Legislazione e Giurisprudenza, Generalità, varie -  Santuari Alceste - 2014-01-28

SULLA TRASFORMAZIONE DI UNA SPA IN AZIENDA SPECIALE CONSORTILE – C. Conti Autonomie 2/14 – Alceste SANTUARI

La Sezione delle Autonomie della Corte dei Conti, con deliberazione n. 2 del 21 gennaio 2014, è intervenuta sul tema, tanto delicato quanto foriero di possibili ulteriori evoluzioni, della trasformazione c.d. "eterogenea". Nel caso di specie – peraltro affatto nuovo nelle decisioni della giurisprudenza contabile – si tratta di una richiesta avanzata dal Comune di Torino di poter trasformare una propria società di capitali (spa) in house, in "comproprietà" con altri enti locali in un"azienda speciale di natura consortile per la gestione del servizio idrico.

In merito, è stata presentata alla Città di Torino una proposta di deliberazione di iniziativa popolare, sulla quale il Responsabile del Settore gestione societaria ha espresso parere sfavorevole per duplice motivo:

a) mancata previsione normativa dell"ipotesi prefigurata, laddove l"art. 2500-septies c.c., rubricato "Trasformazione eterogenea da società di capitali", prevede che le medesime società "possono trasformarsi in consorzi, società consortili, società cooperative, comunioni di azienda, associazioni non riconosciute e fondazioni" ma non ne consente la trasformazione in azienda speciale. Identica carenza si rinviene nelle norme pubblicistiche che disciplinano la trasformazione diretta di un"azienda speciale in una società di capitali (art. 115, d.lgs. 18 agosto 2000, n. 267, già art. 17, co. 51, l. 15 maggio 1997, n. 127), ma che nulla prevedono per l"operazione inversa;

b) espresso divieto normativo alla segmentazione delle fasi (liquidazione della S.p.A. e costituzione ex novo di un"azienda speciale), posto dall"art. 9, co. 6, d.l. n. 95/2012, secondo cui "È fatto divieto agli enti locali di istituire enti, agenzie e organismi comunque denominati e di qualsiasi natura giuridica, che esercitino una o più funzioni fondamentali e funzioni amministrative loro conferite ai sensi dell"articolo 118, della Costituzione".

Sulla scorta di quanto sopra espresso, il Comune di Torino ha posto i seguenti quesiti, così come articolati nella delibera della Sezione regionale di controllo per la Regione Piemonte:

1) "se possa realizzarsi nel caso di specie, in mancanza di apposita normativa, la trasformazione eterogenea della società SMAT in Azienda speciale consortile";

2) "in caso di risposta negativa al quesito 1), se la procedura in due fasi rispettivamente di estinzione/messa in liquidazione della Società per Azioni e di nuova costituzione dell"Azienda Speciale consortile incorra nel divieto per gli enti locali di cui all"art. 9, co. 6, d.l. n. 95/2012, conv. nella l. n. 135/2012 (c.d. spending review)".

Con riferimento al quesito n. 1), la Sezione regionale di controllo remittente, con delibera n. 365/2013/SRCPIE/QMIG, pur rappresentando la presenza di orientamenti dottrinari e di una prassi favorevoli all"iniziativa prospettata dalla Città di Torino, ha espresso perplessità sulla coerenza dell"operazione di trasformazione eterogenea, alla luce dell"art. 35, co. 8, l. 28 dicembre 2001, n. 448, che impone agli enti locali di trasformare le aziende speciali e i consorzi che gestiscono i servizi di rilevanza economica in società di capitali.

Anche con riferimento al quesito n. 2), la Sezione regionale ha espresso una valutazione non favorevole circa la possibilità di realizzare l"operazione prospettata mediante scomposizione in fasi, ritenendo che tale evenienza, oltre a contrastare con l"obiettivo della soppressione e, in ogni caso, della riduzione degli oneri finanziari connessi agli organismi partecipati (art. 9, co. 1, d.l. n. 95/2012), nonché con il divieto di istituzione di tali enti (art. 9, co. 6, d.l. n. 95/2012), "si presenta come elusiva degli stessi obblighi sopra ricordati".

