Legislazione e Giurisprudenza, Reo, vittima -  Gasparre Annalisa - 2015-04-11

STALKING: SE LA VITTIMA E' L'EX, LA PENA E' AGGRAVATA - Trib. Napoli, 9.9.2013 - Annalisa GASPARRE

- atti persecutori

- la vittima è l'ex coniuge

- la responsabilità è aggravata


Il caso, descritto compiutamente nella sentenza integrale che può leggersi a seguire, esemplifica efficacemente uno dei contesti tipici in cui si realizza la condotta di atti persecutori. Nel caso in esame i protagonisti erano due coniugi tra i quali vi erano pregressi giudiziari (condanna per maltrattamento in famiglia a carico del marito).

Dopo anni di umiliazioni e violenze la moglie trovava il coraggio di denunciare il coniuge ma questa condotta aveva finito per scatenare ulteriori sentimenti di rancore e vendetta da parte dell'uomo che, dal carcere, inviava lettere minatorie. Le ripetute minacce dimostravano la pervicace e continuativa volontà dell'imputato di intimorire gravemente la vittima.

Tale condotta cagionava alla vittima un perdurante e grave stato di ansia e di paura, costringendola a cambiare le proprie abitudini di vita, allontanandosi dalla casa coniugale per la concreta paura delle ritorsioni minacciate reiteratamente dall'imputato.

Trib. Napoli Portici, Sent., 09-09-2013

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI NAPOLI

SEZIONE DISTACCATA DI PORTICI

IL GIUDICE MONOCRATICO dr. Dott Alessandro Cananzi nell'udienza

dal 17/12/2012 ha emesso la seguente

SENTENZA

nella causa a carico di O.M. (...)(...)imputat_di(...)

IMPUTATO:

A del delitto previsto e punito dall'art. 612​ ​bis, commi le 2, c.p. perché, con condotte reiterate nel tempo, minacciava, ripetutamente, il coniuge V.C., con lettera del 03.06.2010, con frasi del tipo: "ricordati che più tempo passa e più la situazione diventa grave, il mio odio aumenta per tutto quello che stai facendo", se mi fai uscire si può ancora recuperare qualcosa altrimenti ricordati questa vita d'inferno te la ripago con gli interessi. Qui (in carcere) si fanno molte amicizie e ti ho fatto raggiungere per telefono, posso farti raggiungere anche a casa". ed ancora "la tua vita e quella dei tuoi figli sono nelle mie mani..... Manda il tuo avvocato a ritirare le denunce..."pensa bene quello che fai, mi conosci e sai che se mi arrabbio non rispondo di me"; inoltre, con missiva del 9 maggio 2010, le diceva: "ricordati che ogni giorno che passo qui dentro più aumenta il mio odio verso di te ed i tuoi figli, perciò pensaci bene", "ci vediamo qui e poi in Tribunale, quando venite devi dire al giudice che vuoi ritirare la denuncia perché non ti ho fatto niente e che i CC mi hanno voluto denunciare per forza contro il tuo parere......."; con missiva del 29 giugno 2010 "con la fede al dito non ti voglio più veder, più tosto te lo taglio"...."tanto prima o poi di qui io esco e ti porto con i capelli, prima al comune, poi dall'avvocato, poi in parrocchia e poi dai CC per togliere le denunce"; "ti voglio vedere solo quando esco il giorno che ti ammazzerò così in galera ci vado perché ho fatto qualcosa", "venditi anche il computer ..... quando vengo a casa te lo spacco in testa.....ti odio a morte", ed altresì, con la lettera del 1 7.06.2010 indirizzata alla sorella della V., F​.​, riferiva: " di a tua sorella che il mio odio aumenta .....appena esco quelle diciotto pagine gliele faccio mangiare una per una", " IO DEBBO USCIRE DA QUI CON LE MIE GAMBE, ED AVERE LA FORZA DI ARRIVARE A CASA PER AMMAZZARE TUA SORELLA, dille di non mandarmi più soldi se le conservi per comprare un loculo al cimitero per lei e R​."; in tal modo cagionava alla V.C., un perdurante e grave stato di ansia e di paura tale da ingenerarle un fondato timore per l'incolumità fisica propria e degli stretti congiunti, costringendola, altresì, a alterare le proprie abitudini di vita;

Con l'aggravante di aver commesso il fatto in danno del coniuge

In Ercolano da maggio 2010, condotta attuale, querela del 9 luglio 2010.

Con la recidiva

Svolgimento del processo - Motivi della decisione

L'imputato O.M. veniva citato a giudizio per rispondere del delitto precisato in epigrafe.

