Legislazione e Giurisprudenza, Separazione, divorzio -  Redazione P&D - 2013-07-08

SULLA DETERMINAZIONE DELLASSEGNO DI DIVORZIO – Cass. 16597/13 – R.K.

La S.c. con la sentenza annotata ritorna a ribadire i criteri che devono guidare il giudice nella determinazione del quantum dell"assegno di divorzio e sui presupposti stessi del suo riconoscimento.

Dobbiamo dire che i principi espressi sono frutto di un indirizzo più che consolidato, ma val la pena soffermarsi su di essi anche per sottolineare la grande possibilità di apprezzamento da parte del giudicante, vista la necessaria astrattezza dei criteri proposti dalla legge rispetto alla mutevolezza dei casi concreti.

Inutile, insomma, aspettarsi una griglia di valori tale da indirizzare con certezza le parti anche prima della instaurazione della lite: l"eterogeneità dei presupposti e la loro, come detto, necessaria vaghezza, rendono impossibile stabilire a priori un quantum di assegno accettabilmente vicino a quello che probabilmente una corte può riconoscere.

Così, alla asprezza di rapporti fra le parti che spesso accompagna le liti in tale materia, si accompagna una oggettiva difficoltà della previsione della decisione sul punto, si da alimentare fatalmente il contenzioso.

Vediamo, quindi, tali presupposti, di concessione e quantificazione dell"assegno.

I criteri sono simili fra la separazione ed il divorzio. Ben poco muta, e più in terminologia che in applicazioni sostanziali del diritto.

Per quanto riguarda i presupposti di applicazione, il riconoscimento dell"assegno passa dalla accertata inadeguatezza dei mezzi a disposizione del richiedente a mantenere lo stesso tenore div ita goduto in sede di matrimonio, e dall"impossibilità di procurarseli per ragioni obiettive.

Dal canto suo, la  inadeguatezza dev"essere intesa non già come stato di bisogno, ovverosia come mancanza di mezzi di sostentamento, bensì come insufficienza delle sostanze e dei redditi di cui il richiedente dispone ad assicurargli la conservazione di un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio e che sarebbe presumibilmente proseguito in caso di continuazione dello stesso, o che poteva legittimamente e ragionevolmente fondarsi su aspettative maturate nel corso del rapporto.

Quindi, la concessione non passa dalla ristrettezza economica assoluta, tale da legittimare l"intervento assistenziale detto, ma basta il non poter godere di un tenore di vita (di certo al di sopra del mero stato di bisogno alimentare) tendenzialmente pari a quello goduto durante il matrimonio. L"istituto , infatti, crea e mantiene, anche nella sua dissoluzione definitiva, un vincolo fra i coniugi che permane e che impone una solidarietà nei confronti del coniuge che dalla cessazione del matrimonio ha subito un decadimento della capacità di usufruire dei beni della vita allo stesso modo che in costanza di matrimonio.

In una famiglia di medio reddito, quindi, si cercherà di garantire al coniuge debole economicamente di poter vivere accedendo ad acquisti che soddisfino non solo le esigenze alimentari, come detto, ma anche estetiche (vestiti, salute, tempo libero) che avrebbe comunque goduto in costanza di matrimonio.

Inoltre, ogni valutazione prescinde dall"esame della colpa del richiedente l"assegno, non occorrendo un"indagine in ordine all"imputabilità delle circostanze che hanno condotto il coniuge istante allo stato di ristrettezza economica, ma solo una valutazione in ordine alla sua attuale capacità di procurarsi ulteriori risorse, al fine di stabilire se l"inadeguatezza dei mezzi di cui dispone sia dovuta ad una sua colpevole inerzia. Ossia, il vincolo di solidarietà sopra detto si elide solo in caso di inerzia non giustificabile nel trovare un lavoro adeguato al proprio profilo culturale e professionale, altrimenti nessuna conseguenza può avere il fatto che per ragioni personali (nel caso concreto, precedenti penali) il coniuge non trovi lavoro. La sentenza deve dare atto della prova dell"impossibilità di procurarsi mezzi economici adeguati, ossia delle  difficoltà incontrate dal coniuge ai fini dell"inserimento nel mercato del lavoro

Quindi, il diritto del coniuge all"assegno divorzile dev"essere accertato verificando la disponibilità da parte del richiedente di mezzi economici adeguati a consentirgli il mantenimento di un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio, mentre la liquidazione dell"importo dovuto, una volta riconosciuto il relativo diritto per non essere il coniuge richiedente in grado di mantenere con i propri mezzi detto tenore di vita, dev"essere compiuta valutando in concreto, anche in rapporto alla durata dei matrimonio, le condizioni dei coniugi, le ragioni della decisione, il contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ognuno e di quello comune, il reddito di entrambi.

Ecco il punto di difficile specificazione: sono tutti criteri che lasciano un grande spazio di valutazione al giudice e , certo, grandi margini di disappunto nella parte che veda respinte le proprie tesi. Anche perché, l"omessa considerazione di circostanze particolari non inficia la sentenza, dal momento che l"art. 5, sesto comma, della legge n. 898 del 1970, nell"assoggettare la valutazione del giudice ad una pluralità di parametri, non richiede una puntuale considerazione di ciascuno degli elementi indicati, risultando sufficiente che la decisione appaia adeguatamente giustificata sulla base di un esame comparativo delle condizioni economiche delle parti.



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