Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  Redazione P&D - 2014-10-24

SOTTRAZIONE DI PERSONE INCAPACI: LE CONDOTTE DI RILIEVO PENALE Cass. pen. 17799/2014 – RUGGERO BUCIOL

Le condotte rilevanti ai fini della perfezione del reato di sottrazione di persone incapaci sono quella di sottrazione e di ritenzione. Entrambe sono lesive del medesimo bene giuridico e comportano l"assoggettamento della vittima all"esercizio di un potere illegittimo.

Con sentenza del 9 ottobre 2012 la Corte d'appello di Perugia, in  parziale  riforma della sentenza emessa dal Tribunale, ha dichiarato non doversi procedere nei confronti  dell"imputato in ordine al reato di cui  all'art.  574  c.p. perché estinto per intervenuta prescrizione.

All'esito  del giudizio di primo grado l"imputato era stato  condannato per avere sottratto i figli al genitore esercente la potestà. In particolare i coniugi avevano trovato un accordo affinché l"imputato venisse a prendere i due bambini  presso  l'abitazione familiare della ex moglie. Tuttavia, allorquando  si  presentò  presso quell'abitazione,  manifestò  una  particolare agitazione destando allarme,  tanto  che  la  moglie cercò, invano, di farsi dire  con  precisione  quando  avrebbe provveduto alla riconsegna. Intervenuta  la  Polizia, l'imputato assunse il  formale  impegno  di  restituire  i  figli  in  una certa data,  impegno che tuttavia non rispettò,  riconsegnando i figli solo quando il Tribunale  decise  sull'affidamento.

Avverso la pronuncia della Corte d'appello ha proposto  ricorso per cassazione il difensore di fiducia dell'imputato deducendo, in particolare, che in forza del predetto accordo tra i coniugi e quindi stante  la  presenza di un consenso  da  parte  della  moglie, deve escludersi la configurabilità del reato  nella  forma della sottrazione senza il consenso dell'altro genitore. Inoltre, il difensore rileva che nell'imputazione non era stata  inclusa  la  condotta di ritenzione quale seconda ipotesi prevista dall'art.  574  c.p., e mai contestata all'imputato.

La Suprema Corte rigetta il ricorso.

La  condotta  costitutiva  tipica  della  fattispecie  può  in  concreto  articolarsi  attraverso due forme alternative, e perciò equivalenti,  della  sottrazione  e  della  ritenzione, senza che  il  legislatore  abbia  richiesto  la  presenza  di specifiche note modali  delle  azioni  od  omissioni nelle quali esse vengano effettivamente a tradursi.

Invero, la sottrazione di un minore alla potestà del genitore o  dei  genitori  e la sua ritenzione contro la volontà del titolare  o  dei  titolari della potestà parentale tutelano il medesimo bene giuridico e comportano  entrambe  l'assoggettamento della vittima all'esercizio di un  potere  illegittimo. Esse si distinguono solo per le modalità attraverso le quali  l'autore  del delitto entra in contatto con il minore ed interferisce  sui  suoi  diritti e sulle sue situazioni soggettive,  distogliendolo  dalle  direttive a lui impartite dal genitore o dal tutore: nel primo  caso,  infatti, si fa cessare de facto una determinata relazione  che  unisce una  persona  ad un determinato soggetto, nell'altra  ipotesi  l'autore  del reato approfitta del fatto di essere venuto in contatto  con  il  minore  per  una  causa lecita e lo trattiene  indebitamente  presso  di  sé.

In  tale contesto, la Suprema Corte afferma che i Giudici di merito hanno fatto buon governo del quadro di principi che   regolano   la  materia  in  esame,  mostrando  di   uniformarsi  all'insegnamento  della Cassazione, secondo cui il  delitto  di  sottrazione  di  persone incapaci, previsto dall'art.  574  c.p.,  ha  natura di reato permanente, poichè è caratterizzato: a) da un'azione iniziale, costituita dalla sottrazione del minore; b)  dalla   protrazione  della  situazione  antigiuridica   mediante   la  ritenzione,  attuata attraverso una condotta sempre  attiva,  perchè  intesa  a  mantenere il controllo sul minore e spesso  ad  utilizzare  tale  situazione per i fini più diversi; c) dalla possibilità,  per  il  reo, di porre fine alla situazione antigiuridica fino a quando la  cessazione   di  tale  situazione  non  intervenga  per  sopravvenuta  impossibilità o per la pronunzia della sentenza di primo grado.

In senso conforme, sulla natura permanente del reato (Cass. pen., sez. VI, 25 giugno 1986, n. 12950, in Cass. pen., 1988, p. 856).

Per quanto concerne la consumazione del reato, occorre che la condotta di uno  dei  due  coniugi  deve  portare   ad  una  globale  sottrazione  del  minore  alla  vigilanza  dell'altro,  sì  da impedirgli non solo l'esercizio  della  funzione  educativa  e  dei  poteri  inerenti all'affidamento,  ma  da  rendere  impossibile quell'ufficio che gli è stato conferito dall'ordinamento  nell'interesse del minore e della società (Cass. pen., sez. I, 13 marzo 2013, n. 24217, in CED 255621; Cass. pen., sez. VI, 9 aprile 1999, n. 7836, in Cass. pen., 2000, p. 2654). Infatti, il reato è integrato sia dalla condotta del genitore che, senza il consenso dell"altro porta via con sé il figlio minore allontanandolo dal domicilio stabilito, sia da quella concernente la ritenzione del minore presso di sé, quando tale comportamento determina un impedimento della potestà dell"altro genitore (Cass. pen., sez. VI, 18 febbraio 2008, n. 21441, in CED 239880).



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