Peraltro, la Sezione remittente riferisce di un orientamento dottrinario, talora inverato nella prassi amministrativa, favorevole all"operazione prospettata dalla Città di Torino. Tale orientamento "è maturato per effetto dell"abrogazione, con d.P.R. 18 luglio 2011, n. 113, a seguito di referendum popolare, dell"art. 23-bis, d.l. 25 giugno 2008, n. 112, convertito dalla l. 6 agosto 2008, n. 133, in materia di modalità di affidamento e di gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica". Si tratta come è noto di una disposizione volta a garantire la massima concorrenza nei servizi pubblici a rilevanza economica contenendo al minimo le ipotesi di affidamento diretto e di gestione in house providing. Infatti, come più volte ribadito anche su questo sito, a seguito dell"iniziativa referendaria, si riespandono le norme comunitarie, dalle quali non si evince un divieto assoluto alla gestione diretta o mediante azienda speciale dei servizi pubblici locali.

La sezione di controllo piemontese ha anche avanzato l"ipotesi di un"abrogazione implicita dell"art. 35, co. 8, l. n. 448/2001, che potrebbe essere avvalorata dall"estensione, nei confronti delle aziende speciali e delle istituzioni, delle regole sul patto di stabilità interno, operata dall"art. 114, co. 5-bis, d.lgs. n. 267/2000, comma inserito dall"art. 25, co. 2, lett. a), d.l. 24 gennaio 2012, n.1, convertito dalla l. 24 marzo 2012, n. 27 e, successivamente, così modificato dall"art. 4, co. 12, d.l. 31 agosto 2013, n. 101, convertito dalla l. 30 ottobre 2013, n. 125.

Alla luce dell"incertezza sopra richiamata, la Sezione remittente ha sospeso la pronuncia e trasmesso gli atti al Presidente della Corte dei conti per "la valutazione dell"opportunità di deferire alla Sezione delle Autonomie ovvero alle Sezioni Riunite, ai sensi dell"art. 6 comma 4 del D.L. 10 ottobre 2012 n. 174, le questioni sopra evidenziate e, in particolare, circa la vigenza nell"ordinamento dell"obbligo per gli enti locali di trasformazione delle aziende speciali esercenti i servizi pubblici di cui al comma 1 dell"art. 113 TUEL in società di capitali, sancito dall"art. 35, co. 8 della l. n. 448/2001, con la conseguente preclusione alla inversa trasformazione in aziende speciali delle società di capitali che gestiscono servizi pubblici locali di rilevanza economica, quali il servizio idrico integrato".

Analizziamo di seguito, la posizione assunta dalla Sezione delle Autonomie. Avuto riguardo al quesito n. 1, i giudici contabili evidenziano che "il contesto normativo di riferimento è costituito dalle disposizioni codicistiche che individuano i requisiti e i limiti della trasformazione societaria, istituto completamente ridisegnato con la riforma del diritto societario di cui al d.lgs. 17 gennaio 2003, n. 6". Come è noto, la riforma societaria costituisce un corpus normativo frazionabile in una disciplina generale dell"istituto, comprendente le disposizioni valevoli per ogni ipotesi di trasformazione (artt. 2498, 2499, 2500 e 2500-bis c.c.), e in tre parti speciali dedicate, rispettivamente, alla trasformazione progressiva (da società di persone in società di capitali: artt. 2500-ter, 2500-quater e 2500- quinquies c.c.), alla trasformazione regressiva (da società di capitali in società di persone: art. 2500-sexies) e alla trasformazione eterogenea (artt. 2500-septies, 2500-octies e 2500-novies).

L"art. 2500-septies c.c., rubricato "Trasformazione eterogenea da società di capitali", dispone che le medesime società "possono trasformarsi in consorzi, società consortili, società cooperative, comunioni di azienda, associazioni non riconosciute e fondazioni". L"articolo in parola non consente la trasformazione delle società di capitali in azienda speciale. "La trasformazione prospettata dalla Sezione remittente" – sostiene la Sezione delle Autonomie - determinerebbe il passaggio da una società di diritto privato a un ente di diritto pubblico; tipologia, questa, non espressamente prevista dalla richiamata disposizione."

Interessante evidenziare la posizione della Sezione delle Autonomie in ordine alla configurazione giuridico-organizzativa dell"azienda speciale, che così viene identificata:

disciplinata dall"art. 114, d.lgs. n. 267/2000;

ente pubblico economico dotato di personalità giuridica e di autonomia imprenditoriale,

chiamato a svolgere un"attività di rilevanza commerciale

appartenente alla classe degli enti strumentali.

