Changing Society, Animali -  Tornesello Giulia - 2013-11-23

STORIA DI LEPROTTA E DEL SUO CERBIATTO - Giulia TORNESELLO

Dedicata a tutti i bambini.

Per aiutarli a conoscere gli animali ed il loro mondo diverso, un mondo da amare.

Questa è una storia vera come lo sono le leggende, sulla verità delle quali ci si metterebbe una mano sul fuoco ed è accaduta in Valtellina. Qui la Comunità Montana San Giuseppe di Sondrio ha tracciato e descritto con cura la passeggiata detta il Sentiero dei Cervi. "Quasi sei ore fra rocce rupestri aride scure con la sorpresa incantata di alpeggi verdissimi o di un piccolo lago alpino. Poi sentieri scoscesi o meno ripidi che si snodano fra fitti boschi di larici. Se siamo fortunati li incontriamo, i Cervi. Lungo la strada o scegliamo di salire alla chiesetta di San Giuseppe o ci avviamo su un sentiero in discesa e qui un rumore forte di acque annuncia che stiamo costeggiando il Màler: il primo ponticello sul Mallero fa paura, esile congiunzione a circa 1400 metri, poi un secondo ponticello riporta sulla riva del torrente. Una radura circondata dalla macchia, rocce levigate che affiorano dal verde del prato, e che ci separano dal Mallero (màler), che scorre oltre cento metri più ad est".

I luoghi sono stati descritti minutamente perché qui è ambientata la nostra storia.

Si racconta di una leprotta che sognava di volare nella sua corsa sino a quelle rocce levigate quasi a contatto dell"acqua per sentirsi più vicina al suo amico, un giovanissimo cervo che sui due ponti da urlo ci volava davvero insieme con il branco.

Ma torniamo agli inizi.

È una bella giornata di maggio e una giovane cerva, sciolto il branco, si è infrattata al posto preparato nel fitto bosco dei larici per partorire. È bella la mamma cerva, una giovane sottile lo è ancora nonostante l"incontro amoroso con il cervo padre. Ed ora ecco non è più sola: il suo musetto triangolare si abbassa con dolcezza per leccare lentamente, lentamente, il cerbiatto appena nato. Il piccolo si tiene vicinissimo alla mamma. La guarda, è la mamma, grazie a lei i suoi occhi sono oramai aperti sul mondo.

Poco lontano l"erba che sembrava immobile è scossa da movimenti cauti ed un"altra mamma porta il suo piccolo fuori dalla tana. Pardon, è una piccola, una femmina. La sua mamma è una lepre alpina e porta la leprotta fuori, è tempo che si guardi intorno, anche lei ha aperto gli occhi sul mondo. Che non abbia paura uscendo allo scoperto.

Ma leprotta non ha nessuna difficoltà a prendere confidenza col mondo esterno ed i suoi occhi ben aperti si posano incantati sul cerbiatto dalle esili lunghe zampe. Ben diverse dalle sue. Così goffa guardando quel piccolo principe.

Si accorge che anche il cerbiatto la guarda. Ma anche lui ha dei grossi problemi. Tenta di alzarsi, le sue belle lunghe zampette non lo reggono ancora e cade al riparo di mamma. Che figuraccia! Gli occhi dei due cuccioli sembrano sorridere, non si lasciano: è nata una amicizia. Che fortuna, pensa lei, che io sia una lepre alpina e non una lepre comune, quasi un coniglio che nasce e resta ad occhi chiusi. Un coniglio non potrebbe mai diventare amico di un cerbiatto.

In montagna, dicono, l"estate passa presto ma che bello il sole di fine agosto che illumina il fondovalle: i tronchi degli alberi, i rami e poi i fiori prendono forma, fremono sotto la sua luce: Il bosco ha i suoi abitanti fissi e quelli di passaggio, fra i primi ci sono il cerbiatto e la leprotta.

Sono diventati amici, anzi più che amici: a lui sembra incantevole la pelliccia di leprotta che non è più grigia ma comincia ad essere di uno strano splendore che precede la muta invernale quando la pelliccia di leprotta sarà bianca, come la neve.

E che dire delle deliziose macchie bianche sul mantello di lui? Così giovane e diverso dagli scuri e maestosi cervi del branco.

