Articoli, saggi, Successioni, donazioni -  Mazzon Riccardo - 2016-10-15

Successioni: il diritto di accettare leredità si prescrive in dieci anni - Riccardo Mazzon

Il diritto di accettare l'eredità si prescrive in dieci anni e detto termine decorre, nella generalità dei casi e salvo sparute eccezioni, dal giorno dell'apertura della successione.

Il diritto di accettare l'eredità si prescrive in dieci anni,

"anche per il minore non emancipato" (Trib. S. Maria Capua V., 23 aprile 2010, www.dejure.it),

[al contrario, se il legato ha per oggetto un diritto non soggetto a prescrizione, come il diritto di proprietà su di un bene, il beneficiario non perde la (non esercitata) facoltà di chiederne la consegna nei confronti del detentore, sia esso o no l'erede, fino a quando non abbia perso il diritto di proprietà in conseguenza del suo acquisto da parte di un terzo, secondo uno dei modi stabiliti dalla legge: non è, difatti, configurabile, alla stregua dell'art. 649, terzo comma, cod. civ. (cfr., amplius, il capitolo quindicesimo del volume "MANUALE PRATICO PER LA SUCCESSIONE EREDITARIA", Riccardo MAZZON 2015), un diritto autonomo a richiedere il possesso della cosa legata, integrando la relativa richiesta un onere del legatario, rispetto al quale è estranea la prescrizione, che colpisce, a norma dell'art. 2934 cod. civ., i diritti soggettivi: cfr. anche Cass., sez. II, 5 novembre 2013, n. 24751, GCM, 2013]; detto termine (che non corre per i chiamati ulteriori qualora vi sia stata accettazione da parte di precedenti chiamati, ma successivamente il loro acquisto ereditario sia venuto meno) decorre:

(A) nella generalità dei casi, dal giorno dell'apertura della successione [cfr. il capitolo primo del presente lavoro:

"la prescrizione del diritto di accettare l'eredità decorre dall'apertura della successione, anche ove si rinvenga un testamento in data successiva" (Cass., sez. II, 8 gennaio 2013, n. 264, FI, 2013, 5, I, 1593)];

(B) in caso d'istituzione condizionale (cfr., amplius, il capitolo quattordicesimo del volume citato), dal giorno in cui si verifica la condizione;

(C) in caso di accertamento giudiziale della filiazione, dal passaggio in giudicato della sentenza che accerta la filiazione stessa (è l'art. 69, d.lg. 28 dicembre 2013, n. 154, che ha, in fine al comma, aggiunto l'ultimo periodo; ai sensi dell"art. 108, d.lg. n. 154 del 2013, la modifica è entrata in vigore a partire dal 7 febbraio 2014).

Secondo il consolidato orientamento della giurisprudenza, il termine di cui all'art. 480 c.c. è certamente un termine di prescrizione, richiamando la norma l'estinzione dei diritti connessa all'inattività delle parti, protratta per un determinato periodo di tempo; non trova fondamento la tesi secondo la quale il termine per l'accettazione dell'eredità, di cui all'art. 480 c.c. sarebbe di decadenza e non di prescrizione, in quanto esercitatile una sola volta; neppure trova fondamento la tesi secondo cui, essendo la materia della delazione ereditaria sottratta alla disponibilità delle parti, il giudice avrebbe la possibilità di sollevare d'ufficio detta "decadenza", in quanto la regola dell'eccezione, prevista dall'art. 2969 c.c., non può ritenersi applicabile al caso di specie, riguardante diritti disponibili (così App. Napoli, sez. II, 7 maggio 2009, n. 1520, GDir, 2009, 37, 37).

Così, l'eccezione di prescrizione del diritto della controparte di accettare l'eredità, tardivamente avanzata

"nel giudizio di primo grado dopo la chiusura dell'istruttoria e la rimessione della causa al collegio, è inammissibile, ai sensi dell'art. 345 c.p.c., ove proposta per la prima volta con l'atto di appello" (Cass. sez. II 17 aprile 2009 n. 9303GCM, 2009, 4, 644).

S"annoti sin da subito come in tema di accettazione dell"eredità non operino gli atti interruttivi della prescrizione, attesa la natura potestativa del diritto che si realizza con il compimento dell'atto in cui si concreta l'accettazione; il termine, per contro, secondo la recente Cass. sez. II 14 ottobre 2014 n. 21687 DeG, 2014, 15 ottobre - che ne tratta però solo incidenter tantum - sarebbe invece soggetto alle cause ordinarie di sospensione e agli impedimenti legali.

