Articoli, saggi, Successioni, donazioni -  Mazzon Riccardo - 2016-07-01

Successione ereditaria: l'accettazione tacita dell'eredità - Riccardo Mazzon

Nell"accettazione espressa, a norma dell'art. 475 c.c., l'atto pubblico o la scrittura privata in cui il chiamato all'eredità assume il titolo di erede deve consistere in un atto scritto che provenga personalmente dal chiamato stesso o nella cui formazione questi abbia avuto parte; nell"accettazione tacita, invece, il legislatore tipizza, nell'art. 476 c.c., un c.d. comportamento concludente in cui coesistono due requisiti imprescindibili: uno oggettivo (l'avere posto in essere un atto riservato all'erede) e l"altro soggettivo, ossia la volontà di accettare.

In tema di successione ereditaria, secondo la previsione dell"art. 476 c.c., la cosiddetta "accettazione tacita dell"eredità" ha luogo nell"ipotesi in cui il chiamato compia un atto che presupponga necessariamente la sua volontà di accettare - e che non avrebbe il diritto di fare se non nella qualità di erede -, con la conseguenza che, nonostante la mancanza di accettazione espressa, la assunzione della qualità di erede consegue comunque "ex lege" nel caso di compimento da parte del chiamato di un atto "pro erede gestio" (recentemente, Trib. Roma, sez. VIII, 7 giugno 2014 n. 12529, www.dejure.it; si veda, amplius, il volume "MANUALE PRATICO PER LA SUCCESSIONE EREDITARIA", Riccardo MAZZON 2015).

In altri termini, l'accettazione tacita può desumersi soltanto dall'esplicazione di un'attività personale del chiamato tale da integrare gli estremi dell'atto gestorio incompatibile con la volontà di rinunziare - e non altrimenti giustificabile se non in relazione alla qualità di erede –

"con la conseguenza che non possono essere ritenuti atti di accettazione tacita quelli di natura meramente conservativa che il chiamato può compiere anche prima dell'accettazione dell'eredità"

(Cass., sez. II, 9 ottobre 2013, n. 22977, DeG, 2013, 10 ottobre).

L'accettazione di eredità può essere, dunque, anche desunta dal comportamento dei chiamati che abbiano posto in essere una serie di atti incompatibili con la volontà di rinunciare o che siano concludenti e significativi della volontà di accettare (senza che possa avere rilievo - in senso contrario - la circostanza che l'erede sia rimasto contumace in una controversia relativa a diritti compressi nell'asse ereditario: così Cass., sez. II, 28 maggio 2012, n. 8493, GDir, 2012, 35, 93, in fattispecie riguardante una controversia sull'assegnazione di un podere ex Ersac).

Così, esemplificando, l"accettazione tacita di eredità, ex art. 476 c.c. (tenendo soprattutto conto del principio secondo cui vale accettazione tacita l'esperimento, da parte del chiamato, di una azione giudiziaria che, travalicando il semplice mantenimento dello stato di fatto quale esistente al momento dell'apertura della successione, il chiamato non avrebbe il diritto di proporre se non quale erede: Cass., sez. II, 8 maggio 2013, n. 10894, GDir, 2013, 39, 88), secondo la giurisprudenza, può essere desunta:

  • dall'intervento in giudizio, operato da un chiamato all'eredità nella qualità di erede legittimo del "de cuius", senza che alcuna rilevanza assuma la circostanza della successiva cancellazione della causa dal ruolo per inattività delle parti, posto che l'accettazione dell'eredità, a tutela della stabilità degli effetti connessi alla successione "mortis causa", si configura come atto puro ed irrevocabile (e, quindi, insuscettibile di essere caducato da eventi successivi: Cass., sez. II, 8 aprile 2013, n. 8529, GCM, 2013);
  • nel proporre in giudizio domande che di per sé manifestino la volontà di accettare, qual è la domanda diretta a ricostituire l'integrità del patrimonio ereditario, tramite azioni di rendiconto e di restituzione di somme riscosse da terzi per conto del de cuius (gravando, in questi casi, su chi contesti la qualità di erede, l'onere di eccepire la mancata accettazione dell'eredità ed eventualmente i fatti idonei ad escludere l'accettazione tacita, che appare implicita nel comportamento dell'erede medesimo: cfr. anche (Cass. sez. III 14 ottobre 2011, n. 21288, GCM, 2011, 10, 1459);
  • dalla riassunzione di un processo effettuata da soggetto che si qualifichi erede del "de cuius" (nella pronuncia infra riportata, in qualità di figlio del medesimo, pur senza specificare di quale tipo di successione si sia trattato e senza indicare in che modo sia avvenuta l'accettazione dell'eredità): in tal caso, è l'atto di riassunzione, in quanto proveniente da un soggetto che si deve considerare certamente chiamato all'eredità, quale che sia il tipo di successione, che va considerato come atto di accettazione tacita dell'eredità e, quindi,

"idoneo a far considerare dimostrata la legittimazione alla riassunzione. (Principio affermato dalla S.C. in relazione a fattispecie in cui si trattava di riassunzione a seguito di cassazione con rinvio ed era stato prodotto certificato di famiglia per dimostrare la relazione parentale)" (Cass., sez. III, 1 luglio 2005, n. 14081, FI, 2007, 6, I, 1910);

