Legislazione e Giurisprudenza, Animali -  Gasparre Annalisa - 2013-11-05

SPARARE AI GATTI E REATO. IL FASTIDIO NON SCRIMINA, NON RENDE NECESSARIA LAZIONE – Cass. pen. 44422/2013 – Annalisa GASPARRE

Sparare ai gatti del vicino, perché ci si sente infastiditi, è reato. Purtroppo è un reato molto frequente, a giudicare dai procedimenti instaurati (che comunque sono solo una parte della realtà). Sarebbe interessante indagare sulle cause di questa intolleranza verso animali e vicini, alla radice di condotte che costituiscono certamente qualcosa di antisociale, ma che sono incriminate dal codice penale.

Lo conferma la Cassazione penale con sentenza depositata ieri che dichiara inammissibile il ricorso dell'uomo, condannato dal Tribunale di Genova, che aveva preso di mira alcuni gatti presenti nel giardino di una vicina di casa, facendo tiro a bersaglio con una carabina ad aria compressa.

Perseguito anche per l'esplosione dei colpi di arma, all'uomo è stato imputato anche il reato di maltrattamento di animali, che aveva provocato la morte di un gatto (chi scrive ritiene che l'imputazione avrebbe dovuto essere tentato animalicidio, ai sensi del combinato disposto degli artt. 544 bis e 56 c.p., se non addirittura animalicidio consumato).

L'uomo tentava di sostenere che stava utilizzando l'arma per effettuare tiri al bersaglio nel proprio giardino e, contraddicendo la linea difensiva, affermava anche che la reazione era da valutare nell'ambito di una situazione di fastidio prodotta dai gatti della vicina (ipotizzava così il comportamento 'necessario').

Sul punto, la Corte, nel rilevare che vi era ripetizione delle condotte aggressive, che assumevano anche la sfumatura dell'abitualità, escludeva l'occasionalità, la reazione contingente portata a difesa, così come escludeva la "necessità" della condotta che laddove sussistente farebbe cadere la portata incriminatrice della norma (sono puniti il maltrattamento e l'uccisione di animali 'con crudeltà o senza necessità').

Inoltre, la Cassazione rilevava che il Tribunale aveva ricostruito il fatto nella prospettiva della ripetizione delle condotte aggressive e che il capo di imputazione non lasciava dubbi in merito alla pluralità di condotte, seppure non esprimesse in modo certo le date delle condotte anteriori. La ricostruzione serviva solo da premessa logica per qualificare correttamente l'episodio effettivamente addebitato. Nessuna violazione di legge riguardo al trattamento sanzionatorio, atteso che non vi era stato aumento per la continuazione.

Negate le circostanze attenuanti generiche.



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