Legislazione e Giurisprudenza, Generalità, varie -  Santuari Alceste - 2016-02-28

SOCIETA PARTECIPATE E COMPENSI DEL CDA – Corte Conti Piemonte 2/16 e Corte Conti Veneto 68/16 – Alceste SANTUARI

L"art. 4, d.l. 95/12 ha imposto un obbligo di contenimento e riduzione della spesa pubblica, che ricomprende la riduzione del numero dei cda delle società partecipate e del tetto complessivo delle loro retribuzioni. Sul punto, intervengono due pronunce della Corte dei Conti, Piemonte e Veneto che qui brevemente si commentano.

L"art. 4, comma 4, d.l. 95/12 stabilisce quanto segue: "Fatta salva la facoltà di nomina di un amministratore unico, i consigli di amministrazione delle società controllate direttamente o indirettamente dalle amministrazioni pubbliche di cui all"art. 1, comma 2, D.lgs. 30 marzo 2001, n. 165 e successive modificazioni, che abbiano conseguito nell"anno 2011 un fatturato da prestazione di servizi a favore di amministrazioni pubbliche superiore al 90 per cento dell"intero fatturato devono essere composti da non più di tre membri[…] A decorrere dal 1 gennaio 2015, il costo annuale sostenuto per i compensi degli amministratori di tali società, non può superare l"80 per cento del costo complessivamente sostenuto nell"anno 2013".

Il successivo comma 5 fa riferimento "alle altre società a totale partecipazione pubblica, diretta o indiretta", alle quali, comunque, si applica quanto previsto dal comma 4 riguardante gli ulteriori limiti di spesa per i compensi degli amministratori.

In questa cornice normativa, la Corte dei Conti, sez. controllo per il Piemonte, con deliberazione 18 gennaio 2016, n. 2 ha analizzato un quesito posto da un Comune riguardante appunto l"applicazione alle società controllate direttamente o indirettamente da una P.A., del tetto al compenso per i componenti del CdA di una società pubblica. I giudici contabili piemontesi, dopo aver richiamato la nozione di controllo di cui all"art. 2359 c.c., sostengono che una società a totale partecipazione pubblica non rientra di per sé nella definizione codicistica di società controllata, atteso che il capitale sociale può essere frazionato in capo ad una molteplicità di enti pubblici territoriali, nessuno dei quali risulta quindi essere titolare della maggioranza dei voti esercitabili in assemblea, ovvero dei voti sufficienti per esercitare un"influenza dominante nell"assemblea o in virtù di vincoli contrattuali.

Ne consegue che, secondo il giudizio della Corte dei Conti piemontese, "il comma 5 dell"art. 4 del D.L. 95/12 si pone come norma generale applicabile, di regola, a tutte le società a totale partecipazione pubblica, salvo il caso in cui la società a partecipazione pubblica rientri nella qualificazione di società controllata (direttamente o indirettamente) ex art. 2359 c.c. e, in quest"ultimo caso, si verifichino i presupposti di cui al comma 4 dell"art. 4 del citato D.L. 95/12 (conseguimento nell"anno 2011 di un fatturato da prestazione di servizi in favore di amministrazioni pubbliche superiore al 90%). In tale caso troverà, infatti, applicazione, anche con riferimento alle società a totale partecipazione pubblica, la disciplina speciale dell"art. 4, comma 4 (che, quindi, si pone in rapporto di specie a genere nei confronti di quella di cui al successivo comma 5)."

Inoltre, fanno notare i giudici contabili che, peraltro, la specialità della disciplina deve considerarsi unicamente come attinente "al numero massimo di componenti del consiglio di amministrazione (cinque ovvero tre), ma non alle ulteriori limitazioni in materia di costi per compensi" dei CdA. Rimanendo fermo il limite dell"80% della spesa sostenuta, a tale titolo, nell"anno 2013 e l"obbligo di riversamento alle P.A. o alle società di appartenenza del compenso percepito da amministratori che siano dipendenti delle amministrazioni titolari della partecipazione o, in caso di partecipazione indiretta del titolare di poteri di indirizzo e coordinamento, della società controllante.

La Corte dei Conti, sez. controllo per la Regione Veneto, con deliberazione 28 gennaio 2016, n. 68,

è stata chiamata in causa per rispondere alla richiesta di parere riguardante il fatto che, in ragione della cariche pubbliche ricoperte dai membri del CdA, agli stessi non era stato erogato alcun compenso determinando così un costo, riferito al 2013, inferiore a quello che avrebbe dovuto essere.

I giudici contabili veneti, sul punto, hanno precisato che il limite fissato dalla norma sopra richiamata deve considerarsi applicabile "a prescindere dalla composizione del Consiglio di amministrazione nell"anno di riferimento e quindi della presenza di soggetti non aventi titolo al compenso".

La norma non lascia "spazi ermeneutici tali da consentire di tenere in conto le peculiari situazioni che, in concreto, allo scopo di temperare conseguenze derivanti da una letterale applicazione della norma, abbiano concorso a quantificare gli importi "sostenuti in misura ridotta rispetto alle originarie "spettanze" (cfr. Corte dei Conti, sez. reg. di controllo per la Regione Emilia-Romagna, deliberazione n. 120/2015/PAR).

I giudici contabili veneti hanno tuttavia segnalato che la norma richiamata ponga un problema di coordinamento tra la stessa e la disciplina codicistica, in specie avuto riguardo alla fattispecie in cui la società, nel 2013, non abbia erogato compensi ai propri amministratori, in ossequio a quanto previsto dal comma 718 dell"art. 1 della L. n. 296/2006, in quanto rivestivano la carica di amministratori negli enti pubblici soci della società. In questo caso, infatti, ribadisce la Sezione regionale di controllo che l"applicazione del comma 4 "comporterebbe la negazione dei compensi agli amministratori di quella società, imponendo la definitiva gratuità dell"incarico". Circostanza, questa, che si porrebbe in contrasto con quanto stabilito dall"art. 2359 c.c., "che prevede, invece, l"onerosità della prestazione fornita dal componenti dei Consigli di amministrazione delle società, in ossequio, tra l"altro, al principio di corrispettività delle prestazioni.

Di qui la necessità di un intervento legislativo che possa correggere la distorsione provocata dalla norma in parola che, invero, non prevede l"eliminazione dei compensi, ma la loro riduzione.



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