Tuttavia, Cass. sez. II 10 aprile 2013 n. 8776 GCM, 2013 ritiene che la prescrizione del diritto di accettare l'eredità rimanga sospesa nei soli casi espressamente stabiliti da detta norma, non sussistendo altri fatti impeditivi del suo decorso; in particolare, la sospensione della prescrizione di cui all'art. 2941, n. 8, c.c., relativa all'ipotesi del debitore che ha dolosamente occultato l'esistenza del debito, non si può applicare al diritto di accettazione dell'eredità,

"in quanto nella fattispecie non è configurabile una posizione di creditore e debitore" (Cass., sez. II, 10 aprile 2013, n. 8776, DeG, 2013, 11 aprile).

Invero, precisa la pronuncia de quo, al termine di prescrizione, previsto dall'art. 480 c.c. per l'accettazione dell'eredità, sono inapplicabili, salvo determinati specifici casi espressamente stabiliti da detta norma, gli istituti dell'interruzione e della sospensione; infatti, mentre il termine fissato dal giudice per l'accettazione dell'eredità, nell'ipotesi di cui all'art. 481 c.c. (cfr., amplius, il paragrafo 3.6. del capitlo terzo del volume citato), è un termine di decadenza, quello entro il quale il diritto di accettare si estingue per il mancato esercizio è un termine di prescrizione, tale essendo espressamente dichiarato dalla legge e, trattandosi di prescrizione, al di fuori delle previste cause di sospensione, non vi sono altri fatti impeditivi del suo decorso, per quanto concerne l'esercizio del diritto di accettazione dell'eredità; in tal contesto va letta la pronuncia secondo cui

"l'ipotesi di sospensione della prescrizione prevista dall'art. 2942 n. 1, c.c. si verifica non solo quando il minore non emancipato o l'interdetto siano privi di rappresentante legale, ma anche quando tale rappresentante si trovi in conflitto di interessi con il rappresentato" (Cass. sez. II 19 luglio 2012 n. 12490 RN, 2012, 6, 1405).

E se deve escludersi che la prescrizione del diritto di accettare l'eredità sia soggetta a cause di interruzione con specifico riferimento ad atti provenienti dal titolare del diritto indicati dall'art. 2943 c.c., alle medesime conclusioni deve pervenirsi anche quanto al riconoscimento del diritto suddetto da parte di colui contro il quale il diritto stesso può essere fatto valere ex art. 2944 c.c.: nel caso di diritti potestativi - nel cui novero deve essere compreso quello che consiste nella facoltà del chiamato di acquistare la qualità di erede mediante una propria unilaterale manifestazione espressa o tacita di volontà - infatti, la cessazione dello stato di inerzia da parte del titolare del diritto può conseguire solo al compimento dello specifico atto che ne costituisce a un tempo l'esercizio e la piena attuazione, essendo inconferente il formulare intenzioni a (e, correlativamente il ricevere riconoscimenti da) chi non è tenuto ad alcun comportamento, in quanto è destinato a subire gli effetti che quell'atto produce (così anche Cass., sez. II, 3 marzo 2009, n. 5111, GDir, 2009, 14, 63).

In argomento, si rammenti altresì come sia stata dichiarata manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale - per contrasto con gli art. 3 e 24 cost. - dell'art. 480 comma 2 c.c., interpretato nel senso che il termine decennale di prescrizione del diritto di accettare l'eredità decorre unitariamente dal giorno dell'apertura della successione, pure nel caso di successiva scoperta di un testamento del quale non si aveva notizia; invero, detta disciplina si rivela frutto di una scelta ragionevole del legislatore, in quanto finalizzata, come in tutte le ipotesi di prescrizione, al perseguimento della certezza delle situazioni giuridiche e, quindi, ispirata dall'esigenza di cristallizzare in modo definitivo, dopo un certo lasso di tempo, la regolamentazione dei diritti ereditari tra le diverse categorie di successibili, in maniera da accordare specifica tutela a chi abbia accettato, nell'indicato termine di dieci anni, l'eredità devolutagli per legge o per testamento, ed anche a chi, dopo aver accettato nel termine l'eredità legittima, abbia fatto valere un testamento successivamente scoperto, rispetto a colui che, chiamato per testamento e non pure per legge all'eredità, non abbia potuto accettare la stessa nel termine di prescrizione per mancata conoscenza dell'esistenza di tale scheda testamentaria; d'altra parte,

"prevedendo l'art. 480 c.c. un termine prescrizionale, cui va riconosciuta natura sostanziale e non processuale, esso rimane per sua natura estraneo all'ambito di tutela dell'art. 24 cost., in quanto non volto all'esercizio del diritto di difesa" (Cass., sez. II, 8 gennaio 2013, n. 264, GCM, 2013).