"Trattasi di un soggetto di diritto a sé stante, indipendente e diverso dall"ente locale che lo ha costituito, vale a dire uno strumento per la gestione di un servizio pubblico. Al Comune compete l"approvazione degli atti fondamentali dell"azienda speciale: il piano-programma comprendente il contratto di servizio, i bilanci economici di previsione pluriennale e annuale, il conto consuntivo e il bilancio di esercizio. Anche lo statuto, al momento della costituzione dell"azienda speciale, viene approvato dal consiglio comunale. Spetta, pertanto, all"azienda procedere autonomamente, secondo le regole di economicità che caratterizzano l"esercizio di un"impresa, nel perseguimento dei fini posti dell"ente locale."

Successivamente, la Sezione delle Autonomie richiama altri "caratteri" caratterizzanti l"azienda speciale: "L"appartenenza dell"azienda speciale alla categoria degli enti pubblici economici (Cass.Sez. un., 15 dicembre 1997, n. 12654) comporta, oltre all"iscrizione nel registro delle imprese, l"assoggettabilità alla disciplina di diritto privato per quanto attiene al profilo dell"impresa e per i rapporti di lavoro dei dipendenti (T.A.R. Liguria, II, 24 maggio 1995, n. 272). Ne deriva che i contratti collettivi di lavoro non sono necessariamente quelli del settore pubblico, ma quelli stabiliti dalle parti in riferimento al settore merceologico di appartenenza. L"azienda speciale, operando come una qualsiasi impresa commerciale, soggiace al regime fiscale proprio delle società di diritto privato e, quindi, è soggetto passivo di imposta distinto dall"ente locale, ai fini del pagamento di IVA, IRES e IRAP (Cass., sez. V, 15 aprile 2005, n. 7906; Cons. Stato, III, 18 maggio 1993, n. 405)."

La Sezione delle Autonomie, tuttavia, riconosce che nonostante gli elementi sopra richiamati, l"azienda speciale è stata considerata "elemento del sistema di amministrazione che fa capo all"ente territoriale", nel rispetto dell"autonomia decisionale che, in astratto, consente all"azienda speciale stessa di effettuare scelte di tipo imprenditoriale (cfr. C. cost., 12 febbraio 1996, n. 28, con riferimento alla competenza, in materia di sanzioni amministrative, dell"azienda speciale che gestisce il servizio di trasporto pubblico locale).

Si aggiunga, al riguardo, che la giurisprudenza amministrativa ha escluso che i dipendenti di un"azienda speciale, risultante dalla trasformazione di una società per azioni, possano invocare l"applicazione del d.lgs. 30 marzo 2001, n. 165, in quanto gli enti pubblici economici non rientrano nella nozione di amministrazione pubblica (cfr. Cons. Stato, sez. V, 7 febbraio 2012, n. 641, ove è precisato che l"elencazione contenuta nell"art. 1, co. 2, del citato decreto si riferisce a "tutti gli enti pubblici non economici nazionali, regionali e locali").

Per quanto attiene, più nello specifico, l"azienda speciale consortile, rispetto a quella prevista dal citato art. 114, è opportuno segnalare che essa si caratterizza per la presenza di un organo in più: l"assemblea consortile. Infatti, l"art. 31, d.lgs. n. 267/2000, richiama la disciplina dell"art. 114, d.lgs. n. 267/2000.

Se queste sono le caratteristiche delle aziende speciali (anche consortili), è possibile dunque ritenere legittima la trasformazione di una società di capitali in azienda speciale, atteso che la norma inserita nella riforma societaria non prevede quest"opzione? I giudici contabili, al fine di giustificare una simile ipotesi, muovono dalla necessità di individuare il principio di continuità che deve sottendere alla trasformazione dei tipi giuridici. In particolare, essi riconoscono che tale "principio, che è in stretta correlazione con lo stesso significato dell"operazione trasformativa, assume, a seguito della riforma, un significato polivalente." Affermano, al riguardo, i giudici della Sezione delle Autonomie che "[l]a continuità, infatti, solo all"apparenza può essere circoscritta con riferimento all"ente trasformato (come ancora sembra indurre la lettera dell"art. 2498 c.c.), posto che nella disciplina "speciale" delle trasformazioni eterogenee si prevede la trasformabilità in altri diversi soggetti giuridici. Si può ritenere allora che l"elemento di continuità debba essere identificato nell"azienda, quale complesso di beni funzionalmente orientato allo svolgimento di un"attività di impresa e che la trasformazione trovi, quindi, la sua giustificazione sistematica nell"esigenza di salvaguardare la continuità dell"organismo produttivo e di evitare la disgregazione del patrimonio aziendale." Ecco allora che, in forza degli assunti sopra richiamati, la Sezione delle Autonomie giunge a ritenere che "potrebbe anche ritenersi che le fattispecie previste non siano tassative e che anzi, tenendo conto del principio di economia dei mezzi giuridici, si possano configurare fattispecie trasformative ulteriori."

