Articoli, saggi, Generalità, varie -  Mastronardi Viola - 2015-03-08

STORIA DI UN PALLINO GIALLO - Viola MASTRONARDI

"È una festa inutile", "il mondo non dovrebbe mai dimenticare cosa fanno ogni giorno le donne": è ciò che, da anni, ascoltiamo per le strade e nelle nostre case, in questa data.

Non si sa esattamente a cosa serva questa festa, non si sente più quell"odore di mimosa che c"era nelle strade l"8 marzo (almeno nel mio quartiere) e non sono neppure molte le donne che festeggiano questa ricorrenza. Da un"indagine della Coldiretti, emerge che un italiano su quattro si preoccupa di donare la tradizionale mimosa al gentil sesso. Della stessa indagine, però, è figlia un"altra importante annotazione: quest"anno più donne hanno acquistato mimose per se stesse e per impedire alle "colleghe" di dimenticare, ma cosa? Forse l"idea che esista una giornata di cui essere protagonista non era, poi, da boicottare così aspramente.

Dietro ogni torta di compleanno c"è una data di nascita. E dietro la festa della donna cosa c"è, o meglio, chi c"è? Ancora, chi e perché ha deciso che, tra i variopinti fiori di primavera, proprio la mimosa doveva sopportare e supportare il pesante fardello del genere femminile.

Esistono più di due versioni, ma stranamente solo una è la risposta ufficiale e risale a più di cento anni fa.

Il 26 e il 27 agosto del 1907, nel corso del VII Congresso della II Internazionale Socialista di Stoccarda, mentre le donne non permettevano che la questione del diritto al suffragio universale venisse tralasciata, Clara Zetkin, delegata tedesca ed esponente marxista, veniva eletta segretaria del movimento. Iniziava, così, la rivoluzione più profonda del pensiero femminile, la più temuta di tutti i tempi. Il 3 maggio del 1908 a Chicago, l"americana Corinne Brown teneva una conferenza, passata alla cronaca come il primo "Woman"s Day" della storia, in cui il silente dolore provocato dallo sfruttamento delle operaie al lavoro, dagli orari, dal salario basso, dalle discriminazioni sessuali e dal mancato diritto di voto iniziava a fare rumore. Ma gli U.S.A. non restarono soli in questa guerra di intenti. Qualche anno dopo, la Germania, l"Austria, la Svizzera e la Danimarca si battevano perché l"8 marzo diventasse ufficialmente il giorno della donna. Davanti agli occhi increduli di operaie e contadine, la Prima Guerra Mondiale portava via con sé ogni conquista fino a quando, nel 1917, la Russia, senza arrendersi, riapriva alle donne la strada verso il traguardo finale. Nel dopoguerra compariva sul palcoscenico anche la nostra cara Italia che, nel 1945, adottava l"8 marzo come data ufficiale.

In questo modo, nel 1977, si arrivava, dopo decenni, al riconoscimento ufficiale e internazionale della "giornata delle Nazioni Unite per i diritti delle donna e per la pace internazionale", istituita per porre fine alle discriminazioni e per garantire una paritaria partecipazione delle donne alla vita civile e sociale del paese in cui lavoravano, abitavano, coltivavano, producevano, nascevano e davano la vita.

Eppure deve esserci un legame tra quelle donne che potevano scegliere soltanto come morire e i pallini gialli che oggi le ricordano?

È qui che si colloca il capitolo nostrano di questa, da sempre, strana festa. O meglio, commemorazione.

Nel 1946, l"Unione Donne Italiane si trovava davanti alla scelta del simbolo floreale che meglio avrebbe colorato il primo 8 marzo postbellico. E, se in Francia si distribuivano mughetti e violette, l"occhio intenditore delle italiane cadeva sulle pregiate orchidee. Si narra che, a questo punto, colei che da lì a poco sarebbe entrata a far parte dell"Assemblea Costituente, Teresa Mattei, ben consapevole del valore economico del fiore prescelto, lasciava che una surreale ed immaginaria leggenda cinese sostituisse l"imponente orchidea, preferita dalle partigiane, con una simpatica mimosa, simbolo del calore del focolare domestico e della gentilezza dell"animo femminile.

Anche se, a chi dice che nessuna pianta più della mimosa, pianta pioniera, spontanea, solare e luminosa, poteva rappresentare meglio la rivendicazione dei diritti della donna, alcuni obbiettano che da quel colore giallastro e da quell"aspetto pallido non trasudano altro che la sofferenza, l"umiliazione e la fragilità che, ogni giorno, ogni donna scalfisce e supera con le armi della vita.

E se esistesse davvero una corrispondenza semantica tra la "celebrazione della donna" e la mimosa?

L"etimologia della parola risale al latino "mimus" (mimo), "mimesis" (imitazione) poiché alcune specie, quando si contraggono, sembrano simulare la smorfia della vergogna. Secondo altri interpreti, invece, il termine ha origine spagnola, da "mimar" (accarezzare). La mimosa, tuttavia, dall'appartenenza alla famiglia delle acaceae, dal greco "a-cachia" (senza negatività, senza macchia, candore), nonchè dal suo colore giallo, eredita il significato di "candore non bianco".

Nulla di più probabile che un tale ossimoro ben si attagli alla fluttuante ma pur sempre ferma condizione della donna. Donna che ha paura di essere al vertice di un c.d.a., di una Banca, di uno studio professionale, di una struttura sanitaria, della ricerca scientifica. Paura che appartiene al genere umano. Ma donna che non ha più paura di essere sequestrata da un altro Stato, intrappolata nella cella di un carcere o catturata nella prigione della vita.

In questa "giornata di festa", il Capo dello Stato è intervenuto con queste parole: "Su di voi grava il peso maggiore della crisi economica. A voi una società non ben organizzata affida il compito delicato e fondamentale di provvedere, in maniera prevalente, all"educazione dei figli, alla cura degli anziani e ai portatori d"invalidità. Lo fate silenziosamente, a volte faticosamente. Senza le donne, senza di voi, l"Italia sarebbe più povera e più ingiusta. Siete il volto prevalente della solidarietà. Il volto della coesione sociale. Dovremmo ricordarlo costantemente e non dovremmo smettere mai di ringraziarvi".

Forse l"8 marzo non basta scambiarsi soltanto una mimosa, ammesso che qualcuno ancora lo faccia, ma è bene che, oltre ad una tazza di thè, anche il ricordo  di Clara Zetkin, di Corinne Brown, di Rosa Luxemburg e delle donne che hanno reso possibile tutto questo, ci scaldi l"esistenza.

E forse, prima che il thè finisca, dovremmo chiederci quale sia la "storia" del 19 novembre. Per chi non lo sapesse, la Festa dell"Uomo.



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