Legislazione e Giurisprudenza, Danno esistenziale -  Redazione P&D - 2014-04-27

SOSPENSIONE DAL SERVIZIO: DANNO ESISTENZIALE - Cons. St. 906/14

Consiglio di Stato sez. III, 25/2/2014, n. 906, ha rigettato l"appello proposto dal Ministero dell"Interno avverso la sentenza con cui il TAR, in parziale accoglimento del ricorso proposto da un Ispettore della Polizia per il risarcimento del danno derivante dalla sospensione del servizio, ha condannato l'Amministrazione al pagamento della somma di euro 15.000,00 a titolo di risarcimento per danno esistenziale.

Il Consiglio di Stato ha ricordato che "l'art. 2059 cod. civ., interpretato in modo conforme a Costituzione, prevede una categoria unitaria di danno non patrimoniale per lesione di interessi inerenti la persona non connotati da rilevanza economica, in cui rientrano sia il danno alla salute in senso stretto, cosiddetto biologico, sia quello di tipo cosiddetto esistenziale, intesi come tipologie descrittive e non strutturali. È indubbia la necessità che ai fini della sua risarcibilità tale danno debba essere allegato e provato tanto nella sussistenza che nel nesso eziologico. In particolare si ammette, quanto al danno propriamente biologico, che il verificarsi della menomazione dell'integrità psicofisica della persona possa essere accertato facendo ricorso alle presunzioni e che la sua quantificazione possa avvenire in via equitativa, occorrendo tuttavia che la motivazione indichi gli elementi di fatto i quali, nel caso concreto, sono stati tenuti presenti e i criteri adottati nella liquidazione equitativa. Quanto al danno esistenziale, a maggior ragione si ammette il ricorso a presunzioni, trattandosi di pregiudizio ad un bene immateriale, diverso dal biologico e consistente nel danno, di natura non meramente emotiva ed interiore ma oggettivamente accertabile, arrecato alle attività non remunerative del soggetto passivo, costretto ad alterare le proprie abitudini ed i propri assetti relazionali ed a sottostare a scelte di vita diverse dalle precedenti in ordine all'espressione ed alla realizzazione della sua personalità anche nel mondo esterno".

Nello specifico, il Collegio ha ritenuto che "la forzata astensione dall'attività lavorativa (intesa non come mera fonte di reddito, bensì come strumento di estrinsecazione della personalità), per un consistente periodo, a causa della sospensione dal servizio per addebiti disonorevoli ed in relazione alla particolare tipologia dell'attività lavorativa stessa, si traducono nell'alterazione peggiorativa della qualità della vita, dell'organizzazione delle abitudini e degli assetti relazionali, sia familiari, sia interni all'ambiente lavorativo, sia esterni".

Il Collegio ha infine reputato congrua la quantificazione da parte del TAR in Euro 15.000,00, motivata con la disponibilità di tempo libero, in parte lenitiva del pregiudizio lamentato.



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