Ritualmente citato, non si presentava al dibattimento, venendo dichiarato contumace.

In esito all'istruttoria dibattimentale, che si è svolta mediante l'esame della persona offesa, parte civile costituita, V.C., nonché attraverso l'acquisizione al fascicolo per il dibattimento della documentazione prodotta dalle parti, le parti concludevano come in epigrafe ed il giudice pronunciava la presente sentenza, dando lettura del dispositivo in pubblica udienza.

Le risultanze processuali fondano il giudizio di responsabilità dell'imputato.

Dalla documentazione acquisita risulta per tabulas che O.M. è stato condannato in primo e secondo grado (proc. n. 7386\2010 R.G. C. A. Napoli, sentenza n. 7224\2010) per il delitto di maltrattamenti in famiglia, per fatti commessi fino al 12 marzo del 2010, sulla base delle dichiarazioni rese da V.C., moglie separata dell'imputato, la cui attendibilità è stata valutata positivamente dal giudice di prime cure e dalla corte territoriale.

La credibilità della V. è stata valutata positivamente anche in un secondo giudizio, definito dal GIP di Napoli con la sentenza n. 1968\2010 del 27.9.2010 (in copia in atti), che ha condannato l'imputato sempre per condotte di maltrattamenti poste in essere ai danni della moglie e dei figli tra il 30 ed il 31 marzo del 2010.

Il presente processo prende le mosse da un'ulteriore querela presentata da V.C. il 9 luglio del 2010 presso la tenenza dei carabinieri di Ercolano.

Con tale denuncia la persona offesa rappresentava che né la prima condanna per maltrattamenti, né la sottoposizione dell'imputato alla misura cautelare della custodia in carcere, avevano indotto l'imputato a desistere dalle condotte violente e persecutorie poste in essere ai danni della moglie.

Viceversa, la volontà e il coraggio dimostrato dalla V., nel denunciare lunghi anni di umiliazioni e di violenze verbali e fisiche subite da lei e dai figli ad opera del marito, scatenavano sentimenti di rancore e di vendetta nell'animo dell'O..

Coerente con tale cornice fattuale di riferimento, appare il tenore minatorio delle reiterate lettere inviate dall'imputato dal carcere, indirizzate direttamente o indirettamente (v. missiva del 17.6.2010 inviata alla sorella F) alla V..

Le ripetute minacce rivolte alla parte civile - attraverso le lettere acquisite in originale al fascicolo per il dibattimento ed il cui contenuto intimidatorio risulta correttamente compendiato nel capo di imputazione - dimostrano oltre ogni ragionevole dubbio la pervicace e continuativa volontà dell'imputato di intimorire gravemente la vittima. Nel tentativo di costringere la moglie separata a ritirare tutte le denunce già presentate, l'O. ha cagionato alla stessa un perdurante e grave stato di ansia e di paura, costringendola a cambiare le proprie abitudini di vita, allontanandosi dalla casa coniugale per la concreta paura delle ritorsioni minacciate reiteratamente dall'imputato (v. deposizione V., ud. 12\11\2012, pag. 12).

Va considerato come la giurisprudenza (cfr., fra le tante, Cass. Pen., sez. VI, 9 aprile 2008 n. 709. Cass. Pen., sez. III, 27 aprile 2006 n. 234647) abbia più volte ribadito che "le dichiarazioni della persona offesa possono essere assunte, anche da sole, come prova della responsabilità purché le stesse vengano sottoposte ad un rigoroso vaglio critico in ordine alla loro attendibilità oggettiva e soggettiva, senza che ciò implichi la necessità di applicare le regole probatorie di cui all'art. 192, commi terzo e quarto, c.p.p. che richiedono la presenza di riscontri esterni; qualora la persona offesa si sia anche costituita parte civile e sia, perciò, portatrice di pretese economiche, il controllo di attendibilità deve essere più rigoroso, fino all'opportunità di procedere al riscontro di tali dichiarazioni con altri elementi".

