Changing Society, Intersezioni -  Pant√® Maria Rosa - 2015-05-02

SUL LIBRO RACCONTI PARTIGIANI DI GIACOMO VERRI – Maria Rosa PANTÈ

Fortunata la mia cittadina, Borgosesia, che ha trovato un cantore della sua storia, dei momenti più alti della sua storia, cioè la Resistenza.

Il cantore è un giovane insegnante e scrittore, si chiama Giacomo Verri, il suo primo romanzo "Partigiano inverno" è stato finalista al prestigioso Premio Calvino e da poco è uscito il suo "Racconti Partigiani" (Edizioni Biblioteca dell'Immagine) che onora e rinvigorisce il Settantesimo anniversario della Liberazione dell'Italia da fascismo e nazismo e dalla guerra.

Sia il romanzo che i racconti si occupano dunque della Resistenza e della lotta partigiana, entrambi partono da eventi realmente accaduti e tragici, avvenuti a Borgosesia e in Valsesia.

La Valsesia come l'Ossola e altre valli alpine fu protagonista nella lotta contro i fascisti e i nazisti, tanto che ne ebbe la Medaglia d'oro al valor militare.

Giacomo dice di ispirarsi a Beppe Fenoglio, io non gli ho confessato che a me Fenoglio non piace e che dunque preferisco leggere lui che il suo modello, ma Giacomo come ogni vero scrittore non si esaurisce nel suo modello. Il suo stile, che è davvero sorprendente, pesca da Gadda, da molta tradizione letteraria italiana e però la rielabora e la fa sua, quindi diventa il suo stile.

L'evidenza di questo modo di scrivere, talvolta un po' arduo, ma sempre denso, insieme poetico e prosastico, alto e basso, gonfio ed essenziale, è soprattutto nel romanzo, ma anche nei racconti si coglie questa capacità di giocare con le parole per renderle più piene di significato, più sonore e anche più stranianti.

Vi faccio solo due esempi che mi hanno subito colpito: "Smettere di fare il partigiano gli era costato come smettere di fumare" (p.12).

"Le chiacchiere di Boezio Molino, partigiano di tante battaglie, ferito in quattro scontri. Anche alla coscia, una volta, quando diede sangue a mestoli sulla neve candida e alta come barili e si fasciò con un pezzo di tela del paracadute. Un male da strappare Dio alle nuvole coi denti." (p.70)

E poi ci sono i contenuti, il tema della memoria che mi colpisce in modo particolare perché è della mia città che Giacomo sta parlando, il monte che descrive io lo vedo tutti i giorni, ma, ahimè, qui un po' rosico, io non l'ho mai visto così come lui lo descrive. E questo è però una ricchezza, la grande capacità dell'arte di ricreare e fare nuovo e diverso quel che appare quotidiano, però anche di far diventare conosciuto quello che non s'è mai veduto ma solo, appunto, letto.

Giacomo Verri, come ha detto in una presentazione del suo libro tiene calda la storia, la memoria dei fatti della resistenza come si fa con la plastilina perché non diventino secchi e morti e pezzi da museo, ma siano invece materia creativa e insieme testimonianza di valori.

Testimonianza. Bisogna dire grazie a Giacomo, dovrebbe dirgli grazie soprattutto la sua città, la sua Valsesia, che ha trovato appunto un cantore delle sue gesta, ma dovrebbe dirgli grazie chiunque abbia a cuore l'Italia e anche la libertà di ogni popolo, direi di ogni persona.

Parlare della Resistenza, ripensare le emozioni che hanno mosso quelle persone che sono state i partigiani e che hanno resistito all'oppressione è fare un atto politico, civile oltre che letterario.

Giacomo rivede nei Racconti partigiani la resistenza quando è finita, richiama la nostalgia di quell'evento eroico, ma di un eroismo tutto umano, un eroismo che non voleva essere da supereroe. Quell'aura nostalgica, che a me a tratti ha fatto pensare all'Iliade, è però anche una provocazione. Non ci può essere nostalgia per la guerra, ma certo ci può essere - dice Giacomo - il desiderio di creare un mondo nuovo. Questo desiderio era evidentissimo nei giovani che fecero la Resistenza, dovrebbe essere un desiderio anche di noi che, per fortuna, non abbiamo visto guerre nel nostro paese.

In una società in cui la destra fascista torna ad avere consensi, i Racconti di Giacomo dovrebbero essere letti nelle scuole, dovrebbero essere letti per tenere viva e calda la memoria, perché il desiderio di quei ragazzi si trasmetta ai nostri ragazzi, sull'onda dell'emozione eroica, ma umana, che la Resistenza dovrebbe sempre trasmetterci.

Siamo liberi grazie a quei ragazzi lì e per fortuna Giacomo Verri ce lo ricorda.



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