Legislazione e Giurisprudenza, Licenziamento -  Fabbricatore Alfonso - 2016-02-13

SPALLATA AD UN COLLEGA: IL LICENZIAMENTO È ILLEGITTIMO - Cass. 2830/16 - di A.F.

Cassazione, sez. Lavoro, 12 febbraio 2016, n. 2830, Pres. Manna – Rel. Della Torre

Piccoli screzi tra colleghi. Sguardi trucidi, qualche parolina di troppo, magari sussurata in un momento di rabbia…e la classica spallata da "duro". Ciò non basta però, secondo la Cassazione, per ritenere legittimo il licenziamento del dipendente, soprattutto se a questi venga contestato di aver fomentato una rissa e di aver minacciato il collega rivolgendogli una delle più classiche domande, di quelle che non meritano risposta: "cos"hai da guardare?".

Tant"è che il dipendente, ritenendo spropositata la scelta del licenziamento in tronco operata dall"azienda e dal datore di lavoro, impugna il provvedimento e ottiene, anche in Cassazione, una vittoria schiacciante.

In effetti, la stessa Corte d"Appello confermava la sentenza di primo grado, con la quale il Giudice di prime cure, in accoglimento del ricorso proposto dal dipendente licenziato, aveva dichiarato la illegittimità dei licenziamento irrogato al medesimo per giusta causa, ai sensi dell'art. 48, lettera B), del CCNL Telecomunicazioni, che sanziona con la risoluzione in tronco "la rissa nel luogo di lavoro, all'interno dei reparti operativi".

La Corte distrettuale affermava di condividere la valutazione di carenza di proporzionalità tra condotta e sanzione posta dal primo giudice a fondamento della propria decisione. In particolare, osservava come, sulla base della lettera di contestazione e della dichiarazione resa da un testimone, il contatto fisico tra  i colleghi dovesse ritenersi limitato ad una "spallata", neppure violenta e comunque priva di qualsiasi ulteriore strascico; mentre le parole proferite dal ricorrente, non avevano un contenuto minaccioso, non prospettando al soggetto passivo un qualche pericolo di male ingiusto.

Ciò posto, era da escludere, ad avviso della Corte, che l'episodio potesse non solo essere ricondotto alla nozione penalistica di rissa, di cui non ricorrevano gli elementi strutturali, ma anche che fosse stato connotato da una violenza tale da potervi essere assimilato: non era, pertanto, configurabile nella specie né l'infrazione contestata, né quella di cui all'art. 48, lettera A), CCNL Telecomunicazioni (e cioè la "rissa nel luogo di lavoro, fuori dal reparti operativi"), sanzionabile con il licenziamento con preavviso.

Ricorre pertanto in Cassazione l"Azienda, lamentando che nel giudizio di appello sarebbe stato omesso di valutare in concreto le modalità dell'evento, ricostruendolo sulla base di una sola testimonianza, senza dare ingresso ad altre prove testimoniali; sarebbe stato inoltre trascurato di considerare le mansioni svolte dal lavoratore nonché di esaminare gli allegati e ripetuti episodi di tensione con i colleghi, dovuti al carattere puntiglioso ed iracondo del dipendente.

Contesta ancora che la nozione di rissa contemplata dalla contrattazione collettiva doveva essere interpretata come inclusiva anche dell'ipotesi di aggressione di un solo lavoratore nei confronti di altro soggetto, ben potendo tale evento ledere irreparabilmente il vincolo fiduciario: le prove, ove ammesse, avrebbero condotto a sussumere il fatto nella previsione dell'art. 48 'lett. B).

I motivi del ricorso così prospettati risultano, dunque, infondati secondo il ragionamento operato dalla S.C., in quanto "il giudice di appello, con motivazione adeguata, ha, in primo luogo, superato i confini della nozione penalistica di rissa, ristretta dall'elemento oggettivo del numero minimo dei partecipanti e del carattere violento della contesa, tale da costituire pericolo per l'incolumità pubblica, per adottarne (anche sulla scorta di Cass. 28 novembre 1998, n. 12132) una più aderente, da un lato, al significato che dei termine viene dato nella vita comune (e cioè di contesa anche tra due sole persone idonea a procurare, per le modalità dell'azione e per la sua capacità di coinvolgere terzi, una situazione di pericolo non limitata ai soli protagonisti); e, dall'altro, più in linea con le necessità peculiari dell'ambiente di lavoro, prendendo in considerazione l'idoneità del fatto a provocare una qualche alterazione della regolarità e dei pacifico e ordinato svolgersi della vita collettiva all'interno di esso:-e cioè una nozione connotata da una più esatta capacità definitoria, in quanto direttamente connessa alle tavole di valori alla cui tutela presiedono i codici disciplinari elaborati dall'autonomia collettiva.

Su tali premesse la Corte ha, quindi, proceduto ad analizzare compiutamente l'episodio sia sul piano fattuale e circostanziale, che su quello dell'idoneità a determinare una situazione di turbamento dell'attività aziendale, pervenendo, ancora con motivazione congrua ed esente da critiche, ad escludere non solo la sussistenza -di una "rissa", così come (diversamente) definita (non vi era stata, infatti, "contesa" tra due persone, essendosi il contatto fisico limitato ad una "spallata" senza conseguenze sull'equilibrio fisico) ma anche la sussistenza delle condizioni che potessero legittimare una risoluzione in tronco del rapporto.
In particolare, e sotto tale ultimo profilo, il giudice di appello ha valutato altresì i rapporti tra il C. ed i colleghi di lavoro e tra il C. e la persona co-protagonista dell'episodio, evidenziando l'assenza di alcun riferimento nella lettera di contestazione, per i primi, e la carenza di precisazioni circa modalità, tempi e contenuti di pregresse minacce e provocazioni, per i secondi; nonché valutato la natura e l'importanza delle mansioni svolte dal lavoratore (che erano quelle di "assistente gestionale e operativo" e non di responsabile della sicurezza degli studi televisivi), escludendo che le medesime, per livello di inquadramento e contenuto, fossero connotate da un particolare rilievo dell'elemento fiduciario, sicché, anche sotto tale ultimo profilo, oltre che per l'insieme delle specifiche circostanze oggettive e soggettive che avevano caratterizzato l'episodio, era da ritenersi che la sanzione Irrogata non fosse conforme alla regola di cui all'art. 2106 c.c..
Né può condividersi la censura svolta con il terzo motivo, avendo il giudice di appello -­diversamente da quanto sostenuto dalla società ricorrente - pronunciato sulla domanda di conversione dell'intimato atto espulsivo in recesso con preavviso, alla stregua dell'art. 48 lett. A) del CCNL Telecomunicazioni, secondo quanto emerge dall'esame della
sentenza impugnata (par. 3.4.)    
Al riguardo si deve rilevare come la sentenza, richiamando espressamente il complesso di considerazioni e argomentazioni svolto in precedenza (secondo l'univoco significato delle parole "in considerazione di quanto detto"), abbia fatto oggetto di adeguato esame anche l'ipotesi disciplinare di minore gravità, la quale muove dall'identico presupposto del licenziamento senza preavviso e cioé dall'esistenza di una "rissa" nel senso fatto proprio dalla volontà dei contraenti collettivi".





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