Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  Redazione P&D - 2014-01-14

STALKING, CONCORSO APPARENTE TRA ATTI PERSECUTORI E VIOLENZA PRIVATA – Cass. pen. 25889/13 – Ruggero BUCIOL

Il delitto di violenza privata è ipotesi speciale rispetto alla fattispecie di atti persecutori di cui all"art. 612 bis c.p. Per la consumazione di quest"ultima è infatti necessaria una condotta di induzione di ansie, preoccupazioni e paure ma non la finalità di costringere altri a fare, tollerare od omettere qualcosa. Tali elementi sono invece richiesti dal delitto di cui all"art. 610 c.p.

La Corte di appello di Trento ribadiva l'affermazione della responsabilità penale in capo all"imputato in ordine al reato di cui all'art. 610 c.p., per avere inseguito e bloccato la vittima mentre transitava a bordo della sua autovettura.

Avverso tale sentenza veniva proposto ricorso per cassazione con il quale si eccepiva, in particolare, l"inconfigurabilità del reato di violenza privata. Un tanto veniva giustificato sia per la carenza di dolo, sia a fronte di una condotta riconducibile piuttosto alla fattispecie di cui all'art. 612 bis c.p. (nel caso di specie dichiarata estinta già dal primo giudice con la rimessione della querela).

La Suprema Corte rigetta il ricorso.

Il Collegio ha affermato come la fattispecie criminosa di atti persecutori tuteli il singolo cittadino da comportamenti che ne condizionino pesantemente la vita e la tranquillità personale procurando ansie, preoccupazioni e paure. Essa è finalizzata a proteggere la personalità individuale della vittima dalle influenze perturbatrici. Ipotesi speciale rispetto a tale reato è il delitto di violenza privata. Per la configurazione di quest"ultimo non è infatti sufficiente che sia stato indotto nella vittima uno stato di ansia e di timore per la propria incolumità mentre è richiesto lo scopo di costringere altri a fare, tollerare od omettere qualcosa. In tale contesto, la libera determinazione è impedita da una condotta immediatamente produttiva di una situazione idonea ad incidere sulla libertà psichica del soggetto passivo.

La Suprema Corte specifica inoltre come nel delitto di cui all'art. 610 c.p. il dolo sia generico e consista nella coscienza e volontà di costringere il destinatario della violenza a tenere la condotta pretesa dall'agente.

Alla luce di quanto sopra, la Cassazione rigetta il ricorso ritenendo sussistenti gli elementi fattuali e psicologici della violenza privata a fronte di un accertato comportamento rivolto ad interferire nella condotta di guida della vittima costretta con manovre intimidatorie a fermarsi (ed a rifugiarsi nel portone dell'abitazione di una sua amica) piuttosto che proseguire secondo le originarie intenzioni.

In conformità, la giurisprudenza aveva già qualificato in termini di violenza privata e non di atti persecutori la condotta violenta e minacciosa reiteratamente posta in essere da un capo officina nei confronti di un meccanico. Nel caso di specie, l"azione aveva prodotto l"effetto di costringere il lavoratore, nel contesto di un"azienda organicamente strutturata, a tollerare una situazione di denigrazione e deprezzamento delle sue qualità lavorative (Cass. pen.,  sez. VI, 25 novembre 2010, n. 44803, in Cass. pen., 2011, 10, 3444).

In senso contrario, la Cassazione aveva affermato come la disciplina dettata dall"art. 610 c.p. non fosse speciale rispetto agli atti persecutori. Infatti, la violenza privata sarebbe finalizzata a costringere la persona offesa a fare, non fare, tollerare o omettere qualcosa non limitandosi a generare solo il turbamento emotivo occasionale dell'offeso per il riferimento ad un male futuro. Per converso, lo stalking influirebbe sull'emotività della vittima: i due reati, quindi, potrebbero concorrere tra loro (Cass. pen., sez. V, 07 aprile 2011, n. 20895, in www.dejure.it).

Un altro orientamento della giurisprudenza di merito aveva sostenuto come il delitto di violenza privata integrasse tutti gli estremi del delitto di atti persecutori nel caso in cui venisse posto in essere a mezzo di reiterate condotte minacciose realizzate al fine di costringere la persona offesa a riallacciare una relazione sentimentale contro la propria volontà. Infatti, in tali casi sussisterebbero un"identità di elementi costitutivi (si trattava di condotte reiterate per un lasso apprezzabile di tempo e caratterizzate da minaccia e molestia, inducenti nella persona offesa uno stato di ansia, angoscia e timore per la propria incolumità, con conseguenti limitazioni alla vita di relazione sociale e professionale e necessità di modificare le proprie abitudini) (Trib.  Milano, sez. X, 30 maggio 2011, in Foro ambrosiano, 2011, 1, 12).

Per quanto concerne la distinzione fra le due fattispecie in questione, la giurisprudenza di merito, diversamente dalla sentenza in commento, faceva riferimento alla considerazione che il reato di violenza privata non fosse integrato dallo stato d'ansia e dalla paura indotti nella vittima quale effetto di condotte petulanti e moleste. Queste ultime azioni od omissioni venivano considerate ascrivibili al diverso delitto ex art. 612 bis c.p. (Ufficio Indagini preliminari  Catanzaro, 23 marzo 2009, in Redazione Giuffrè, 2009). Diverso orientamento aveva invece concentrato l"attenzione sul fatto che nella violenza privata le condotte della persona offesa sarebbero direttamente coartate dal reo (costrizione di fare, omettere, tollerare); negli atti persecutori sarebbero finalizzate ad evitare ogni contatto con il persecutore, ma non specificamente imposte da costui (Ufficio Indagini preliminari  Milano, 01 luglio 2009, in Foro ambrosiano, 2009, 3, 284).



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