Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  Gasparre Annalisa - 2015-11-11

STALKING: UN'ASSOLUZIONE PER INCERTEZZA - Trib. Padova, 20.3.2015

- atti persecutori

-  frequenti e ingiustificati passaggi nei pressi dell'abitazione della ex moglie + atti vandalici


L'imputato è stato assolto dal reato di atti persecutori a lui ascritto perchè con condotte reiterate consistenti in particolare in frequenti e ingiustificati passaggi nei pressi dell'abitazione dell'ex moglie C.B., atti vandalici sull'auto e gli immobili della stessa, molestava e minacciava la predetta C.B. ingenerando nella stessa un perdurante e grave stato d'ansia ed un fondato timore per la propria incolumità.

Una serie di indizi a carico dell'uomo, comprese polpette avvelenate destinate al cane e rinvenute nel giardino di casa nonché serrature delle porte bloccate con colla, schiacciamento dei tubi del climatizzatore, strattonamenti al suocero, ruote dell'auto bucate.

Per difendersi la persona offesa aveva installato telecamere così da immortalare i passaggi dell'ex marito ma non si accertava alcun atto da parte suo relativo ai danneggiamenti riscontrati.

L'imputato è stato però assolto per mancanza di certezza in ordine alla sua responsabilità.

Sul reato di stalking e sui rapporti con altri reati, diffusamente e con ampia casistica, Gasparre, IL REATO DI STALKING TRA PROFILI TEORICI E APPLICAZIONI GIURISPRUDENZIALI, Key Editore, settembre 2015

Trib. Padova, Sent., 20-03-2015

Presente l'imputato, nonché costituitasi parte civile C.B., dopo ampia istruttoria il processo giunge all'odierna udienza per la sola discussione.

Sia il P.M. che la difesa hanno concluso chiedendo l'assoluzione del C., quantomeno ex art. 530, II comma c.p.p., insistendo invece la parte civile per la condanna alla pena di giustizia, con richiesta risarcitoria.

Il processo trae spunto da tre querele sporte da C.B. in data 06.07.2011 - 29.07.2011 e 02.08.2011.

All'esame C.B., divorziata da C.P. dal 2008, rammentava che, al fine di non pagare oneri per un'eventuale sanatoria, decideva di rimuovere una tettoia insistente sulla propria abitazione.

Il 27.07.2011 C.P. si sarebbe posizionato con il suo furgone davanti al passo carraio della sua abitazione, ostacolando l'uscita del camion che doveva portar via la "pompeiana" smontata: ne sarebbe sorta una questione, con ingiurie ed intervento anche di suo padre, unitamente al cognato e ad un operaio di nome D.B.F..

Aggiungeva di aver trovato il cane avvelenato per ben due volte, con delle "polpette" nel giardino, oltre alle serrature di casa bloccate con colla, ivi compreso un appartamentino che deteneva a J. (anche il fratello avrebbe avuto lo stesso problema in due appartamenti a C.).

Relativamente ad un climatizzatore, nel maggio/giugno 2011 di notte sentiva un "botto" e mancava l'energia elettrica: sentendo odore di fumo riteneva che il climatizzatore fosse andato in corto circuito, ma una volta chiamato il tecnico per le riparazioni venivano riscontrati "schiacciamenti sui tubi", così da non ben circolare il gas di refrigeramento.

Ritornando all'episodio della tettoia, precisava che era presente lei che stava tagliando l'erba, suo padre e suo cognato, nonché il DB; durante lo smontaggio sulla strada l'ex marito osservava la scena da un furgone che, a suo dire, dava fastidio perché posizionato davanti al cancello carraio e per tale motivo invitato a spostarsi (v. a pag. 19 verb. ud. 24.10.2013).

Non rispondendo all'invito, suo padre andava a parlargli al finestrino ma l'imputato "lo prendeva per la camicia e per il collo, strattonandolo" (v. a pag. 20).

Riferiva di vederlo passare davanti alla sua abitazione anche 2-3 volte la settimana, sempre in auto, solitamente con il furgone (v. a pag. 22 c.s.).

Escludeva di aver mai ricevuto telefonate o messaggi (v. a pag. 24 c.s.).