Così, ad esempio, nella pronuncia testé richiamata, la Suprema Corte ha escluso che il rinvenimento di un testamento, dopo 21 anni dall'apertura della successione, avvenuta con l'accertata scomparsa del de cuius, potesse far decorrere nuovamente il termine decennale di prescrizione per l'accettazione dell'eredità.

In effetti, l'art. 480 c.c. pone un'eccezione alla regola che si desume dal combinato disposto dell'art. 2935 c.c., in relazione alla decorrenza della prescrizione, e dell'art. 523 c.c., circa l'ordine della devoluzione, nel senso che, sebbene per i chiamati ulteriori la delazione non sia coeva all'apertura della successione, ma si attui in linea eventuale e successiva solo se, ed in quanto, i primi chiamati non vogliano o non possano accettare l'eredità, la prescrizione decorre anche per i chiamati ulteriori sin dal momento dell'apertura della successione, salva l'ipotesi in cui vi sia stata accettazione da parte dei precedenti chiamati e il loro acquisto ereditario sia venuto meno.

Tale eccezione trova spiegazione alla luce dell'art. 481 c.c. (cfr., amplius, il paragrafo 3.6., capitolo terzo, del volume "MANUALE PRATICO PER LA SUCCESSIONE EREDITARIA", Riccardo MAZZON 2015), che attribuisce a chiunque vi abbia interesse, e dunque prioritariamente ai chiamati ulteriori, l'actio interrogatoria, mediante la quale è possibile chiedere al giudice di fissare un termine, necessariamente anteriore alla scadenza di quello di prescrizione, ex art. 480 c.c., entro cui il chiamato manifesti la propria intenzione di accettare l'eredità o di rinunciarvi (Cass., sez. II, 27 settembre 2012, n. 16426, GCM, 2012, 9, 1147).

Storicamente, a norma dell'art. 943 c.c. 1865, il diritto di accettare l'eredità era soggetto a prescrizione trentennale (a differenza di quanto disposto dall'art. 480 c.c. vigente, che prevede la prescrizione decennale); tuttavia, l'art. 252 disp. att. c.c. dispone che - quando per la prescrizione di un diritto il codice stabilisce un termine più breve di quello fissato dalle leggi anteriori - il nuovo termine si applica anche alle prescrizioni in corso, con decorrenze diverse a seconda del libro del codice in cui il diritto è previsto; ne consegue che il diritto all'accettazione dell'eredità, previsto dal secondo libro del codice, è soggetto a

"prescrizione decennale, che inizia a decorrere dal 21 aprile 1940 (data in entrata in vigore del codice stesso), e che è sospesa per legge, per eventi bellici, tra l'8 settembre 1943 ed il 15 aprile 1946" (Cass., sez. II, 15 ottobre 2009, n. 21929, GCM, 2009, 10, 1452).

Necessario tener conto, in argomento, di come il vigente ordinamento giuridico non contempli due distinti ed autonomi diritti di accettazione dell'eredità - derivanti l'uno dalla devoluzione testamentaria e l'altro da quella legittima -, ciascuno soggetto ad un proprio termine di prescrizione, ma preveda (con riguardo al patrimonio relitto dal defunto, quale che ne sia il titolo della chiamata) un unico diritto d'accettazione, che, se non viene fatto valere, si prescrive nel termine di 10 anni decorrente dal giorno dell'apertura della successione ma, se è invece esercitato, mediante l'accettazione dell'eredità devoluta per legge, consente al chiamato ed ai terzi, nel caso di testamento successivamente scoperto, qualunque sia il tempo trascorso dalla apertura della successione, di chiedere l'esecuzione, sia nella ipotesi in cui il testamento sia più favorevole al chiamato (perché ad esempio gli attribuisce una quota maggiore rispetto alla quella devoluta per legge ovvero beni ulteriori) sia nell'ipotesi opposta, nel qual caso però vige il principio secondo cui l'erede non è tenuto a soddisfare i legati scritti nel testamento oltre il valore dell'eredità o con il pregiudizio della porzione di legittima che gli è dovuta (cfr., amplius, il paragrafo 3.7. del capitolo terzo del volume citato, nonché Cass., sez. II, 18 ottobre 1988, n. 5666, GCM, 1988, 10).



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