Legislazione e Giurisprudenza, Responsabilità della p.a. -  Santuari Alceste - 2015-10-12

SOCIETA IN HOUSE E RESPONSABILITA ERARIALE CDA – Corte Conti Siciliana 778/15- Alceste SANTUARI

Sussiste la giurisdizione contabile per la responsabilità di un cda per danni cagionati al patrimonio di una società in house

Definizione di società in house pluripartecipata

Il danno si configura quando non viene rispettato il divieto di assunzioni

La Corte dei Conti, sez. giurisdizionale per la Regione Siciliana, con sentenza 1 settembre 2015, n. 778, è intervenuta sul tema delicato della responsabilità erariale dei componenti di un consiglio di amministrazione di una società in house. Nel caso di specie, il CdA aveva provveduto ad assumere n. 4 persone nonostante

il divieto esplicito in tal senso contenuto in apposito atto di indirizzo della Regione Sicilia impartito a tutte le società partecipate dall"ente regionale

il parere del Comitato di controllo analogo, il quale aveva chiesto di investire di tale questione l"Assemblea dei soci.

Nella difesa dei convenuti si è invocato il difetto di giurisdizione, atteso che il danno doveva essere riferito alla società e non direttamente al socio pubblico, se non come riflesso negativo sul valore o sulla redditività della quota di partecipazione. Pertanto, la difesa chiedeva di radicare la giurisdizione avanti al giudice ordinario, competente a giudicare sull"azione sociale di responsabilità nei confronti degli amministratori.

La Corte dei Conti ha inteso ricordare che la società acquista la qualificazione di "in house providing" quando lo statuto prevede i seguenti elementi caratterizzanti:

l-) a sola partecipazione al capitale sociale di soggetti pubblici

-) quale oggetto esclusivamente la prestazione di servizi strumentali a favore degli enti pubblici facenti parte della Società;

-) il divieto di svolgere prestazione di servizi a favore di altri soggetti, sia a mezzo di affidamento diretto ovvero attraverso gara.

Poiché la difesa sosteneva che la qualificazione di in house non sussisteva al momento della assunzione del personale, in quanto tale configurazione si sarebbe concretizzata con l"acquisizione della quota di minoranza da parte della Regione Sicilia, i magistrati contabili hanno ribadito che "sulla scia dell"orientamento espresso con la citata sentenza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione n. 7177 del 26 marzo 2014, si può, dunque, solo rilevare che, al tempo in cui sono oggettivamente collocabili le condotte contestate, la società era una società in house, atteso che il primo riscontro documentale della trattazione della questione dell"assunzione dei congiunti prossimi dei dipendenti deceduti è costituito dal verbale della seduta del Consiglio di amministrazione del 6 giugno 2008."

La Corte ha ricordato come il rilevato che il Presidente della Regione siciliana, nell"esercizio di un potere discrezionale espressamente finalizzato, tra l"altro, a orientare "la gestione delle società regionali" secondo "criteri di razionalizzazione delle risorse e contenimento dei costi di gestione", aveva disposto la sospensione, per tutte le società partecipate, delle assunzioni di personale, in attesa dell"elaborazione del piano di riordino delle partecipazioni societarie regionali. Si tratta di un indirizzo noto al consiglio di amministrazione e al comitato di controllo analogo della società, il quale, infatti, non acconsentì ad autorizzare le assunzioni di nuovo personale in vigenza del divieto imposto dalle direttive regionali, espressione, peraltro, del controllo analogo riconosciuto in capo all"ente pubblico socio.

Infine, il Collegio ha inteso rilevare che, per quanto concerne il danno, così come emerso dall"impianto accusatorio della Procura, "essendo le assunzioni esplicitamente vietate per esigenze di contenimento della spesa pubblica, è la spesa vietata che risulta di per sé dannosa". Al riguardo, i magistrati contabili hanno precisato che "secondo i principi fissati dalla giurisprudenza, seppur elaborati per vicende diverse (fra le altre: Corte dei conti, Sez. giur. Sicilia, sent. n. 244 del 13 marzo 2015; Sez. App. Sicilia, sent. n. 389 del 19 settembre 2014; Sez. giur. Sicilia, sent. n. 2681 dell"11 luglio 2013; Sez. giur. Piemonte, sent. n. 6 del 16 gennaio 2013), quando una norma [anche regolamentare (Sez. App. Sicilia, sent. n. 430 del 28 ottobre 2014)] vieti determinate spese, ritenendole implicitamente non utili, è sufficiente, affinché si realizzi il danno erariale, la circostanza che le medesime spese siano state eseguite in violazione di tali divieti, non essendo possibile tener conto dei vantaggi conseguiti dall"amministrazione riguardo all"attività vietata. Gli stessi principi, ad avviso del Collegio, vanno applicati anche nel caso di specie, sebbene il divieto assoluto di assumere lavoratori, formulato per esigenze di contenimento della spesa pubblica, sia stato imposto con atti amministrativi."

Si tratta, nel caso di specie, di atti che integrano il controllo analogo, caratteristica fondamentale e descrittiva la qualificazione giuridica di società in house: la Regione Siciliana "nello stesso tempo, è titolare del manifestato interesse al contenimento della spesa pubblica ed esercita, sulla Società, "un controllo sulla gestione, analogo a quello esercitato sui propri servizi" (articolo 16-ter dello statuto, cit.), tale che, in definitiva, gli amministratori medesimi si trovano collocati in una posizione di sostanziale subordinazione gerarchica, sicché, in buona sostanza, l"Amministrazione regionale, agendo all"interno del quadro ordinamentale di riferimento, ha stabilito, con atti vincolanti, come utilizzare gli strumenti disponibili per raggiungere quella finalità individuata dalla legge e dalla Costituzione."

In definitiva, il Collegio ha affermato che "sussistendo il predetto divieto assoluto di assumere personale, alla mancata concessione, da parte della Regione stessa (che lo ha imposto e che è, per espressa previsione statutaria, titolare di incisivi poteri sulla gestione sociale), della deroga chiesta per far fronte a determinate esigenze (peraltro qui nuovamente prospettate quali argomenti di difesa processuale) può solo essere attribuito il significato della riconosciuta recessività dell"interesse sociale rispetto a quello perseguito, dall"Ente territoriale, vietando le assunzioni, vale a dire il contenimento della spesa pubblica. Ciò è sufficiente per escludere tassativamente ogni possibilità, per la Società, di assumere personale."

Di qui, dunque, la responsabilità erariale in capo agli amministratori che hanno disatteso il divieto e, conseguentemente, al giurisdizione della Corte dei Conti per i danni cagionati al socio pubblico (totalitario).



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