Legislazione e Giurisprudenza, Procedura penale -  Caporale Sabrina - 2014-02-25

STUPEFACENTI. RECIDIVA E ATTENUANTI GENERICHE: LA S.C. CHIARISCE – Cass. pen. 8093/2014 – S. CAPORALE

Con sentenza del 3 novembre 2011 il G.u.p. del Tribunale di Reggio Calabria dichiarava, all'esito di giudizio abbreviato, un uomo colpevole del reato "di detenzione a fine di spaccio di sostanza stupefacente del tipo marijuana e, ivi riconoscendo, la recidiva specifica infraquinquennale, lo condannava alla pena di anni cinque di reclusione ed € 20.000,00 di multa.

Avverso la su esposta pronuncia, proponeva ricorso in appello, l"imputato, affidandosi in particolare a tre motivi di impugnazione.

Ebbene, col primo motivo, denunciava "violazione di legge e vizio di motivazione in relazione alla ritenuta destinazione allo spaccio della sostanza stupefacente rinvenuta in suo possesso". Rilevava, nella specie, come, "diversamente da quanto ritenuto nella sentenza impugnata, né il dato quantitativo, né l'occultamento (…) della sostanza stupefacente al momento dell'arresto, potevano considerarsi circostanze indicative della detenzione anche a fini di spaccio, potendo invece essere compatibili con la giustificazione, dedotta, della costituzione di scorte connesse allo stato di tossicodipendenza".

Con il secondo motivo lamentava, invece, l'aumento di pena applicato per la recidiva reiterata specifica infraquinquennale, riconosciuta in ragione di una precedente condanna penale, rilevando che "tale circostanza, di per sé, non obbligava il giudice del merito a ritenere sussistente l'aggravante, attesa la presenza di altri elementi valorizzabili in senso contrario, quali la giovane età, l'anteatta vita lavorativa, il comportamento processuale e la lieve entità del precedente penale". E, dunque, anche alla luce di questo secondo motivo, si doleva del mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche da parte dei giudici di merito, i quali al contrario, non avrebbero per nulla tenuto conto degli elementi suindicati e di tutti gli altri previsti dall'art. 133 cod. pen.; elementi che, al contrario avrebbero condotto alla applicazione delle attenuanti generiche con giudizio di prevalenza sulla contestata aggravante".

Giungeva così, l"intervento della Cassazione.

Quanto al primo motivo, dichiarava,«[è] consolidato l"insegnamento della giurisprudenza di legittimità, [per cui] la valutazione prognostica della destinazione della sostanza stupefacente, ogni qual volta la condotta non appaia correlabile al consumo in termini di immediatezza, deve essere effettuata dal giudice tenendo conto di tutte le circostanze soggettive ed oggettive del fatto (e quindi, in particolare, della quantità, qualità e composizione della sostanza, anche in relazione alle condizioni di reddito del suo titolare), con apprezzamento di merito sindacabile in sede di legittimità solo in rapporto ai vizi di cui all'art. 606, lett. e), cod. proc. pen. e, dunque, sotto il profilo della mancanza o della manifesta illogicità della motivazione (Sez Un., n. 4 del 28/05/1997; Sez. IV, n. 2298 del 03/02/1998; Sez. 4, n. 36755 dei 04/06/2004)»

«Nel caso di specie – aggiunge - i giudici dell'impugnazione hanno compiutamente esaminato gli elementi probatori acquisiti, in particolare essi hanno richiamato il consistente quantitativo di sostanza stupefacente rinvenuto nella disponibilità dell'imputato, coerentemente ritenuto eccessivo ed ingiustificato se riferito ad un uso personale; e, a fronte di un siffatto dato quantitativo, già di per sé significativo, la corte territoriale ha altresì rilevato che l'imputato non ha provato la disponibilità del denaro necessario all'acquisto, limitandosi genericamente .(…) a giustificare la detenzione con l'esigenza di una scorta». Non può, dunque, che dirsi infondato il primo motivo di impugnazione.

Infondato è, altresì, il secondo motivo di gravame. Sul punto, infatti, corretta, è stata l"analisi operata dai giudici della Corte d'appello, i quali anche alla luce della richiamata sentenza di condanna già riportata dall"imputato per il reato di cui all'art. 73 DPR 309/90, hanno dedotto l"effettiva "insensibilità etica e pericolosità"» dello stesso, tale da giustificare il riconoscimento della circostanza aggravante.

Di qui, l"analisi del terzo e ultimo motivo di ricorso,

Sul punto, afferma la Suprema Corte, «giova innanzitutto rammentare che, in tema di valutazione dei vari elementi per la concessione delle attenuanti generiche, ovvero in ordine al giudizio di comparazione e per quanto riguarda la dosimetria della pena ed i limiti del sindacato di legittimità su detti punti, la giurisprudenza di questa Corte non solo ammette la c.d. motivazione implicita (Sez. 6, n. 36382 del 04/07/2003) o con formule sintetiche (tipo «si ritiene congrua» v. Sez. 6 , n. 9120 del 02/07/1998), ma afferma anche che le statuizioni relative al giudizio di comparazione tra circostanze aggravanti ed attenuanti, effettuato in riferimento ai criteri di cui all'art. 133 cod. pen., sono censurabili in cassazione solo quando siano frutto di mero arbitrio o ragionamento illogico (Sez. 3, n. 26908 del 22/04/2004). Inoltre, la concessione o meno delle attenuanti generiche è un giudizio di fatto lasciato alla discrezionalità del giudice, sottratto al controllo di legittimità, tanto che «ai fini della concessione o del diniego delle circostanze attenuanti generiche il giudice può limitarsi a prendere in esame, tra gli elementi indicati dall'art. 133 c.p., quello che ritiene prevalente ed atto a determinare o meno il riconoscimento del beneficio, sicché anche un solo elemento attinente alla personalità del colpevole o all'entità del reato ed alle modalità di esecuzione di esso può essere sufficiente in tal senso» (Sez. 2, n. 3609 del 18/01/2011)».



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