Aveva trovato per 2-3 volte la macchina con le ruote bucate ed il gommista gli faceva vedere che le forature erano dovute a "viti belle grosse" (v. a pag. 27).

Riferiva di aver patito degli stati d'ansia e per tale motivo essersi rivolta al dr. B., suo medico di base (sono state acquisite le s.i.t. rese dallo stesso dove, in una sola ed unica occasione, C.B. avrebbe manifestato un "disagio" relativo alla separazione dal marito).

Vista la rottura del climatizzatore, aveva il terrore di andare via e trovare le porte di casa sigillate con la colla e non poter rientrare.

Aveva installato delle telecamere "per motivi di sicurezza", così da immortalare i passaggi in macchina dell'ex marito (agli atti alcuni fotogrammi).

Dichiarava peraltro di non aver mai visto il C. compiere alcun atto relativo ai danneggiamenti alle serrature (v. a pag. 50 c.s.).

G.G., del Nucleo Radiomobile Carabinieri di ___, il 27.07.2011 riceveva invito dalla Centrale Operativa di portarsi nell'abitazione della C., dove peraltro non potevano constatare nulla se non raccogliere le dichiarazioni dei presenti: veniva riferito che C.P. era arrivato con il suo furgone e posizionato in modo da non permettere l'uscita degli operai.

Giunto sul posto il furgone era già stato spostato e le parti presenti erano "in stato di agitazione", per cui si limitavano a calmare gli astanti (v. a pag. 52 c.s.).

Il C. era sempre vicino al suo furgone, che però aveva spostato rispetto alla sua prima ubicazione.

Precisava che quello era stato il primo ed anche unico intervento fatto su richiesta della C. nella sua abitazione: da quanto accertato vi sarebbe stato un diverbio tra il padre di costei ed il C.i (v. a pag. 54 c.s.).

Non rilevavano alcun segno evidente di violenza fisica (v. a pag. 55 c.s.).

C.D., figlia dell'imputato e della persona offesa, ha sempre vissuto in famiglia e dal 2008 da sola con la madre: relativamente all'episodio della pompeiana rimossa, era arrivata a casa nel momento in cui il padre si trovava con il furgone parcheggiato fuori casa loro e sua madre, unitamente al nonno e ad un operaio di questi, il D.B.F., avevano aperto una "questione", ricordando di aver visto suo padre prendere il nonno per il braccio dall'interno del furgone e strattonarlo (v. a pag. 7 verb. ud. 03.07.2014).

Non era vicina, però sentiva che i toni erano alti e volavano anche delle offese: il padre non voleva spostare il camion e sarebbe stato lì fino all'arrivo dei Carabinieri, che lei stessa aveva chiamato.

Precisava che l'alterco era intervenuto solo tra suo padre e il nonno materno.

Confermava che quando passava di là suo padre a volte rallentava e "buttava l'occhio dentro" (v. a pag. 9 c.s.).

A seguito dell'episodio del climatizzatore, oltre all'originaria telecamera ne vennero installate delle altre.

Nel gennaio 2010 si era recata a J. e aveva visto suo padre nelle vicinanze del loro appartamento e qualche giorno dopo la madre trovava il vetro del bagno infranto, oltre alla porta blindata che non si apriva più perché una specie di colla impediva alla serratura di girare (v. a pag. 12 c.s.).

A J. il padre non era da solo ma in compagnia di una signora.

A precisa domanda se avesse assistito ad episodi nei quali il padre avesse tenuto comportamenti illeciti o comunque gravosi, pesanti, offensivi o minacciosi nei confronti della madre, negava tali circostanze (v. a pagg. 13-14 verb. ud. c.s.).

Aggiungeva che la loro abitazione si trovava su una "strada di quartiere" che gira in un borgo di case, a doppio senso ma non la principale, dovendosi ritenere secondaria e percorsa solitamente dai residenti (v. a pag. 18 c.s.).

A suo dire il C. non era obbligato a passare necessariamente di fronte alla loro abitazione per andare al lavoro (di professione imbianchino).

Relativamente alla proprietà dell'immobile, sapeva che era al 50% tra suo padre e sua madre e solo pochi mesi prima avevano definito i loro rapporti economici ed acquistato sua madre la quota del padre.

