Legislazione e Giurisprudenza, Generalità, varie -  Santuari Alceste - 2015-09-19

SOCIETA PARTECIPATE: RAZIONALIZZAZIONE E VENDITE DELLE AZIONI/QUOTE – Alceste SANTUARI

Ancora prima della Legge di Stabilità 2015, le P.A. sono state chiamate ad alienare le quote/azioni delle società partecipate

La l. 190/2014 ha rafforzato quest"obbligo

Ma esiste un mercato di riferimento?

Come è noto, l'articolo 1, commi 611 e 612, della legge di stabilità 2015 stabilisce che entro il prossimo 31 dicembre dovrà essere portato a termine il processo di razionalizzazione delle società partecipate, in vista della relazione che gli enti locali dovranno trasmettere alla competente sezione di controllo della Corte dei conti entro il 31 marzo 2016, per illustrare nel dettaglio le economie e i risultati conseguiti.

Accanto all'obiettivo del contenimento dei costi degli organi amministrativi e di controllo e delle partecipate, il programma di razionalizzazione deve puntare all'eliminazione di società e partecipazioni non indispensabili alle finalità istituzionali, anche mediante la cessione delle società non consentite.

Si tratta di obiettivi non facilmente raggiungibili se si pone a mente il fatto che i singoli enti locali devono mettere in campo procedure finalizzate a ricavare introiti dalla alienazione delle quote o azioni delle proprie società partecipate.

Al riguardo, già in passato l"obbligo in capo alle P.A. di alienare le proprie partecipazioni nelle società locali ha comportato contrattempi, al punto da imporre una battuta d'arresto nel disimpegno delle varie operazioni in programma. Preme ricordare che per l'inottemperanza del termine fissato al 31 dicembre 2010 per la cessione delle partecipazioni societarie non consentite, la legge 244/2007 non prevedeva l'irrogazione di specifiche sanzioni. Sul punto, anche la Corte dei conti (cfr. sezione controllo per la Lombardia, delibera n. 48/2008/PAR e sezione controllo per la Puglia, delibera n. 100/2009/PAR) ha rilevato che il termine de quo doveva intendersi come "ordinatorio" e non "perentorio". Si può dunque affermare che l"art. 3, comma 29, della legge 244/2007 ha sì avviato il processo di dismissione delle partecipazioni societarie vietate, ma non ha indicato un ulteriore termine di legge entro cui la cessione a terzi avrebbe dovuto concludersi a cura dell'ente.

La motivazione di tale scelta legislativa è da rintracciare nell"esigenza di evitare svendite ovvero possibilità di creare situazioni di speculazione da parte di soggetti privati, che avrebbero potuto fare leva su ribassi eccessivi del prezzo di acquisto delle quote, potendo concludere l"acquisto entro scadenze eccessivamente ravvicinate, nelle quali i ritardi di adempimento avrebbero potuto implicare ipotesi di responsabilità a carico di amministratori e/o funzionari degli enti locali.

E proprio l"oggettiva difficoltà di procedere all"effettiva alienazione delle partecipazioni societarie ha rappresentato una concausa dell'abrogazione, da parte della legge 147/2013 (legge di stabilità 2014), dell'articolo 14, comma 32, del Dl 78/2010, convertito in legge 122/2010. La disposizione in parola aveva l'obiettivo di puntare ad una drastica riduzione del numero delle società in mano pubblica attraverso la dismissione delle società in rosso partecipate dai Comuni al di sotto dei 30mila abitanti.

Con l"intenzione di superare questa impasse, la legge di stabilità 2014 aveva disposto che, dopo l"inutile decorso della data del 31 dicembre 2014, la partecipazione da dismettere non alienata con gara pubblica "cessa ad ogni effetto". Conseguentemente, entro i successivi 12 mesi, la società interessata dovrebbe liquidare in denaro il valore della quota del socio cessato ai sensi dell"art. 1, comma 569, della legge 147/2013.

Ma cosa accadrà se le gare a evidenza pubblica programmate dalle P.A. alienanti dovessero andare deserte per assenza di "acquirenti"? Quale sarà il destino delle società che dovessero rimanere "in pancia" all"ente locale alienante?



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