Legislazione e Giurisprudenza, Danni non patrimoniali, disciplina -  Russo Paolo - 2013-12-16

STUPRO, LINDENNIZZO UE SI APPLICA ALLE SOLE SITUAZIONI TRANSFRONTALIERE – Trib. Trieste 05.12.13 - Paolo RUSSO

Trib. Trieste, sez. civ., 5 dicembre 2013, G.U. Picciotto L"indennizzo previsto dalla Direttiva 2004/80 CE non può essere riconosciuto alla vittima di un delitto di rapina e violenza sessuale ove difetti il requisito della trasnazionalità.

Succede, invero, che chi subisce un reato violento e volontario riesce difficilmente ad ottenere una equa riparazione per il torto subito, o perché l"autore del reato non dispone delle risorse finanziarie necessarie, o perché non è stato possibile identificare o citare in giudizio quest"ultimo.

A tal fine il Consiglio d"Europa ha deliberato, in data 29 aprile 2004, la Direttiva 2004/80, con l"obiettivo di stabilire un sistema di cooperazione tra i membri dell"UE, volto a facilitare alle vittime di reato l"accesso ad un indennizzo equo e adeguato per le lesioni subite.

L"art. 1 della Direttiva, in particolare, stabilisce che "gli Stati membri assicurano che, se un reato intenzionale violento è stato commesso in uno Stato membro diverso da quello in cui il richiedente l'indennizzo risiede abitualmente, il richiedente ha diritto a presentare la domanda presso un'autorità o qualsiasi altro organismo di quest'ultimo Stato membro".

L"art. 12, comma 1, del medesimo testo normativo, peraltro, chiarisce che "le disposizioni della presente direttiva riguardanti l'accesso all'indennizzo nelle situazioni transfrontaliere si applicano sulla base dei sistemi degli Stati membri in materia di indennizzo delle vittime di reati intenzionali violenti commessi nei rispettivi territori".

Ora, nella circostanza, la ricorrente, cittadina italiana e residente nel nostro Paese, aveva effettivamente subito i crimini sopra descritti, perpetrati in suo danno da un cittadino straniero extracomunitario, proprio in territorio nazionale.

Il reo era infatti stato condannato a pena detentiva e ad un risarcimento del danno (patrimoniale e non) pari a 200.000 euro; ma, sia a causa dello stato di detenzione, sia per l"inesistenza di proprietà mobili o immobili a lui intestati, la donna non otteneva alcun risarcimento dall"autore dell"azione criminale violenta, che oltre tutto si era reso ben presto irreperibile.

La vittima adiva a questo punto le vie legali nei confronti della Presidenza del Consiglio dei Ministri, al fine di vederne dichiarata la responsabilità civile per non avere lo Stato provveduto a creare un fondo di solidarietà come previsto dalla citata Direttiva 2004/80, ed, in generale, "per la mancata e/o non corretta e/o non integrale esecuzione" della medesima.

La ricorrente chiedeva infine la condanna dell"amministrazione al risarcimento dei danni patrimoniali, morali, biologici ed esistenziali causati dai reati commessi in suo danno dal cittadino extracomunitario, richiamando, a fondamento delle proprie istanze difensive, il noto precedente giurisprudenziale della terza sezione civile della Corte di Appello di Torino (sentenza 23.01.2012, numero 106).

I giudici torinesi, in tal caso, avevano effettivamente condannato la Presidenza del Consiglio dei Ministri ad indennizzare con la somma di 50.000 euro una donna, violentata nel capoluogo piemontese da due extracomunitari (ben presto rimessi in libertà e resisi latitanti, così rendendo inutile il possibile processo civile), in ragione delle gravissime conseguenze di ordine morale e psicologico da essa subite.

Il Tribunale di Trieste, al contrario, ha rigettato il ricorso avanzato dalla vittima, accogliendo la tesi avanzata dalla difesa della Presidenza del Consiglio dei Ministri, che aveva eccepito nella circostanza la non ravvisabilità delle condizioni giuridiche richieste dalla giurisprudenza interna e comunitaria per l"affermata violazione del diritto dell"Unione, atteso che il testo normativo in argomento sarebbe espressamente finalizzato a regolare "solo situazioni transfrontaliere" e riguarderebbe unicamente reati commessi in uno Stato membro diverso da quello in cui la vittima risiede, e non invece situazioni meramente interne.

Nel caso in esame, al contrario, la vittima era una donna cittadina italiana e residente in Italia; di qui, secondo il giudice triestino (che richiama il precedente della Corte di Giustizie Europea, decisione C-79/11), la non elevabilità delle disposizioni di cui ai citati articoli 1 e 12 della Direttiva Ue 2004/80, la quale, in quanto diretta a rendere più agevole per le vittime della criminalità intenzionale violenta l"accesso al risarcimento nelle situazioni tranfrontaliere, non può essere invocata a fronte di imputazioni che riguardino reati commessi in un contesto puramente nazionale, come pure reati commessi colposamente.



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