A ben vedere, sostengono i giudici contabili, "l"azienda speciale che risulterebbe dalla trasformazione della società per azioni a totale partecipazione pubblica è dotata di un patrimonio separato a garanzia dei terzi e dei creditori, fermo restando che, sia nell"organismo di partenza che in quello di arrivo, esistono i necessari raccordi con gli enti pubblici di riferimento." Gli enti locali interessati dall"operazione e nell"operazione di trasformazione sono i medesimi enti locali che disponevano di una società per azioni "presumibilmente dotata delle caratteristiche dell"in house providing e, quindi, da intendersi come una longa manus degli enti soci (cfr. C. cost., 20 marzo 2013, n. 46), i quali ora intendono avvalersi di "un"azienda speciale consortile di diritto pubblico, come tale inserita nel sistema amministrativo dell"ente locale."

In questo modo, la Sezione delle Autonomie giunge alla conclusione secondo la quale l"operazione è compatibile "alla luce dell"interpretazione sistematica delle disposizioni di cui all"art. 2500- septies c.c. e, in particolare, del principio di continuità (art. 2498 c.c.) applicabile a tutte le ipotesi di trasformazione societaria, tenuto conto della natura degli organismi oggetto di trasformazione."

E come già si è avuto modo di commentare su questo sito, altri sono stati i casi di trasformazione da società di capitali in aziende speciali: cfr. Sezione di controllo per la Regione Puglia, 19 settembre 2013, n. 142, concernente una multiservizi nel settore energia, e Sezione di controllo per la Regione Lombardia, 23 ottobre 2013, n. 460, con riguardo alla gestione del servizio idrico.

Interessante aggiungere che la Sezione delle Autonomie si sofferma anche sulla possibilità prevista dall"ordinamento giuridico di trasformazione delle aziende speciali in società di capitali (art. 115, d.lgs. n. 267/2000, già art. 17, co. 51, l. n. 127/1997). Ritengono i giudici che "l"obiettivo dichiarato è quello di garantire la piena espansione del mercato e di limitare ogni vulnus alla concorrenza." Tuttavia, i giudici contabili sostengono che "la disposizione in esame faccia parte di un contesto politico-economico ormai risalente, caratterizzato dal convincimento allora diffuso della migliore realizzazione dell"interesse pubblico mediante il ricorso agli istituti di diritto comune e dalla fiducia nelle capacità del "mercato" di regolare al meglio anche attività tipicamente riservate alla pubblica amministrazione; il che ha dato luogo al vero e proprio proliferare di società private a totale/parziale partecipazione pubblica, aventi ad oggetto la gestione di servizi in precedenza erogati da amministrazioni pubbliche." E infatti la Sezione delle Autonomie ribadisce che "la stretta commistione tra la sfera pubblica e quella privata, nell"attività delle medesime società, ha condotto all"emanazione di una sorta di diritto pubblico speciale inteso, sostanzialmente, a contrastare fenomeni elusivi, nei casi in cui l"uso improprio dello strumento societario si concretizzi nella violazione dei vincoli di finanza pubblica."

Nella deliberazione in commento, i giudici contabili svolgono una sintetica, quanto puntuale ricostruzione dell"evoluzione normativa riguardante i servizi pubblici locali in questi ultimi anni, attribuendo molta importanza all"esito referendario, che ha condotto all"abrogazione dell"art. 23-bis, d.l. n. 112/2008, ad opera del d.P.R. 18 luglio 2011, n. 113. Alla luce del nuovo contesto che si è venuto a creare a seguito dell"esito referendario in parola, in conformità al quale, è opportuno rammentare, ha subito una notevole espansione il diritto comunitario in uno con la facoltà degli enti locali di decidere in autonomia in ordine alla configurazione da assegnare alle organizzazioni con le quali erogare servizi pubblici locali sul territorio, ivi compreso il servizio idrico, "è lecito dubitare della perdurante vigenza dell"art. 35, co. 8, l. n. 448/2001, dal momento che è venuto meno ogni divieto assoluto alla gestione diretta, o mediante azienda speciale, dei servizi pubblici locali. La predetta disposizione, pur non avendo formato oggetto di quesito referendario, potrebbe considerarsi implicitamente abrogata, essendo frutto della stessa concezione sottesa all"abrogato art. 23-bis, d.l. n. 112/2008."