  • dalla partecipazione del chiamato all'eredità, sia pure in contumacia, a due giudizi di merito concernenti beni del "de cuius" (nella pronuncia infra epigrafata, avevano ad oggetto il recesso dalla compravendita di immobili) e ciò

"anche se lo stesso chiamato, nella fase d'appello e informalmente - mediante uno scritto -, abbia dichiarato il disinteresse alla lite, trattandosi di comportamento inconciliabile con la tardiva rinuncia, condizionata dall'esito della lite" (Cass., sez. III, 8 giugno 2007, n. 13384, GCM, 2007, 6);

  • dalla costituzione volontaria (in caso di decesso della parte costituita in giudizio) per la prosecuzione di giudizio (da parte della vedova, nel caso deciso dalla pronuncia de qua) anche in assenza di spendita della qualità di erede, specie in relazione all'oggetto del giudizio (in Cass., sez. lav., 2 settembre 2003, n. 12780, GCM, 2003, 9, l"oggetto concerneva l"equo indennizzo) e alle altre circostanze processuali; a tal proposito, di noti come neppure la rinunzia all'eredità faccia venir meno la delazione del chiamato, stante il disposto dell'art. 525 c.c. (cfr., amplius, il capitolo sesto del presente volume), sicché tale rinuncia non è ostativa alla successiva accettazione, che può essere anche tacita, allorquando il comportamento del rinunciante (che, nella pronuncia infra riportata, si era costituito in giudizio, allegando la sua qualità di erede e riportandosi alle difese già svolte dal de cuius)

"sia incompatibile con la volontà di non accettare la vocazione ereditaria" (Cass., sez. III, 18 aprile 2012, n. 6070, GCM, 2012, 4, 511);

  • dalla domanda di pagamento dei ratei di pensione insoluti, rivolta alla p.a., nella qualità di erede del pensionato (con conseguente inefficacia di una successiva rinuncia all'eredità stessa; pertanto ove si verifichi tale situazione va affermata la "legitimatio ad causam" dell'erede del pensionato: Corte Conti, sez. III, 3 dicembre 2010, n. 825, www.dejure.it);
  • dall"aver, il chiamato all'eredità - per un periodo significativo dopo l'apertura della successione - compiuto atti di gestione dell'immobile che apparteneva al de cuius:

"nella specie, il chiamato all'eredità aveva: a) concesso l'immobile in locazione, riscuotendo i relativi canoni; b) corrisposto gli oneri condominiali; c) partecipato attivamente alle assemblee condominiali; d) pagato le rate del mutuo da cui il bene era gravato, sottoscrivendo accordi transattivi con la banca creditrice" (Trib. Roma, 15 febbraio 2014, FI, 2014, 3, I, 970);

  • dall"aver riscosso dei canoni di locazione di un bene ereditario, quale atto dispositivo e non meramente conservativo (così, recentemente, Cass., sez. II, 6 febbraio 2014 n. 2743, GCM, 2014);
  • dall"aver effettuato un pagamento transattivo del debito del de cuius (ad opera del chiamato all'eredità) che, a differenza di un mero adempimento dallo stesso, eseguito con denaro proprio [in effetti, il pagamento di uno o più debiti lasciati dal defunto può comportare accettazione tacita di eredità solo quando è fatto con beni o danaro prelevati dall'asse: quando, invece, è fatto con danaro proprio, non rappresenta in sé un atto sintomatico della volontà di accettare l'eredità, poiché la norma che legittima qualsiasi terzo all'adempimento del debito altrui (art. 1180 c.c.) esclude che si tratti di un atto che il chiamato non avrebbe il diritto di fare se non nella qualità di erede (art. 476 c.c.): così anche Trib. Modena, sez. I, 16 maggio 2012, n. 818, GLModena, 2012], configura un'accettazione tacita non potendosi transigere un debito ereditario se non da colui che agisce quale erede: a tal fine, è però

"necessario che sia fornita la prova che il pagamento sia stato effettuato con danaro prelevato dall'asse ereditario, mentre nel caso in cui il chiamato adempia al debito ereditario con denaro proprio, quest'ultimo non potrà ritenersi per ciò stesso che abbia accettato l'eredità" (Cass., sez. II, 27 gennaio 2014, n. 1634, DeG, 2014, 28 gennaio);

  • dall"aver presentato istanza di voltura di una concessione edilizia già richiesta dal "de cuius", trattandosi di iniziativa che, non rientrando nell'ambito degli atti conservativi e di gestione dei beni ereditari, consentiti prima dell'accettazione dall'art. 460 c.c., travalica il semplice mantenimento dello stato di fatto esistente al momento dell'apertura della successione, e la cui proposizione dimostra, pertanto, l'avvenuta assunzione della qualità di erede (Cass., sez. II, 8 gennaio 2013, n. 263, GCM, 2013);
  • dall"esperimento dell'azione di riduzione che, implicando accettazione ereditaria tacita, pura e semplice, preclude anche la successiva accettazione con il beneficio dell'inventario (in quanto l'accettazione beneficiata non è giuridicamente concepibile dopo che l'eredità sia stata già accettata senza beneficio: cfr. amplius, il capitolo quarto del presente lavoro, nonché Cass., sez. II, 19 ottobre 2012, n. 18068, GCM, 2012, 10, 1235).



Autore

immagine A3M

Visite, contatti P&D

Nel mese di agosto 2020 Persona & Danno ha registrato oltre 241.000 visite.

Articoli correlati