Secondo lei non era il nonno che aveva messo il braccio dentro il camion, ma suo papà che aveva "tirato fuori il braccio e anche un bastone dal camion, forse pensando di darlo in testa a qualcuno" (v. a pagg. 24-25 c.s.).

D.B.F., dipendente di C.B., ricordava di essere andato a "dare una mano" a smontare una tettoia a casa della signora B.: ad un certo punto, quando stavano per andare via, arrivava l'imputato con il suo furgone e si metteva davanti a guardare, ma dopo che avevano parlato con lui si spostava e così era possibile uscire (v. a pag. 50 verb. ud. c.s.).

Non conoscendo il dialetto veneto, non riusciva a capire cosa si erano detti, ricordando che la figlia della signora B. si era messa a piangere (a pag. 51).

Relativamente al contrasto tra l'imputato ed il suocero, riferiva che il B. era andato lui, alzando la mano, verso il finestrino del furgone ove si trovava il C. e che questi "gli prendeva il dito" (il teste mimava il gesto).

Ribadiva che dopo aver parlato con la moglie e chiarito "un qualche cosa", si spostava e permetteva quindi l'uscita del loro mezzo (v. a pag. 54 c.s.).

Nel rendere l'esame G.P., cognato di C.B., confermava di essere stato pure lui presente per lo smontaggio della pompeiana abusiva: al momento di uscire arrivava l'ex marito che "un po' imbrattava l'uscita dal passo carraio con il furgone" (v. a pag. 66 c.s.), essendosi messo lì a guardare.

Gli veniva chiesto di spostarsi e lui restava dapprima fermo, ma dopo si spostava (v. a pag. 67 c.s.): arrivavano i Carabinieri e alla fine si spostava ancora di più.

C.K., sorella di C.B., escludeva di aver assistito a qualsivoglia episodio avvenuto presso l'abitazione della sorella.

Ricordava però che in due occasioni gli appartamenti del fratello a C. ebbero le serrature imbrattate di colla.

Non aveva mai visto la sorella bisticciare con l'ex marito (v. a pag. 77 c.s.).

Anche lei vide in qualche occasione l'imputato transitare sulla strada e, a suo dire, aveva un atteggiamento "di sfida con gli occhi" (v. a pag. 80 c.s.) precisando poi di averlo visto in tutto tre volte (v. a pag. 82 c.s.).

La sorella l'aveva chiamata delle volte a casa per farle compagnia, in quanto "terrorizzata ad uscire".

C.C., attualmente convivente dell'imputato ma non all'epoca dei fatti, dichiarava di essere passata alcune volte di fronte alla ex casa coniugale del C., perché in fondo alla strada abitava una sua parente e con lei molte volte vi era anche l'imputato (v. a pagg. 5-6 verb. ud. 10.12.2014).

Escludeva che il P. si fermasse di fronte alla casa dell'ex moglie, ma era al corrente di tensioni per la vendita della quota in favore della C..

Escludeva che questi avesse rapporti con la figlia, che personalmente aveva visto per la prima volta in Tribunale (v. a pag. 7 c.s.).

Precisava che C. aveva il parrucchiere in quel quartiere, dove già in precedenza abitava, a circa 300 mt. dalla sua ex casa (v. a pag. 8 c.s.).

Escludeva che l'imputato avesse mandato messaggi o fatto telefonate alla C. (v. a pag. 10 c.s.): mandava solo un messaggio alla figlia tutti gli anni, a Natale ed in occasione del suo compleanno.

Ricordava l'episodio della tettoia perché era andata da sua cugina quel giorno e aveva assistito, a circa 100 mt. di distanza, ad un alterco dove, a suo dire, C. era sul furgone e la ex moglie gli si era avventata addosso "come una pazza" (v. a pag. 11 c.s.).

Non si è intromessa: sapeva che quel giorno doveva essere tolta una tettoia abusiva per una precedente diffida del Comune al C. (v. a pag. 11 c.s.).

Era anche a conoscenza, riferitole dall'imputato, che quel giorno sarebbe andato a vedere che i lavori fossero fatti senza danni (v. a pag. 12 c.s.).

