Legislazione e Giurisprudenza, Responsabilità della p.a. -  Santuari Alceste - 2016-04-17

Società partecipate e ricapitalizzazione per perdite tra divieti e obblighi – Corte Conti Puglia 27/16 – Alceste Santuari

I giudici contabili pugliesi ribadiscono che l"ente locale che decide di non liquidare la società in perdita, ma intenda ricapitalizzare la stessa deve motivare in modo accurato la propria decisione.

La Corte dei Conti, sezione di controllo per la Regione Puglia, con la delibera n. 27/2016/PRSP dell"11 marzo 2016, nell"esame della relazione dei revisori dei conti di un comune, ha affrontato i rapporti intercorrenti tra ente locale ed organismi partecipati. In particolare, nel caso di specie i giudici contabili pugliesi hanno evidenziato la sostanziale elusione del divieto posto dall"art. 6, comma 19, d.l. n. 78/2010, conv. in l. n. 122/2010, a tenore del quale agli enti locali è fatto divieto di effettuare aumenti di capitale, trasferimenti straordinari, aperture di credito, nonché di rilasciare garanzie a favore di società partecipate che abbiano registrato perdite di esercizio per tre esercizi consecutivi. Come è noto, il principio sancito dal comma 19 citato accetta qualche eccezione per speciali ragioni di pubblico interesse e fa "salvo quanto previsto dall"articolo 2447 del codice civile".

Si tratta della previsione relativa alla perdita registrata da una società di capitali e alle azioni conseguenti da parte dei soci. Al riguardo, il Codice civile disciplina due ipotesi diverse: la prima ipotesi è disciplinata dall"art. 2446, comma 1, che prevede che qualora la perdita sia superiore ad un terzo del capitale sociale ma non intacca il capitale minimo legale (per le Spa l"importo è attualmente fissato in 50.000 euro), gli amministratori devono convocare senza indugio l"assemblea dei soci per gli opportuni provvedimenti. L"ipotesi in esame non stabilisce tuttavia l"obbligo della riduzione del capitale sociale, poiché l"assemblea dei soci può deliberare di attendere il risultato dell"esercizio successivo. Qualora alla chiusura di quest"ultimo la perdita non risulti diminuita a meno di un terzo del capitale, allora l"assemblea dei soci che approva il bilancio avrà l"obbligo di ridurre il capitale sociale. La seconda ipotesi è disciplinata dall"art. 2447, il quale prevede che qualora la perdita d"esercizio sia superiore al terzo e intacca il capitale minimo legale, l"assemblea dei soci deve deliberare la riduzione del capitale sociale con il contestuale aumento del medesimo a un importo pari al minimo legale. Alternativamente, l"assemblea può deliberare la trasformazione o lo scioglimento della società.

Considerando il disposto dell"art. 2247 c.c. non si può non notare il conflitto con l"art. 6, comma 19, d.l. 78/2010: la norma civilistica, infatti, prevede per le società in perdita l"aumento di capitale quale intervento indispensabile per garantire la continuità gestionale della società. Ed è quello che il socio (ente locale) ha fatto nel caso sottoposto all"esame della Sezione di controllo: a fronte di una perdita della propria partecipata, il comune ha deciso di adottare un provvedimento di copertura della perdita stessa e attuare la contestuale ricapitalizzazione della società, attesa l"erosione del capitale sociale al di sotto del minimo legale. Conseguentemente, il comune ha riconosciuto il debito fuori bilancio per ricapitalizzazione, ai sensi dell"art. 194, comma 1, lett. c), TUEL.

Nel contesto sopra descritto, i giudici contabili pugliesi hanno stigmatizzato "il comportamento superficiale palesato dall"amministrazione nel procedere ad una non ponderata ricapitalizzazione, ponendo in essere sostanzialmente una condotta elusiva del divieto di soccorso finanziario in favore della società partecipata de qua." Al riguardo, la Sezione ha rilevato che "anche a voler ammettere sussistenti i requisiti di legge per addivenire alla legittima copertura delle perdite in esecuzione dell"art. 2447 c.c." il comune non avrebbe potuto procedere a tale operazione di salvataggio della partecipata, essendo in corso di svolgimento la procedura di liquidazione. In particolare, il Collegio ha messo in evidenza che l"art. 6 comma 19 del D.L. n. 78/2010 intende sancire il principio di una sana gestione finanziaria, evitando che il socio pubblico intraprenda operazioni di recupero economico-finanziario nei confronti di organismi partecipati in protratta perdita d"esercizio, ancorché ancora presenti sul mercato. Orbene, sulla base di tali considerazioni risulta difficile ritenere economicamente razionale un soccorso finanziario all"esito di una procedura di liquidazione (cfr., per esempio, SRC Sicilia, deliberazione n. 59/2014/PAR), operazione comunque preclusa nel caso della ricorrenza dei presupposti previsti dal citato art. 6, comma 19, del decreto-legge n. 78 del 2010 (cfr. SRC Lombardia, deliberazioni n. 380/2012/PRSE e n. 269/2015/PRSP)."

In ultima analisi, il Collegio contesta al comune di avere deliberato un"operazione di "salvataggio a tutti i costi" del proprio organismo partecipato, che versa in situazioni di irrimediabile dissesto, evidenziando che "non sono cioè ammissibili "interventi tampone" con dispendio di disponibilità finanziarie a fondo perduto, erogate senza un programma industriale o una prospettiva che realizzi l"economicità e l"efficienza della gestione nel medio e lungo periodo." Si tratta, quindi, a giudizio della Sezione di controllo, di riconoscere che l"applicazione dell"art. 2246 c.c. sia possibile "solo in presenza di una possibile continuità imprenditoriale e non certamente in una fase, quale quella liquidatoria, in cui tale continuità sembrerebbe ormai esclusa." E ciò, sempre nelle considerazioni dei giudici contabili, sarebbe supportato dal fatto che l" "art. 2484 c.c., sulle cause di scioglimento della società, annovera tra queste proprio il caso della mancata ricapitalizzazione della società nelle condizioni di perdita qualificata di cui al 2482 ter: è quindi evidente che la ricapitalizzazione e lo scioglimento si pongono, anche nel sistema del diritto societario, come possibili soluzioni tra loro tendenzialmente alternative." E proprio in ordine al perimetro di applicazione dell"art. 2484 c.c., i giudici contabili pugliesi sottolineano la differenza che intercorre tra una società privata ed una società, che pur essendo riconducibile al diritto privato per quanto attiene alla forma giuridica, coinvolge le decisioni di un ente pubblico locale: "Infatti, se in teoria, potrebbe pure ammettersi che i soci di una società provata, nel libero esercizio delle proprie prerogative, addivengano ad una diseconomica ed irragionevole ricapitalizzazione societaria in pendenza di liquidazione, identica discrezionalità non può ritenersi sussistente nel caso di società a partecipazione pubblica, la cui gestione deve essere sempre improntata agli indisponibili principi di efficienza e legalità finanziaria codificati nell"articolo 6, comma 19, del d.l. n. 78/2010 come sopra interpretato."



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