Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  Gasparre Annalisa - 2014-09-03

STALKING: ANCHE L'AVVOCATO PUO' ESSERE VITTIMA! - Cass. pen. 35690/2014 - Annalisa GASPARRE

Se vi capita di conoscere amichevolmente un avvocato avrete sentito dire che c'è qualche assistito che lo "stalkerizza": telefonate per futilità, insistenza, allarmismi specie a ridosso delle festività. Luglio è un mese diabolico in questo senso, sia che si eserciti prevalentemente in materia civile che penale. E, di solito, chi davvero ha bisogno non chiama ma solleciti sono chi, pur sapendo che l'udienza sarà solo tra sei mesi, chiama per sapere se ci sono novità (o solo per sfogarsi, forse).

Fino a quando è l'assistito - che poi, spesso, è anche il cliente, cioè chi paga la prestazione - un sospiro (no, forse, due) e si risponde con cordialità e accoglienza (non sempre, è vero... anche l'avvocato è un essere umano).

La situazione diventa più spiacevole quando a contattare ripetutamente e non proprio in modo cortese è un soggetto che non è assistito ma che, nello specifico, è la controparte! Questo il caso affrontato dalla Cassazione, con la sentenza che può essere letta per esteso a seguire, in cui ad essere vittima di condotta qualificata come stalking è stato l'avvocato che agiva in sede civile per il recupero di un credito nei confronti del debitore che, in concorso con altro soggetto, è stato condannato quale autore degli atti persecutori.

ll tema dello stalking è molto caldo e attuale e fertile è la giurisprudenza (su questo sito si trovano numerose pronunce e commenti), tanto quanto sono copiosi i comportamenti, le motivazioni, le "figure criminali" in campo.

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 13 giugno – 13 agosto 2014, n. 35690

Presidente Marasca – Relatore Vessichelli

Fatto e Diritto

Propone ricorso per cassazione, C.P., avverso la sentenza della Corte di appello di Trento -sezione distaccata di Bolzano- in data 2 maggio 2013, con la quale è stata confermata quella di primo grado, emessa all'esito di giudizio abbreviato, di condanna in ordine al reato di atti persecutori, commesso in concorso con L.E., in danno dell'avvocato G.C..

Costei era divenuta motivo di molestie da parte del L.- che si era poi servito della collaborazione dei ricorrente- poiché curava, anche con atti di precetto, gli interessi e le pretese civilistiche che T.P. avanzava nei confronti dello stesso L.: i fatti sono stati contestati come commessi dal 9 dicembre 2009 al 3 gennaio 2010, con contestazione anche di recidiva reiterata e infra-quinquennale.

Deduce

1) la violazione dell'articolo 612 bis c.p.

Ad avviso del ricorrente, non essendo ravvisabili, nei comportamenti contestati, azioni qualificabili come molestie o minacce, il reato di "stalking" dovrebbe essere giudicato Insussistente.

Tanto più che non risultano provati, ai danni della persona offesa, un avvocato dalla lunga esperienza, un perdurante stato d'ansia o di paura o il timore per l'incolumità propria o di un congiunto e nemmeno la necessità di alterare le proprie abitudini di vita;

2) il vizio della motivazione,

Il giudice dell'appello aveva citato giurisprudenza inconferente e comunque aveva sostenuto essersi verificati comportamenti (come quello dei l'apposta mento) mai posti in essere dall'imputato;

3) la violazione degli articoli 133 e 163 cp.

La pena appare eccessiva e nemmeno giustificata alla luce del criteri Imposti dall'art. 133, nonché del principio costituzionale della finalità rieducativa della pena (articolo 27 della Costituzione).

Il trattamento sanzionatorio avrebbe dovuto essere fissato nel minimo, considerato il corretto comportamento processuale, dovendosi anche pretermettere la valutazione dei precedenti che non sono significativi per la prognosi sulla pericolosità futura.

Il ricorso è inammissibile.

I primi due motivi, i quali pongono una questione unitaria sia pure sotto il profilo della violazione di legge e del vizio di motivazione, sono inammissibili per genericità. Essi costituiscono la fedele reiterazione di questioni già sottoposte al giudice dell'appello e da questi affrontate e risolte con motivazione completa e razionale alla quale il ricorrente non contrappone alcun nuovo argomento, nella redazione di motivi di ricorso. Tale tecnica espositiva, risolvendosi nella proposizione di censure che non aggrediscono la motivazione della sentenza impugnata, comporta il rilievo che i motivi vanno dichiarati inammissibili per genericità, violando, essi, Il disposto dell'articolo 581 cpp che Impone, Invece, la Individuazione di specifici punti dei provvedimento gravato, da rendere oggetto della domanda di impugnazione.

Il ricorrente non si confronta con la motivazione della decisione sottoposta ai vaglio di questa Corte, nella quale si è già dato atto della irrilevanza del fatto che i singoli comportamenti possano costituire altrettanti autonomi fatti di reato, non essendo, tale requisito previsto dall'articolo 612 bis c.p.

D'altra parte, la Corte d'appello ha dato atto della circostanza che i comportamenti descritti nel capo d'imputazione, al quali non sono affatto estranei connotati minacciosi, sono stati tali, sia per la quantità, per la insistenza, per la loro natura anche grave nonché per la provenienza da soggetto condannato e pertanto di comprovata indole criminale, da Ingenerare nella persona offesa un perdurante e grave stato di ansia e timore per la propria incolumità, attestato dalle coerenti accuse formulate dalla stessa denunciante. Costei, proprio in ragione dello stato di timore in cui era stata ridotta , aveva dovuto chiedere l'intervento delle forze dell'ordine e dell'autorità giudiziaria, nonché l'aiuto di parenti ed aveva dovuto mutare le proprie abitudini di vita.

Rispetto a tali circostanziate attestazioni, Il ricorso non articola censure mirate, limitandosi, come detto, a riproporre le stesse doglianze.

Ugualmente inammissibile e l'ultimo motivo di ricorso, posto che il trattamento sanzionatorio, fissato dai giudici dei merito in anni uno di reclusione, che comunque è un'entità prossima ai minimo edittale, è stato determinato previa concessione delle circostanze attenuanti generiche, avvenuta per valorizzare proprio il buon comportamento processuale dell'imputato il quale ha ammesso gli addebiti.

É del tutto destituita di fondamento, in altri termini, la doglianza riguardante la asserita assenza di motivazione o illogicità della stessa, al riguardo.

Alla inammissibilità consegue, ex art. 616 cpp, la condanna del ricorrente al versamento, in favore della cassa delle ammende, di una somma che appare equo determinare in euro 1000.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento ed a versare alla cassa delle ammende la somma di euro 1000.



Autore

immagine A3M

Visite, contatti P&D

Nel mese di agosto 2020 Persona & Danno ha registrato oltre 241.000 visite.

Articoli correlati