I giudici della Sezione delle Autonomie evidenziano altresì il carattere transitorio dell"art. 35, co. 8, l. n. 448/2001, la cui operatività è stata originariamente fissata al 31 dicembre 2002, poi prorogata al 30 giugno 2003 per effetto dell"art. 1, co. 7-ter, d.l. 8 luglio 2002, n. 138, convertito dalla l. 8 agosto 2002, n. 178. In mancanza di ulteriori proroghe, ritiene la Sezione "sembrerebbe confermata la tesi dell"abrogazione implicita, considerando le successive norme che, contemplando le aziende speciali, presuppongono la loro piena operatività." E, in questo senso, a supporto dell"interpretazione fornita dalla Sezione delle Autonomie, è utile richiamare il fatto che il legislatore ha inteso "conservare" l"istituto dell"azienda speciale. Si richiama, al riguardo, in particolare, l"art. 114, d.lgs. n. 267/2000, che ha formato oggetto di recenti interventi volti, in primis, ad estendere ad aziende speciali e istituzioni l"obbligo di iscrizione e di deposito dei relativi bilanci al registro delle imprese o nel repertorio delle notizie economico amministrative della camera di commercio, industria, artigianato e agricoltura del proprio territorio entro il 31 maggio di ciascun anno e, secondariamente, all"applicazione, nei loro confronti, delle regole sul patto di stabilità interno (art. 114, co. 5-bis, d.lgs. n. 267/2000, comma inserito dall"art. 25, co. 2, lett. a), d.l. n. 1/2012, come modificato dall"art. 4, co. 12, d.l. n. 101/2013).

La Sezione di controllo per la Regione Lazio, con deliberazione 17 maggio 2013, n. 84/2013/PAR, ha osservato che gli obblighi richiamati dalla predetta disposizione confermano la natura istituzionale di tali enti strumentali, in particolare dell"azienda speciale; caratteristica che, ad avviso della stessa Sezione, potrebbe essere considerata ai fini dell"inserimento nell"elenco previsto dall"art. 1, co. 2, l. 31 dicembre 2009, n. 196.

La legge di stabilità 2014 ha conservato l"obbligo di deposito dei bilanci, ma ha espunto le disposizioni che prevedevano l"assoggettamento diretto al patto di stabilità di aziende speciali e istituzioni (cfr. art. 1, co. 560, l. 27 dicembre 2013, n. 147, che ha sostituito l"art. 114, co. 5-bis, d.lgs. n. 267/2000). Come evidenziato in altro contributo pubblicato su questo sito, la legge di stabilità 2014, ha escluso l"applicazione diretta dei vincoli del patto anche nei confronti delle società in house; vincoli che ora riguardano l"insieme ente territoriale/organismo partecipato. Infatti, l"art. 1, commi 557 e 559, l. n. 147/2013, rispettivamente, hanno riscritto l"art. 18, co. 2-bis, d.l. n. 112/2008 e abrogato l"art. 3-bis, co. 5, d.l. 13 agosto 2011, n. 138, convertito dalla l. 14 settembre 2011, n. 148. È, invece, previsto il concorso alla realizzazione degli obiettivi di finanza pubblica dei medesimi organismi in applicazione del principio della "sana gestione dei servizi secondo criteri di economicità e di efficienza", ai sensi dell"art. 1, co. 553, l. n. 147/2013.

Anche a tacere delle modalità con cui si deve rispettare il Patto di stabilità, la legge di stabilità 2014 definisce "un maggiore rigore nella disciplina delle aziende speciali e delle istituzioni, che va oltre la tendenziale omogeneità di trattamento degli organismi partecipati. Al riguardo, si premette che le aziende speciali e le istituzioni, sin dalla originaria disciplina, sono soggette al principio di pareggio di bilancio (art. 114, co. 4, d.lgs. n. 267/2000) e qui si apprezza una prima differenza con le società di capitali che, per loro natura, possono accumulare perdite e rispondere dei debiti nei limiti del patrimonio conferito. Con l"art. 1, commi 550-562, l. n. 147/2013, sono posti numerosi vincoli nei confronti di istituzioni, aziende speciali e società partecipate ma le misure ivi previste, nella loro generalità, riguardano soltanto aziende speciali e istituzioni."

