Legislazione e Giurisprudenza, Generalità, varie -  Santuari Alceste - 2016-03-05

SOCIETA PARTECIPATE TRA IPOTESI DI CHIUSURA E RILANCIO – Alceste SANTUARI

Il nuovo Testo Unico sulle società partecipate prevede che le società partecipate che abbiano conseguito un fatturato medio nell"ultimo triennio inferiore al milione di euro devono essere poste in liquidazione. Quali alternative per gli enti locali?

Il nuovo intervento normativo in materia di società pubbliche stabilisce che, al fine di rafforzare il divieto di mantenere in vita partecipazioni non ritenute funzionali alla realizzazione degli obiettivi istituzionali degli enti locali, gli stessi sono chiamati a "sfoltire" le loro partecipazioni.

Tra i criteri per la "potatura" indicati dal nuovo Testo unico sulle partecipate rientra anche il fatturato medio inferiore al milione di euro registrato nell"ultimo triennio. Al ricorrere di questo e altri presupposti, ogni ente socio dovrà predisporre un piano di riassetto che prevede la "razionalizzazione, fusione o soppressione, anche mediante messa in liquidazione o cessione" delle società partecipate (cfr. art. 20, comma 1, TU).

Preme evidenziare che per la prima volta a presidio degli obblighi di cui sopra a carico delle P.A. viene posto un regime sanzionatorio, che prevede il pagamento di somme pecuniarie per le amministrazioni inadempienti, oltre all"eventuale danno rilevato in sede di giudizio contabile (art. 20, comma 7).

Una simile previsione ci ricorda quanto disposto dall"art. 14, comma 32, d.l. 78/2010 convertito dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, in seguito depennato dall"art. 1, comma 561, della l. n. 147/2013 (legge di stabilità 2014) prima ancora che il disposto potesse produrre i propri effetti giuridici nel contesto dei servizi pubblici locali.

Tuttavia, è opportuno segnalare che a differenza di tale misura, che era stata concepita al fine di tagliare i c.d. rami secchi della P.A., identificati nelle società partecipate inefficienti e improduttive, la potatura di cui al nuovo T.U. riferita alle società con un ridotto volumi d"affari dovrebbe sradicare non soltanto le società in rosso, ma anche quelle caratterizzate da una gestione positiva e anche in grado di remunerare il socio pubblico del capitale investito.

Che fare dunque? Sono gli enti locali obbligati a liquidare o a fondere le società partecipate? Sono possibili soluzioni alternative?

In alternativa ai processi di fusione societaria, qualora questa non dovesse risultare praticabile, una ipotesi di intervento potrebbe puntare alla salvaguardia la società con un esiguo volume d"affari (non in rosso), attivando a favore della stessa ulteriori conferimenti di servizi e attività economiche suscettibili di incrementare il fatturato fino alla soglia prescritta. In quest"ottica, il comune socio dovrà approvare un piano di razionalizzazione che contempli i segmenti delle attività economiche e dei servizi svolti in economia e per i quali si intenda procedere all"esternalizzazione. Il comune socio dovrà, al riguardo, approvare un apposito piano economico-finanziario attraverso il quale valutare la sostenibilità della nuova gestione in capo alla società esistente, nonché la convenienza economica della scelta in relazione alle sinergie e alle economie di scala realizzabili attraverso il potenziamento delle attività e dei servizi della società partecipata.

La procedura in oggetto potrà avvalersi della possibilità prevista dall"art. 2112 c.c. e il conferimento delle attività dovrà essere preceduta dalle autorizzazioni dell"ente locale. Il processo si perfezionerà in sede di assemblea dei soci con le procedure di cui all"art. 2343 c.c. per la stima dei conferimenti, così da assicurare un"idonea garanzia patrimoniale alla società, nell"ottica di offrire un"adeguata tutela dei terzi.



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