Z.L., conoscente dell'imputato da vecchia data, in quel periodo si incontrava con lui almeno 2-3 volte al mese e ricordava di essere stato chiamato dalla ex moglie perché aveva la maniglia di una portiera dell'auto con "dell'Attak e degli spilli" (v. a pag. 19 c.s.): a detta della C. il responsabile era sicuramente l'ex marito, ma precisava che l'auto era tenuta sulla pubblica via e non all'interno del giardino o in garage (v. a pag. 20 c.s.).

Varie volte si era accompagnato con l'amico P. per andare a J., sia d'estate che in inverno (v. a pag. 22 c.s.).

Da ultimo ha reso l'esame anche l'imputato C.P., spiegando che vi era con la sua ex una questione patrimoniale relativa alla casa coniugale intestata ad entrambi, risoltasi solo nell'aprile scorso, con l'acquisto della quota.

Confermava che passava di là, anche un paio di volte la settimana, ma di non essersi mai fermato: ciò per andare a trovare un amico residente nei paraggi oppure da dei clienti che aveva nella zona, per le sue opere di imbianchino.

Non aveva mai incrociato la C. e l'unica volta che ebbe ad incontrarla casualmente, ricevette un "gesto irriverente" con il dito medio della mano.

Relativamente alla pompeiana, era andato per sicurezza a controllare i lavori e suo suocero gli aveva intimato di spostarsi, al che sopraggiungeva anche l'ex moglie che dava calci al furgone, ma lui rimaneva all'interno senza scendere.

Aveva saputo che stavano rimuovendo la tettoia proprio in quel momento perché una persona che abitava di fronte lo aveva avvisato.

Si sarebbe soffermato dinanzi alla casa solo per pochi minuti.

Spiegava che il condizionatore era ubicato ad un'altezza di circa 7 mt., per cui occorreva una scala particolare per poterlo raggiungere.

Escludeva di aver mai seguito sua moglie.

Non conosceva il funzionamento del condizionatore, montato dopo la sua uscita di casa.

Ricordava che il Comune di ___ lo aveva diffidato, quale comproprietario, a rimuovere della predetta pompeiana con lettera raccomandata (v. a pag. 35 c.s.).

Negava di essersi mai fermato di fronte all'abitazione, ma solo transitato quelle poche volte, per i motivi già detti e solo sulla pubblica via.

Spiegava che la strada ove si trovava la sua ex abitazione rappresentava una scorciatoia per chi entrava da Via S. Pietro e doveva andare in Via S. Eufemia (v. a pag. 39 c.s.).

Non sapeva se la moglie lavorasse e quali orari potesse avere.

Sino al alla separazione sapeva che lavorava presso un dentista ad Onara.

Relativamente alla querela presentata dal suo ex suocero per lesioni al braccio, era stato questi a mettere le mani dentro il finestrino e lui gli avrebbe "fermato la mano" perché tentava di colpirlo (v. a pagg. 44-45 c.s.), ammettendo di averlo strattonato e dicendogli "Vai fuori dal mio furgone", senza però mai essere sceso dallo stesso.

Come esposto dal P.M. in sede di discussione, relativamente all'episodio della pompeiana vi sono discordanti e diverse rappresentazioni del fatto: vi è chi sostiene che vi fosse stata una vera e propria aggressione (C.B.), chi invece ricorda solo una moderata richiesta di spostare il furgone (D.B.F.) e chi ha visto il suocero andare a parlare con il C. (G. P), per cui tale episodio non può certo rappresentare una intollerabile intromissione nella vita privata della signora C.B., atteso che la casa era un bene comune ai due ex coniugi ed il C. aveva pertanto il diritto di accertarsi, mantenendo civile contegno e restando all'esterno dell'abitazione, che i lavori avvenissero senza arrecare danni al fabbricato.

Il fatto poi che la situazione sia trascesa e che il suocero, quale persona più anziana e padre dell'avente diritto si sia profuso invitandolo ad andarsene, arrivando anche ad un contatto fisico con l'imputato, questo è un fatto che, sicuramente disdicevole, non può rappresentare un valido indizio sulla sussistenza di quanto portato dal capo d'imputazione.

