Changing Society, Intersezioni -  Cendon Paolo - 2014-03-25

STORIA DI ANNA - 1 - Paolo CENDON

Era all"età di nove anni che aveva iniziato a dormire sulla schiena; con altre posizioni non riusciva più a prendere sonno, Anna. Soltanto nell"ultimo periodo della terapia le si era chiarito il perché.

Da bambina era diverso, ricordava bene quando era malata, a cinque o sei anni per esempio: si addormentava sulla pancia o su un fianco, le mani sotto il cuscino. Le sembrava di proteggersi in questo modo, di non avere più niente da temere.

Da allora mai più in quel modo – adesso sapeva perché era cambiata.

Era impossibile, quando don Fulvio la sistemava bocconi, ventre in basso, riuscire a evadere con la mente dalla stanza. Schiacciata sul tavolo dalla vita alla testa, sedere in vista, i capelli fra le mani di lui; braccia allungate, piedi a sfiorare il pavimento: poteva solo decidere su quale guancia appoggiarsi, nient"altro. Destra o sinistra poco importava, vedeva comunque la parte bassa delle pareti, all"altezza degli occhi.

Nessuna via di fuga così: riusciva al massimo a contare i secondi, trenta o novanta o quel che era, in attesa che le cose finissero. Non ci voleva mai troppo tempo.

Il contrario nella posizione supina: pancia all"insù, schiena orizzontale lungo il tavolo, braccia stese a croce; natiche in bilico sull"orlo, gambe penzoloni per di fuori, capo girato verso l"alto. Teneva spesso gli occhi aperti allora: al centro del soffitto c"era un graffio, come un"ombra diversa a seconda della luce, attraverso cui poteva uscire dalla camera.

I movimenti verso il basso del corpo (tra gli occhi e il sesso c"era abbastanza distanza) non la riguardavano più direttamente. Fin che durava non sbatteva le palpebre; anche le orecchie inattive, non connesse col resto, sentiva appena un brusio all"interno.

Col pensiero era altrove: a tavola accanto ai suoi, oppure in cartoleria a scegliere i quaderni, in pasticceria, a bagnare le piante sul poggiolo di casa, a giocare di sotto con le amiche.

Ora che stava terminando gli studi di giurisprudenza, adesso che un processo poteva forse avviarsi, vedeva bene chi aveva ragione e chi torto in quelle dispute sui danni.

Non sapeva ancora chi avrebbe finito per risarcirla, né quando sarebbe accaduto; vedeva però che di mali non ce n"erano di un solo tipo - la realtà di un sofferente era più complicata di così.

Quel che succedeva al corpo anzitutto, a partire dall"adolescenza. La parte bassa del ventre: spasmi che arrivavano di colpo, muscoli come nodi irrigiditi, che la facevano arricciare a pugni stretti, anche quando era in giro per la strada. L"apparato intestinale: si svegliava e capiva che la dissenteria sarebbe durata per ore, gorgoglii senza preavviso, fitte, ogni trenta minuti una corsa al bagno. Lo stomaco: soprattutto alla sera attacchi forti di nausea, quello che aveva mangiato lo doveva buttare fuori; se non c"era niente dentro faceva lo stesso, conati in serie, ogni mezzora a bocca aperta sul lavabo.

La pelle: cattiva digestione o troppi farmaci, fatto sta che le sbucavano puntini grigi di continuo, sulle gambe o sulle braccia, certe volte chiazze rosse sulla pancia, passava il tempo a grattarsi.

Il viso: specie in certi periodi si riempiva di acne, brufoli strani, la fronte come carta vetrata; oppure piaghette che si infliggeva da sola, con le unghie, senza accorgersene, sul mento e sulle guance, non poteva smettere di pizzicarsi.

Il resto poi. Quando per giorni non riusciva a mangiare, neppure un cracker o uno yoghurt, e quando invece ogni minuto era in cucina, che saccheggiava la dispensa, forzando tubi e vasetti di roba dolce. Le notti trascorse con gli occhi sbarrati, una di seguito all"altra, e le giornate in cui non riusciva a scendere dal letto, e ciondolava per ventiquattr"ore sonnecchiando.

L"odore cattivo che avvertiva ogni tanto, ed era il suo personale, perché non ce la faceva a lavarsi, l"alito pesante che si sentiva da sola: le crosticine sulla nuca magari, un gusto di pasta e fagioli andata a male, era sempre lei, i vestiti e la biancheria che aveva smesso di cambiarsi.

I riflessi interiori poi, le cadute di tono psicologico. La tristezza diffusa, ombre che di rado la risparmiavano, ogni tanto più dense. Il campionario dei sensi di sconfitta: "Stai subendo prepotenze, non hai saputo tirarti indietro, niente pietà per i tuoi verdi anni, le proteste non servono". Non riuscire nemmeno a fare una denuncia.

Dodici anni, quattordici: cosa avrebbe sognato che accadesse, come sarebbe potuta andare quella volta. La libertà dentro che avrebbe governato, un senso di incontaminazione nell"anima, niente segreti difficili, vedersi come le altre ragazze. Se non fosse andata così: immaginare che non fossero gli altri a decidere, per una volta, accorgersi delle sue forme che cambiavano, non sapere quasi di averle, la primavera che camminava al suo fianco.

Il rapporto con l"esterno poi, persone e oggetti di fuori, il lato "esistenziale" della vita - della non vita.

Scansare in partenza chi faceva troppe domande; non iscriversi più a musica, togliersi anche dal corso di danza. "Con le occhiaie troppo segnate neanche uscirai per strada, sinché non faccia buio almeno".

A scuola dedicarsi alle materie che amava di meno, punirsi in qualche modo, perché non si stimava, prendere lì i voti più alti magari. Anche dopo le medie: camminare a occhi bassi, scegliere le vie con meno gente, andare al cinema alle ore in cui non trovava coetanei. Cambiare negozio di alimentari, spingersi dove non la conoscevano, scegliere i marciapiedi in cui non avrebbe fatto incontri.

Guardare il mondo dalla finestra, parlare solo col gatto, fare incisioni sulle panchine: tenere accostate fra loro le persiane, se nessuno la vedeva fare delle smorfie (o sputare fuori), comprare un diario col lucchetto. Non rispondere al telefono, tanto faceva lo stesso.



Autore

immagine A3M

Visite, contatti P&D

Nel mese di agosto 2020 Persona & Danno ha registrato oltre 241.000 visite.

Articoli correlati