Articoli, saggi, Impresa, società, fallimento -  Mazzon Riccardo - 2013-07-24

SRL E ATTI DANNOSI INTENZIONALMENTE AUTORIZZATI DAI SOCI: L'ELEMENTO SOGGETTIVO - Riccardo MAZZON

Premesso che assieme agli amministratori, sono altresì solidalmente responsabili i sociche abbiano, intenzionalmente, deciso o autorizzato il compimento di atti dannosi per la società, i soci o i terzi (e l'art. 2476, comma 7, c.c., che prevede la possibile corresponsabilità con gli amministratori dei soci che hanno intenzionalmente deciso o autorizzato il compimento di atti dannosi per la società, i soci o i terzi, trova la sua "ratio" nel fatto che il socio può assumere una posizione, finanche prevalentemente, rispetto a quella degli amministratori),  l'elemento psicologico (determinato dalla presenza, nella normativa, dell'avverbio "intenzionalmente") pare risultare pleonastico, ove si sia in presenza di un procedimento formale di deliberazione (salvo casi particolari, da adeguatamente provarsi:

"l'amministratore che all'assemblea convocata per l'azzeramento ed il contestuale aumento del capitale sociale sottopone una relazione che non rappresenta in maniera veritiera e corretta la situazione patrimoniale, finanziaria ed economica della società lede il diritto del socio di scegliere consapevolmente se sottoscrivere l'aumento di capitale ed è dunque responsabile ex art. 2476, comma 6, c. c. del danno in tal modo causato al suo patrimonio individuale, trattandosi di danno direttamente patito dal socio e non di effetto mediato di un danno arrecato al patrimonio sociale" (Trib. S.Maria Capua V. 10.10.2006, GI, 2007, 11, 2512 - cfr., da ultimo, "LE SOCIETA' A RESPONSABILITA' LIMITATA - ORIENTAMENTI GIURISPRUDENZIALI", CEDAM 2013, Riccardo MAZZON),

mentre, rispetto ad atti informali, occorrerà provare che il socio si fosse rappresentato ed avesse voluto influire, mediante l'atto posto in essere, sull'atto gestorio, poi compiuto dall'amministratore:

"tra gli atti che determinano la responsabilità dei soci in solido con gli amministratori ex art. 2476 c.c., non vi è dubbio che rientrino gli atti decisori od autorizzativi formalmente adottati dai soci nelle forme previste dagli art. 2468 comma 3 e 2479 c.c., o addirittura in sede assembleare (art. 2479 bis c.c.), così come rientrano anche gli atti o comportamenti, non adottati nelle forme sopra indicate, ma idonei a supportare l"azione illegittima e dannosa posta in essere dagli amministratori. A supporto di tale interpretazione militano numerosi e importanti argomenti. Anzitutto il dato testuale della norma non pare decisivo, poiché esso si presta ad essere inteso come comprendente tutte quelle manifestazioni di volontà espresse dai soci anche in forme non istituzionali, ma comunque capaci di fornire impulso all"attività gestoria, rilevando a tal proposito l"influenza effettiva spiegata dai soci sugli amministratori. In secondo luogo la norma sembra intesa a bilanciare, con l"introduzione dell"ipotesi di responsabilità che ne occupa, gli estesi poteri di gestione attribuiti ai soci, poteri che sono esercitabili, specie nelle s.r.l. - in cui la compagine sociale è ristretta e caratterizzata da "intuitus personae" -, non solo con i crismi della formalità, ma anche di fatto. Da un lato, dunque, la responsabilità ex art. 2476 comma 7 c.c. si porrebbe come una naturale conseguenza dell"esercizio di fatto del potere gestorio o dell"indirizzo di gestione, dall"altro intenderebbe evitare le sostanziali e facili elusioni a cui la norma sarebbe esposta, adottando la tesi restrittiva, mediante la manifestazione del potere gestorio con modalità atipiche, informali, non evidenti. Inoltre, per converso, esclusa ogni interpretazione formalistica, la norma è idonea a circoscrivere la responsabilità dei soci che si siano ingeriti in modo soltanto occasionale evitando loro di essere ritenuti, per ciò solo, amministratori di fatto e responsabili dell"intera gestione. È previsto altresì che le condotte decisorie od autorizzatorie disegnate dalla nuova norma, per essere fonte della responsabilità del socio, debbano essere compiute "intenzionalmente", e cioè esprimano o denotino la volontà di supportare un"operazione illecita. Un ulteriore problema si pone allorquando il socio chiamato a rispondere, sia non già una persona fisica - rispetto alla quale l"indagine sulla sussistenza dell"elemento psicologico è iscritto tradizionalmente nel perimetro delle statuizioni giuridiche sostanziali ed in quello degli accertamenti processuali -, ma invece un ente dotato di personalità giuridica, quale una società commerciale. In quest"ultimo caso, infatti, è escluso che all"ente sia imputabile un qualsiasi stato psicologico. Nondimeno, proprio allo scopo di evitare di introdurre una ipotesi di responsabilità oggettiva in netto contrasto con la lettera della norma, la presenza dell"elemento psicologico come sopra configurato deve comunque essere accertato, ma lo si deve imputare non già al socio in quanto tale ma, in ragione della sua natura giuridica, all"amministratore del socio, come soggetto attraverso cui, in forza del principio di immedesimazione organica e dell"istituto della rappresentanza legale, il socio agisce e pone in essere rapporti giuridici" (Trib. Milano, sez. VIII, 9.7.2009, n. 81629, GiustM, 2009, 9, 6; GCo, 2011, 1, 147).

Recentemente, in argomento, è stato ribadito come la condotta rilevante sia quella che si estrinseca nell'esercizio del potere decisionale dei soci e cioè nella decisione o autorizzazione di atti dannosi per la società, i soci o i terzi; l'atto dannoso deve discendere da una decisione intenzionale; l'intenzionalità deve essere interpretata quale consapevolezza dell'antigiuridicità dell'atto e accettazione del rischio che da tale condotta possano derivare danni alla società ai soci e ai terzi:

"ai fini della sussistenza della responsabilità in capo al socio è sufficiente che egli abbia deciso e autorizzato e quindi abbia concorso al compimento dell'atto, nonostante avesse la consapevolezza della sua contrarietà a norme o a principi generali dell'ordinamento giuridico, con l'accettazione della potenzialità dannosa di tale condotta" (Trib. Torino, sez. I, 20/04/2012 – www.dejure.it).



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