Ma ecco proprio il branco è il loro problema, quello che li divide e, teme leprotta, li dividerà un giorno per sempre. Passato il giusto tempo dalla nascita del suo piccolo, mamma cerva lo porta nel branco dove può giocare con gli altri cerbiatti.

Leprotta ha invece la sua numerosa famiglia di piccole lepri per giocare, esplorare fuori dalla tana, imparare ad infrattarsi. Si divertono i leprotti a far paura, una piccolissima paura ad animali impettiti che passano per il bosco e non si accorgono della tana nascosta sotto l"erba folta. Danno un bel salto quei superbi e per un momento leprotta si sente orgogliosa di poter far sorridere il suo amico cerbiatto con questa storiella.

Sbagliano entrambi. Lei sarà prima o poi una giovane madre ed anche quando la sua pelliccia sarà bianca come la neve a lui sembrerà buffa se non brutta con le sue sei mammelle sì proprio sei e mai mai sarà una sottile, una cerbiatta.

Ma proprio come due bambini loro inseguono un sogno: arriveranno insieme di corsa fuori dal bosco fitto di larici via di corsa per i prati e poi   sui ponticelli sospesi incredibilmente sulle acque furenti del Mallero; voleranno come ora fanno i branche di giovani cervi che passano veloci scuri circondati dall"alone dell"ultimo sole d"estate e sembrano volare.

Mamma lepre non si accorge che ogni giorno, prima del tramonto, leprotta si allontana dalla famiglia. Agli altri giovani leprotti che la aspettano per gli ultimi giochi della giornata racconta una bugia. Dice: voglio vedere i bei cervi quando hanno finito di pascolare nella prateria e tornano con noi nel bosco, sono come noi in fondo, abitanti del bosco. Leprotta sa che i cervi, anche il padre del suo amico cerbiatto, passano ore a ruminare beati ma non dice nulla. Le lepri non ruminano.

Mamma Cerva invece è più accorta e vorrebbe sempre il suo bambi in branco con gli altri ad esercitarsi in vista del grande futuro che lo aspetta: sarà presto un fusone, piccole protuberanze annunciano l"adulto giovane con le corna ramificate, l"andatura regale, la forza.

Cerbiatto non parla di leprotta alla mamma ma le dice una parte della verità: lui non ama lottare, ama scoprire ridere magari farsi beffe dei gradassi ma facendo loro una piccolissima paura, niente di più; e pensa a leprotta che balza fuori dalla tana e ridono ridono del salto in aria che ha fatto quel gradasso che camminava come se non avesse paura di nulla!

Mamma Cerva è preoccupata: dice al cerbiatto che i Cervi Adulti lottano ma non uccidono, ma gli uomini sì e per questo bisogna stare nel branco esser veloci al momento dell"allarme quando in autunno nel bosco si inizierà a sparare.

E quali uomini uccidono e perché chiede cerbiatto, è addolorato, non capisce. La mamma dice sono i cacciatori e lo fanno perché vanno a caccia e sparano con i lampi di fuoco, è l"inferno. E poi dice mamma ci sono i cani, peggio ancora degli uomini e come uccidono loro non te lo dico. È terribile.

Dopo questa rivelazione leprotta e cerbiatto capiscono che negli spazi liberi della prateria, dei pascoli, del bosco di larici non c"è libertà ci sono invece regole di ferro, ognuno deve pensare e agire come la specie alla quale appartiene senza sgarri. La pena altrimenti è la morte. Saranno uccisi dagli uomini o anche solo dalla natura.

Dopo il racconto di mamma Cerva è andato a vedere le camozze   che vanno a partorire su spuntoni di roccia impervia così che i loro piccoli venendo al mondo aprono gli occhi sull"abisso sull"orlo del quale si svolgerà la loro vita. Li ha visti aggirarsi disinvolti i piccoli, fra i dirupi scoscesi   dove solo l"aquila rapace arriva in volo: allora sarà ancora la mamma a salvarli nascondendoli sotto il suo corpo appiattito nell"erba, mostrando solo le corna minacciose.

