Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  Gasparre Annalisa - 2013-08-08

SOLDI IN CAMBIO DELLA RESTITUZIONE DEL CANE SOCCORSO – Cass. pen. 17662/2013 – Annalisa GASPARRE

Un cane abbandonato e malnutrito ritrovato vagante, una donna se ne impossessa per prestare le cure del caso.

Successivamente il proprietario del cane scopre dove si trova il cane e ne chiede la restituzione. A questo punto i racconti divergono: secondo l'accusa, la donna avrebbe compiuto un reato di estorsione consistente nel minacciare di rendere definitiva la perdita del cane; in particolare, avrebbe subordinato la restituzione al pagamento della somma di Euro 1.000,00, così costringendo il proprietario del cane alla consegna della detta somma, dazione che effettivamente si era verificata. Secondo la tesi difensiva, sarebbe stata l'imputata stessa a offrirsi di restituire il cane, accettando in "dono" la somma che asseriva essere stata spontaneamente offerta.

Per il Giudice dell'udienza preliminare, il reato sussiste, così anche per la Corte d'appello. Si arriva però davanti al giudice di legittimità che dichiara il ricorso proposto dai condannati inammissibile perché la motivazione della sentenza censurata è esente da vizi e compito della Cassazione è verificare che la motivazione sia logica, in quanto il sindacato di legittimità è limitato a rilievi di macroscopica evidenza. Tale inammissibilità provocava non solo la condanna al pagamento delle spese processuali, ma anche a un'ammenda... di Euro 1.000,00.

Corte di Cassazione, sez. II Penale, sentenza 28 marzo - 18 aprile 2013, n. 17662

Presidente Petti – Relatore Rago

Fatto e diritto

1. Con sentenza del 21/02/2012, la Corte di Appello di Cagliari confermava la sentenza con la quale, in data 17/04/2008, il giudice dell'udienza preliminare del Tribunale della medesima città aveva ritenuto P.F. e PA.Pi. colpevoli del delitto di estorsione ai danni di B.A. perché, mediante minaccia - consistita nel prospettare di rendere definitiva la perdita di un cane di proprietà del B. rinvenuto dagli imputati e la cui restituzione veniva subordinata al pagamento della predetta somma - lo costringevano a consegnare loro la somma di Euro 1.000,00.

2. Avverso la suddetta sentenza, entrambi gli imputati, a mezzo del comune difensore, con un unico ricorso, hanno proposto ricorso per cassazione deducendo l'illogicità della motivazione ed il travisamento della prova.

Sostengono i ricorrenti che la Corte territoriale avrebbe fatto malgoverno del compendio istruttorio in quanto la Pa. aveva trovato il cane abbandonato e malnutrito, sicché se ne era impossessata al solo fine di curarlo. Successivamente, quando era stata contattata dal B. , che era venuto a sapere che il cane era in possesso di essa ricorrente, prontamente si era offerta di restituire il cane. Essi ricorrenti, invero, si erano limitati solo a ricevere "il pensierino" che il B. , riconoscente, aveva loro spontaneamente offerto.

3. Il ricorso, nei termini in cui è stata dedotta la doglianza, è manifestamente infondato.

La Corte territoriale, dopo avere ricostruito i fatti e, dopo avere preso in esame la tesi difensiva (mancanza di dolo; insussistenza dell'elemento oggettivo dell'estorsione; contraddittorietà delle dichiarazioni della parte offesa), l'ha disattesa con ampia motivazione sia in fatto che in diritto: cfr pag. 2 ss.

Conseguentemente, va replicato che i ricorrenti, in modo surrettizio, tentano di introdurre, in modo inammissibile, in questa sede di legittimità, una nuova valutazione di quegli elementi fattuali già ampiamente presi in esame dalla Corte di merito la quale, con motivazione accurata, logica, priva di aporie e del tutto coerente con gli indicati elementi probatori, ha puntualmente disatteso la tesi difensiva.

Pertanto, non essendo evidenziabile alcuna delle pretese incongruità, carenze o contraddittorietà motivazionali dedotte dal ricorrente, la censura, essendo incentrata tutta su una nuova rivalutazione di elementi fattuali e, quindi, di mero merito, va dichiarata inammissibile.

In altri termini, le censure devono ritenersi manifestamente infondate in quanto la ricostruzione effettuata dalla Corte e la decisione alla quale è pervenuta deve ritenersi compatibile con il senso comune e con "i limiti di una plausibile opinabilità di apprezzamento"; infatti, nel momento del controllo di legittimità, la Corte di cassazione non deve stabilire se la decisione di merito proponga effettivamente la migliore possibile ricostruzione dei fatti né deve condividerne la giustificazione, ma deve limitarsi a verificare se questa giustificazione sia compatibile con il senso comune Cass. n. 47891/2004 rv. 230568; Cass. 1004/1999 rv. 215745; Cass. 2436/1993 rv. 196955.

Sul punto va, infatti ribadito che l'illogicità della motivazione, come vizio denunciabile, dev'essere percepibile ictu oculi, dovendo il sindacato di legittimità essere limitato a rilievi di macroscopica evidenza, restando ininfluenti le minime incongruenze: ex plurimis SSUU 24/1999.

In conclusione, l'impugnazione deve ritenersi inammissibile a norma dell'art. 606/3 c.p.p., per manifesta infondatezza: alla relativa declaratoria consegue, per il disposto dell'art. 616 c.p.p., la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali, nonché al versamento in favore della Cassa delle Ammende di una somma che, ritenuti e valutati i profili di colpa emergenti dal ricorso, si determina equitativamente in Euro 1.000,00 ciascuno.

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e ciascuno al versamento della somma di Euro 1.000,00 alla Cassa delle Ammende.



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