Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  Lombardi Filippo - 2015-06-10

SUL DISCRIMINE TRA RAPINA ED ESERCIZIO ARBITRARIO DELLE PROPRIE RAGIONI - Cass. pen. 23678/2015 - Filippo LOMBARDI

Cass. pen., sez. VI, 3 giugno 2015 (ud. 1 aprile 2015), n. 23678

Rapina - Esercizio arbitrario delle proprie ragioni - Criterio distintivo - Elemento soggettivo - Attuare un preteso diritto - Possibilità di adire le vie giudiziali - Soggetto passivo effettivo debitore - Capacità intimidatoria della condotta.


Con la sentenza n. 23678/2015, la suprema Corte di Cassazione ribadisce il criterio utile a distinguere le fattispecie criminose di cui agli articoli 628 c.p. e 393 c.p.

Preliminarmente, ai fini di una maggior chiarezza espositiva, si rilevi che:

- l"art. 628 c.p. punisce il delitto di rapina, che si configura quando il soggetto agente, «per procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto, mediante violenza alla persona o minaccia, s"impossessa della cosa mobile altrui, sottraendola a chi la detiene».

- l"art. 393 c.p. punisce il delitto di esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza alle persone, che si verifica quando l"agente «al fine indicato nell"articolo precedente» (di esercitare un preteso diritto, ndr) «e potendo ricorrere al giudice, si fa arbitrariamente ragione da sé medesimo usando violenza o minaccia alle persone».

E" evidente che le due fattispecie, tenute distinte dal Legislatore sul piano sistematico, potrebbero in concreto sovrapporsi sul piano applicativo, in quanto entrambe potrebbero estrinsecarsi in una condotta violenta o minacciosa espletata al fine di ottenere un bene che rientri nella disponibilità materiale del soggetto passivo. Nell"ipotesi citata, occorre rinvenire un criterio che consenta di descrivere la fattispecie concreta nei termini di una consumata rapina o, piuttosto, di un configurato esercizio arbitrario delle proprie ragioni.

L"orientamento dominante, sposato ex multis da Cass. 43325/2007 (cfr. Cass., 25 gennaio 1989, Lucci, in Cass. pen., 1990, 1034), e riconfermato dalla sentenza qui annotata, evidenzia che, considerata la possibile comunanza dell"elemento materiale nelle due ipotesi delittuose in rassegna, la linea di confine tra le stesse non possa essere da questo evinta, piuttosto dovendo essa dedursi tramite l"attento vaglio del coefficiente psichico: nell"esercizio arbitrario, l"agente è animato dal fine di esercitare un diritto, oggetto di una pretesa che gli competerebbe giudizialmente; la rapina al contrario si caratterizza per la consapevolezza circa l"ingiustizia del profitto, vale a dire per la coscienza che quanto sottratto con violenza fisica o morale non compete all"agente in alcun modo, non essendo da questi ottenibile nemmeno percorrendo le vie giudiziali.

Nella pronunzia in esame, la Corte di legittimità approfondisce il tema precisando quando segue:

1) è necessario che la violenza o la minaccia non assumano una carica intimidatoria tale da rivelare il mero intento di ottenere il bene (cfr. Cass. pen., sez. III, 10 marzo 2015, n. 15245, in C.E.D. Cass., n. 263019), poiché in questo caso si ricadrebbe nuovamente nel più grave delitto di rapina (pertanto anche minacciare di far valere un diritto, laddove assuma connotati di abnormità, può condurre ad una condanna per il delitto di cui all"art. 628 c.p.). Mette conto rilevare allora che il connotato obbiettivo della condotta, incardinato nell"intensità dell"aggressione alla sfera psico-fisica del soggetto passivo, assume la veste di indizio in merito alla esatta perimetrazione della figura criminosa rilevante, pur non potendo da solo atteggiarsi a criterio risolutivo, in quanto può valere a provare la portata dell"elemento soggettivo e del reale finalismo che assiste la condotta dell"agente.

2) ancora, è evidente che le componenti strutturali del delitto di esercizio arbitrario delle proprie risultano coerenti con una condotta pur sempre tenuta nei confronti del presunto debitore, dovendo per contro operare l"art. 628 c.p. nell"ipotesi in cui l"azione delittuosa sia rivolta verso un terzo non debitore (ad es. solo perché costui è legato da rapporti di parentela o convivenza col debitore effettivo). In questo caso, infatti, non può ritenersi sussistente e/o apprezzabile l"intento di attuare un proprio diritto, essendo il soggetto passivo diverso dalla persona verso la quale si sarebbe legittimati ad adire le vie giudiziali.



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