All"ora del tramonto quello stesso giorno Cerbiatto fu puntuale all"appuntamento con Leprotta. Pianse grosse lacrime prostrato sul terreno e leprotta le leccò, alla fine fecero un piano di fuga, al primo sparo che annunciava l"apertura della caccia sarebbero fuggiti dal bosco veloci avrebbero corso come se volassero sui due ponticelli sul Malèr, sarebbero andati anche loro  fra le rocce aride i sentieri scoscesi via da lì, per sempre.Volevano essere liberi di non lottare animale contro animale, odiare l"uomo, temere i cani. Volevano vivere.

L"autunno arrivò anche troppo presto ed il bosco di larici cominciava a prendere il colore dell"oro vecchio quando iniziarono gli spari. I cacciatori!

Cerbiatto e Leprotta correvano veloci, era un inferno di spari i cani abbaiavano. Erano quasi arrivati al Mallero, ai ponticelli leggeri sospesi sull"abisso, alla strada per la salvezza quando Leprotta si accorse di essere sola a correre. Allora con l"agilità di una lepre saltò dal ponticello là dove iniziava il prato ma prima c"erano le rocce levigate lisce coperte di un verde color di alga e di muschi. Si gettò sulle pietre perché senza cerbiatto voleva morire anche lei.

Quando il sole volgeva al tramonto l"inferno era finito. Leprotta caduta sul prato e non sulla pietra come avrebbe voluto era stordita ma viva, la sua pelliccia bagnata impastata di un verde strano viscida come una pelle di serpente.

Passarono ancora le ore e l"Uomo della pianura che era venuto lì per la caccia vide Leprotta immobile a terra. Pensò che fosse stata uccisa ma non vedeva tracce di proiettile, sangue sì e quello strano colore verde. Lui aveva il carniere pieno ma per non perdersi nulla si avvicinò la prese per la coda per vedere se era il caso di portarla a casa ma la paura delle proteste della moglie fu più forte della sua ingordigia. Quando si trovò in mano la codina della povera bestia sentì nelle orecchie la voce di sua moglie che gli brontolava come al solito:

"La coda è la più lunga da spellare".

Un proverbio contadino riferito alla scuoiatura del coniglio dove l'ultima parte, la coda, è la più difficile da staccare. Prese Leprotta per la coda e con un laccio che aveva nei tasconi la legò a testa in giù ad un ramo d"albero e se ne andò. Non voleva finirla ma se ci fosse stato il cane pensò, non le avrebbe dato pace. E poi avevano avuto altro da fare quel giorno, i cacciatori avevano sparato un capriolo e poi ne avevano perso le tracce. Toccava ai cani.(g.t.)

NOTA A  MARGINE

Per chi bambino o adulto ha letto questo racconto voglio riportare la lezione chiara e senza infigimenti che ho appreso da Mario Rigoni Stern da Asiago, grande scrittore conoscitore profondo del mondo degli animali e delle stagioni in montagna.

L"episodio perso fra i suoi grandi racconti è molto piccolo ma vero, semplice e spero efficace. Eccovi le Sue parole:

[….Era l"ultimo sabato di giugno di tre anni fa; una famigliola era salita quassù per il fine settimana e, parcheggiata l"auto, genitori e ragazzi erano entrati in un prato sotto la contrada semideserta, per fare merenda. I bambini si misero a correre felici e scatenati tra l"erba e i gigli rossi; giocando così un ragazzo quasi inciampò in un capriolo nato forse quel giorno che se ne stava immobile e terrorizzato tra l"erba. Dopo il primo stupore il ragazzo chiamò i fratelli e i genitori: "Ho trovato Bambi!"

La loro pietà fu grande: lo accarezzarono, lo coccolarono, lo compativano dicendo che la madre lo aveva abbandonato. Lo raccolsero in braccio, se lo contendevano; lui guardava tremando e certamente non capiva quegli strani animali che gli erano attorno, strani anche nell"odore. Decisero di portarlo al guardaboschi nel vicino paese. Come li vide, sul principio li prese a male parole, poi si calmò e spiegò: "Voi, facendo così, lo avete condannato a morte; gli avete dato il vostro odore e sua madre non lo riconoscerà più come suo figlio. Forse riuscirò a salvarlo, ma è troppo piccolo". (Mario Rigoni Stern, Stagioni, Einaudi 2006 e 2008, p. 67)



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