Legislazione e Giurisprudenza, Generalità, varie -  Santuari Alceste - 2016-11-21

Società pubbliche e dismissioni delle partecipazioni – Corte Conti Veneto 362/16 e Cons. St. 4888/16 – Alceste Santuari

Legittimamente, gli enti locali devono dismettere le partecipazioni non più ritenute strategiche nelle società. Queste ultime, tuttavia, a seguito di più gare andate deserte per l"alienazione, dovrebbero liquidare la quota al socio pubblico.

In entrambi i casi, si tratta di enti locali (comune e provincia, oggi città metropolitana) che ritengono di alienare la propria partecipazione in società pubbliche, in quanto detta partecipazione, anche in ragione della esiguità del capitale sociale rappresentato, non può essere considerata strategica per la realizzazione delle finalità istituzionali degli enti medesimi.

Il primo caso riguarda un comune che non ha ritenuto necessaria ai fini istituzionali la partecipazione (pari al 2%) in una società mista pubblico-privata per la gestione dell"aeroporto. Conseguentemente, ai sensi dell"art. 1, comma 611, della l. 190/2014, il consiglio comunale dell"ente ha disposto in ordine alla messa in vendita della quota in parola.

Dopo che due gare sono andate deserte, il comune si rivolge agli altri soci pubblici, affinché manifestassero il loro interesse a rilevare la quota messa in vendita: ma anche questa proposta non ha sortito l"effetto desiderato. Giunti a questo punto, l"ente locale si è rivolto alla società di gestione dell"aeroporto, chiedendo che fosse applicato quanto previsto nell"art. 1, comma 569, l. 147/2013 (legge di Stabilità 2014), ai sensi del quale, una volta accertata l"impossibilità di alienare la partecipazione quest"ultima "cessa ad ogni effetto", ed "entro dodici mesi successivi alla cessazione la società liquida in denaro il valore della quota del socio cessato in base ai criteri stabiliti dall"articolo 2437-bis, secondo comma, codice civile".

A ciò si aggiunga che l"art. 7, comma 8-bis, l. n. 125/2015 stabilisce che "qualunque delibera degli organi amministrativi e di controllo interni alle società oggetto di partecipazione che si ponga in contrasto con le determinazioni assunte e contenute nel piano operativo di razionalizzazione è nulla ed inefficace".

Proprio di fronte ad una decisione contraria alla deliberazione consigliare assunta si è trovato l"ente locale procedente. Infatti, l"assemblea dei soci ha eccepito il comportamento dell"ente locale, in quanto ritenuto in contrasto con l"interesse sociale per il fatto di determinare una riduzione dell"investimento effettuato dagli altri soci. Ma l"empasse non è finito qui: il comune, messo in minoranza a seguito del voto contrario degli altri soci, non può nemmeno impugnare la relativa delibera assembleare, atteso che l"azione prevista dall"art. 2377 c.c. spetta soltanto ai soci dissenziente che rappresentino almeno il 5% del capitale sociale.

La Corte dei Conti, sez. regionale di controllo per il Veneto, con deliberazione del 7 novembre 2016, n. 362, adita sul punto dall"ente locale, dopo aver riconosciuto la legittimità del percorso svolto da quest"ultimo, ha ribadito che l"art. 1, comma 569, l. 147/2013, operando un rinvio ad una liquidazione della quota in base ai criteri previsti dall"art. 2347-ter, secondo comma, c.c., prefiguri "un"ipotesi di recesso extra ordinem e sui generis conseguente alla mancata dismissione delle partecipazioni in esame entro il termine legale". L"apprezzamento della Sezione, tuttavia, si ferma qui, in quanto è ad essa impossibile svolgere ulteriori accertamenti sul diniego espresso dalla società rispetto alle pretese avanzate dall"ente locale.

Nel secondo caso qui in esame, ci troviamo di fronte ad una provincia che – come nel caso del comune di cui sopra – decide di alienare la propria partecipazione minoritaria in una società di gestione aeroportuale ai sensi dell"art. 3, c. 27, l. n. 244/2007. Il Consiglio di Stato, Sez. V, con sentenza 11 novembre 2016, n. 4688, confermando l"orientamento del Tar Piemonte, sez. I, n. 1739/2015, ha ribadito la legittimità della scelta discrezionale amministrativa operata dalla provincia. In particolare, i giudici di Palazzo Spada hanno evidenziato che il "rapporto di strumentalità di un ente societario formalmente privatistico e naturalmente operante nel mercato, rispetto ai fini di interesse pubblico devoluti alla cura dell"amministrazione partecipante non dipende dal solo oggetto sociale, ma anche dalle modalità con le quali quest"ultima può esercitare le proprie prerogative di azionista ed indirizzarne e coordinarne l"attività". Da ciò consegue che se l"ente locale, nemmeno a mezzo di accordi con altri enti locali territoriali, riesce ad esercitare una qualche influenza sul governo della società, finalizzata a realizzare i fini istituzionali di quell"ente locale, deve procedere all"alienazione della propria partecipazione in quella società. E nel fare questo – sottolinea il Consiglio di Stato – "la massimizzazione del ricava ritraibile come corrispettivo per la cessione è in realtà l"obiettivo che qualsiasi soggetto pubblico titolare di partecipazioni in forme societarie è tenuto a perseguire in forza dei principi generali" dell"ordinamento.

Sulla base di questi orientamenti, dunque, l"ente locale socio che intende dismettere le proprie partecipazioni non ritenute legittimamente più strategiche, in specie se minoritarie, deve poter agire per realizzare quanto investito. Al contrario, una chiara previsione normativa, finalizzata a rendere gli enti locali responsabili di partecipazioni in società che realizzano gli scopi istituzionali di pubblico interesse, rischia di rimanere sulla carta, impedendo il conseguimento di un obiettivo che proprio il legislatore ha inteso favorire.



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