilizzata ». E allora ecco un matrimonio sbagliato per cercare di riparare una vita, un nuovo figlio per volersi sentire ancora madre. Ma ormai il danno è stato fatto, e non sembra esserci rimedio; e la mancanza di un "antidoto" risiede proprio nel non essere più stata amata da nessuno dopo quell"evento.

Se potessi dormire ma non ho sonno l"alba è ancora lontana è un"ora lugubre e Sylvie è morta senz"avermi capita non ne guarirò mai. Quest"odore d"incenso è quello del servizio funebre; i ceri i fiori il catafalco: la mia disperazione. Morta; non era possibile! Per ore e ore restai seduta accanto al suo cadavere pensando macché adesso si sveglia adesso mi risveglio. Tanti sforzi tante lotte drammi sacrifici: tutto invano. L"opera della mia vita volatilizzata. Non lasciavo niente al caso, e il più crudele dei casi mi si è messo attraverso la strada. Sylvie è morta. Sono già cinque anni. È morta. Per sempre. Non lo sopporto. Aiuto mi sento male mi sento troppo male qualcuno mi porti fuori di qui non voglio ricominciare a rotolare no aiutatemi non ne posso più non lasciatemi sola … Chi posso chiamare?

Quando ci penso mi dico che se qualcuno avesse saputo amarmi sarei stata la tenerezza in persona. Non c"è mai nessuno che pensi a me, come se fossi cancellata dal mondo come se non fossi mai esistita. E infatti esisto forse? Ahi! Mi sono data un pizzico così forte che mi verrà un livido. Che silenzio! Più nessuna macchina più nessun passo per la strada non un rumore nella casa un silenzio di morte.

La mia sventura non li ha disarmati. Eppure mi pare che Satana in persona avrebbe sentito pietà di me. Per tutta la mia vita saranno le due del pomeriggio di un martedì di giugno. « La signorina dorme così sodo che non riesco a      svegliarla ». Provai un tuffo al cuore mi precipitai là gridando: « Sylvie non ti senti bene? » Sembrava che dormisse era ancora tiepida. Era tutto finito già da diverse ore mi disse il medico. Mi misi a urlare mi misi a girare per la stanza come una pazza. Sylvie perché mi hai fatto questo! La rivedo calma distesa e io che non capivo più niente e quel bigliettino per suo padre non significava niente e lo straccia faceva parte della messa in scena non era altro che una messa in scena ne ero certa ne ero certa – una madre conosce sua figlia – che lei non è che avesse voluto morire ma aveva calcato la dose ed era morta che orrore! È troppo facile con queste droghe che uno si può procurare in cento modi; queste ragazzine per un sì o per un no giocano al suicidio e Sylvie ha seguito la moda e non si è più svegliata. Arrivavano qui baciavano Sylvie nessuno che baciasse me mia madre mi gridò: « Sei tu che l"hai ammazzata! » Mia madre la mia propria madre. La fecero star zitta ma le loro facce il loro silenzio il peso del loro silenzio. Già se fossi stata una di quelle madri che si alzano alle sette del mattino l"avremmo potuta salvare io vivo su un altro ritmo non è mica un delitto. Come potevo immaginare? Ero sempre lì quando lei tornava dal liceo ci sono tante madri che non possono dire altrettanto pronta a chiacchierare con lei a interrogarla era lei che si chiudeva nella stanza con la scusa di lavorare. Mai che io le sia mancata. E mia madre proprio lei che mi ha sempre lasciata sola ha osato!

Dopo i funerali mi ammalai. Continuavo a ripetermi: « Se mi fossi alzata alle sette...se fossi andata a darle un bacio rientrando…» Mi sembrava che l"avessero udito tutti quel grido di mia madre e non osavo più uscire di casa camminavo rasente si muri il sole mi dava un dolore al piloro mi pareva che la gente mi guardasse che bisbigliassero tra loro che mi mostrassero a dito basta basta preferirei morire qui sul momento piuttosto che rivivere quelle ore. Dimagrii dieci chili, uno scheletro non mi reggevo in piedi barcollavo.

Questo è lo snodo centrale del racconto: il bisogno di essere amata. Certo, il bisogno di tutti, ma doppio quando ci si trova di fronte ad un soggetto debole, pieno di dolore. Il lutto toglie un quantitativo d"affetto e di calore che deve essere in qualche modo riempito, sostituito; è come se improvvisamente il corpo assumesse un"andatura concava: c"è un "vuoto" con cui confrontarsi ogni giorno. Come è evidente dalle parole di questo terribile monologo, la donna è impazzita, il dolore è sfociato nella follia; e sono gli altri, le persone attorno a lei i responsabili di tutto questo. Più si scende verso il baratro, più il vuoto attorno; il marito, accortosi del disagio, se ne va e porta con sé il figlio. La sofferenza sembra non conoscere confini definiti, ed è insostenibile, in una sola vita umana, il peso di un lutto e dell"assoluto disamore attorno. Tutti dobbiamo essere amati; solo, i deboli con più vigore.

Persa ogni speranza nell"umanità, un ultimo appello al sovrumano:

…Mio Dio! Fa" di esistere! Fa" che ci sia un cielo e un inferno passeggerò per i viali del paradiso col mio ragazzino e la mia cara figlia e tutti loro si torceranno nelle fiamme dell"invidia e io li guarderò arrostire e gemere e riderò riderò e i bambini rideranno con me. Me la devi questa rivincita mio Dio. Esigo che tu me la dia.



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