Relativamente alla colla trovata sulle serrature, non vi è prova alcuna che sia stato il C.P. a mettercela: anzi, dalla testimonianza di Z.L. emerge chiaro il convincimento della signora B.C. che ogni accadimento negativo doveva essere necessariamente ricondotto all'ex marito (v. l'esclamazione d'accusa nei suoi confronti, anche in assenza di qualsivoglia prova o indizio che ne fosse lui l'autore).

Relativamente allo strozzamento dei tubi del condizionatore, occorreva una scala alta 7 mt., per cui non solo sarebbe stato sicuramente avvistato chi si fosse arditamente arrampicato sino a quell'altezza, quantomeno dal vicinato, ma non si può neppure ritenere con sicurezza che sia stato proprio un atto vandalico, ben sapendosi che a volte i delicati tubi in rame possono essere lesionati, se non correttamente trattati e protetti, magari da un antennista distratto o da operai che abbiano effettuato lavori, vuoi sulla copertura o sulla vicina linea elettrica.

Sicuramente inconferente è poi il riferimento ai "bocconi avvelenati" che sarebbero stati gettati nel giardino per cercare di avvelenare il cane: anche qui non vi è nessun indizio o riscontro che possa portare all'imputato.

Da ultimo vi sono i suoi passaggi, effettivamente avvenuti un paio di volte alla settimana, ma sempre silenti, al massimo con qualche rallentamento e, a detta della figlia, forse "tentando di guardare": questo può in qualche modo aver indispettito la signora C.B., dimostratasi nell'esposizione alquanto avversa all'ex marito, ma tale condotta non appare possa considerarsi un "atto persecutorio", atteso che non vi furono mai degli appostamenti, così come mai ebbe a fermarsi il C.P. "imponendo" la sua presenza.

Per stessa sua ammissione C.B. non ha mai ricevuto messaggi telefonici, chiamate a vuoto, pedinamenti o condotte similari che notoriamente sono riconducibili al reato in esame: erano solo due coniugi che litigavano per la casa, con un padre che non riusciva a vedere la figlia "schierata" in favore della madre e che, transitando di tanto in tanto (vuoi per motivi di lavoro, vuoi per andare dal parrucchiere o dall'amico residente nelle vicinanze), istintivamente avrà, come detto dalla figlia, "buttato l'occhio" su un bene di sua comproprietà.

Relativamente a quanto rammentato dal difensore della parte civile in sede di discussione, ovvero che nel corso della prima udienza il precedente organo giudicante avrebbe emesso un'ordinanza cautelare (divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa), va chiarito essersi trattato di un provvedimento emesso sulla spinta emotiva delle sole dichiarazioni rese dalla C. e ben prima dell'esame di alcun altro testimone: l'allora giudicante accoglieva un'istanza del P.M. applicando la misura, sicuramente finalizzata alla massima tutela della denunciante, che veniva però revocata pochi giorni dopo in sede di riesame vista la palese nullità per violazione dell'art. 292 c.p.p. lett. b).

Anche relativamente al lamentato stato d'ansia, elemento necessario per la configurazione del reato, pare che questo sia stato solo dichiarato dalla signora C.B., in quanto il dr. B., sentito a s.i.t. il 20.10.2011, riferiva che costei aveva manifestato solo un "mero disagio conseguente alla separazione dal marito", tra l'altro in forma assolutamente non grave, per cui non richiedeva nessuna terapia di alcun genere, la qual cosa fa propendere ad una profonda avversione nei confronti dell'ex coniuge, che non poteva allontanare totalmente da ogni ambito, anziché una conseguenza ansiosa o di paura tale da ingenerare un fondato timore per la propria incolumità.

In definitiva quindi C.B. è sicuramente persona che di fronte alla vista del marito si agitava, indipendentemente dalla condotta di questi.

Per tutti questi motivi C.P. andrà mandato assolto, seppur con la formula dubitativa di cui all'art. 530, II comma c.p.p., dal reato così come a lui ascritto e ciò perché il fatto non sussiste.

La domanda risarcitoria della parte civile va conseguentemente rigettata.

P.Q.M.

Visto l'art. 530,II comma c.p.p.

ASSOLVE

l'imputato dal reato a lui ascritto perché il fatto non sussiste.

Rigetta la domanda risarcitoria della parte civile.

Così deciso in Padova, il 17 marzo 2015.

Depositata in Cancelleria il 20 marzo 2015.



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