Nello specifico questo giudice segue l'orientamento espresso dalla Corte Costituzionale e dalla Corte di Cassazione (cfr., fra le tante, Cass. Sez. V del 14 giugno-18 settembre 2000 n. 9771, Cass. Sez. II 16 giugno -11 settembre 2003 n. 35443), che, ormai da tempo ed in modo consolidato, hanno fissato i parametri di riferimento che il giudice deve adottare quando la prova sia rappresentata, anche in via esclusiva, dalle dichiarazioni della persona offesa dal reato. E' quindi necessario sottoporre quelle dichiarazioni ad una puntuale analisi critica, mediante la comparazione con il rimanente materiale probatorio acquisito (laddove ciò sia possibile) utilizzabile per corroborare la sua dichiarazione, ovvero, laddove una verifica "ab estrinseco" non sia possibile, svolgere un esame attento e penetrante, condotto con rigore e spirito critico, che investa la attendibilità della dichiarazione e la credibilità soggettiva di chi l'abbia resa e che, tuttavia, non sia improntato da preconcetta sfiducia nei confronti del dichiarante, dovendosi comunque partire dal presupposto che, fino a prova contraria, egli, sia esso persona offesa, sia esso semplice soggetto informato, riferisca fatti veri, o da lui ritenuti tali.

Tanto premesso, la credibilità della vittima emerge con palmare evidenza dal contenuto delle lettere consegnate dalla V. ai carabinieri di Ercolano in sede di presentazione della querela, che rappresentano il corpo del reato poiché attraverso le stesse l'imputato ha reiteratamente posto in essere comportamenti persecutori ai danni della vittima.

Quanto alla integrazione del delitto i​n contestazione, la norma prevede che dal comportamento reiteratamente minaccioso o comunque molesto dell'agente deve derivare, quale ulteriore evento dannoso, un perdurante stato d'ansia o di paura della persona offesa, oppure un fondato timore della stessa per l'incolumità propria o di soggetti vicini, oppure ancora il mutamento necessitato delle proprie abitudini di vita.

Si tratta di tre fattispecie che valgono a connotare la posizione della persona offesa come quella di un soggetto violato nella propria libertà morale - come si desume dalla collocazione sistematica della norma nella sez. III, del titolo XII del secondo libro del cp- e costretto ad una posizione seriamente difensiva a causa della debordante invasività degli atti vessatori posti in essere dall'agente.

Nel caso che ci occupa, la V. ha vissuto, memore delle violenze fisiche e verbali e dei maltrattamenti vissuti durante la convivenza con l'imputato, uno stato di apprensione e di paura costante, ravvivato ogni volta dalle ripetute lettere minatorie ricevute, pienamente idonee ad ingenerare paure, oltre al fondato timore per l'incolumità propria e dei figli, più volte indicati nelle lettere quali possibili destinatari di condotte ritorsive.

L'imputato va pertanto dichiarato responsabile del reato di atti persecutori a lui contestato, di cui ricorrono tutti gli elementi oggettivi e soggettivi.

Quanto al trattamento sanzionatorio, in ragione dei precedenti penali, anche specifici gravanti sull'imputato, deve applicarsi l'aumento per la contestata recidiva, atteso che il nuovo episodio criminoso altro non è se non l'espressione di ulteriore capacità criminale dell'imputato.

L'imputato va pertanto condannato alla pena che, alla luce dei criteri di giudizio di cui all'art. 133 c.p., si reputa congruo quantificare in anni 1 di reclusione, pena finale così calcolata: pena base mesi 6 di reclusione, aumentata per la contestata aggravante a mesi 9, ulteriormente aumentata per la recidiva alla pena indicata.

Alla condanna segue di diritto l'obbligo del pagamento delle spese processuali e di quelle sostenute dalla parte civile, che si liquidano come da dispositivo.

Consegue la condanna dell'imputato al risarcimento del danno cagionato alla parte civile costituita, da liquidarsi in separata sede, dinanzi al giudice civile.

Non sussistono i presupposti oggettivi, causa le precedenti condanne, per concedere all'imputato il beneficio della sospensione condizionale della pena.

Letto l'art. 544 c.p.p. ed in considerazione dell'eccessivo carico di lavoro che grava sull'ufficio, si indica in giorni 90 il termine per il deposito della motivazione.

P.Q.M.

Visti gli art. 533 e 535 c.p.p. dichiara O.M. colpevole del reato ascrittogli in rubrica e, con l'aumento per l'aggravante contestata e la recidiva, lo condanna alla pena di anni 1 di reclusione, oltre al pagamento delle spese processuali.

Condanna l'imputato al risarcimento dei danni in favore della parte civile costituita, da liquidarsi in separata sede, dinanzi al giudice civile, nonché alla rifusione delle spese sostenute dalla parte civile nel presente giudizio, che liquida in complessivi Euro 980,00, oltre iva e cpa come per legge.

Giorni 90 per il deposito dei motivi.

Così deciso in Portici, il 17 dicembre 2012.

Depositata in Cancelleria il 9 settembre 2013.



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