Le aziende speciali sono altresì considerate ai fini dell"applicazione delle misure restrittive dell"accantonamento delle risorse, da parte degli enti territoriali, in caso di risultato di esercizio o saldo finanziario negativo registrato nell"esercizio precedente, del concorso alla realizzazione degli obiettivi di finanza pubblica, della riduzione dei compensi agli amministratori e dell"adozione dei provvedimenti di liquidazione in caso di perdite pluriennali. Si aggiunga che le aziende speciali sono anche considerate ai fini dell"applicazione diretta dei vincoli in materia di spesa di personale, occorrendo una deliberazione motivata degli enti soci per escludere dal regime limitativo singole aziende speciali e istituzioni che gestiscono servizi socio-assistenziali ed educativi, scolastici e per l'infanzia, culturali e alla persona (ex IPAB) e le farmacie, nel rispetto degli obiettivi di risparmio e di contenimento della spesa di personale. In ogni caso, è fatta salva l"operatività delle disposizioni recate dal citato art. 76, co. 7, d.l. n. 112/2008, in materia di consolidamento delle spese di personale tra enti territoriali ed organismi partecipati (art. 1, co. 557, l. n. 147/2013). Da notare che, al contrario, le società che gestiscono servizi pubblici locali sono escluse dall"applicazione diretta dei vincoli in materia di spesa di personale e non possono essere poste in liquidazione in caso di perdite di esercizio strutturali.

La descrizione di cui sopra è ritenuta più che sufficiente da parte della Sezione delle Autonomie per affermare che "non ha ragione di esistere la preoccupazione del possibile impiego dell"istituto dell"azienda speciale a scopi elusivi dei vincoli di finanza pubblica poiché, si ripete, la relativa normativa prevede misure più severe di quelle riferite alle società di capitali che gestiscono servizi pubblici locali."

Sul punto dell"ammissibilità della trasformazione di una società di capitali in azienda speciale, la Sezione delle Autonomie, infine, raccomanda che una simile operazione di trasformazione sia accompagnata da un"adeguata "attività di revisione economica-patrimoniale (c.d. due diligence) della società trasformanda, a garanzia dei terzi e dell"ente che istituisce l"azienda speciale."

Risulta interessante evidenziare anche la posizione assunta dai giudici contabili sul secondo quesito. In questo senso, la Sezione delle Autonomie ha evidenziato che il divieto posto dall"art. 9, co. 6, d.l. n. 95/2012, secondo cui era "fatto divieto agli enti locali di istituire enti, agenzie e organismi comunque denominati e di qualsiasi natura giuridica, che esercitino una o più funzioni fondamentali e funzioni amministrative loro conferite ai sensi dell"articolo 118, della Costituzione", è stato abrogato dall"art. 1, co. 562, l. n. 147/2013". Tuttavia, anche per il periodo di vigenza della norma, il divieto, ribadiscono i giudici contabili "poteva essere considerato non assoluto, alla luce dell"interpretazione offerta dal Giudice delle leggi che, con sentenza costituzionale 24 luglio 2013, n. 236, ha respinto le censure di illegittimità costituzionale proposte nei confronti del citato comma 6, sulla base della seguente motivazione: "Tale disposizione deve essere necessariamente coordinata con quanto stabilito nei commi precedenti e, in particolare, nel comma 1. Infatti l"obiettivo del legislatore è esclusivamente la riduzione dei costi relativi agli enti strumentali degli enti locali nella misura almeno del 20 per cento, anche mediante la soppressione o l"accorpamento dei medesimi. Pertanto la disposizione in esame deve essere interpretata nel senso che il divieto di istituire nuovi enti strumentali opera solo nei limiti della necessaria riduzione del 20 per cento dei costi relativi al loro funzionamento. Vale a dire che, se, complessivamente, le spese per «enti, agenzie e organismi comunque denominati» di cui ai commi 1 e 6 del citato art. 9, restano al di sotto dell"80 per cento dei precedenti oneri finanziari, non opera il divieto di cui al comma 6. Una siffatta interpretazione, costituzionalmente orientata, si rende necessaria anche per consentire agli enti locali di dare attuazione al comma 1 mediante l"accorpamento degli enti strumentali che svolgono funzioni fondamentali o conferite. In tal modo, infatti, gli enti locali potranno procedere all"accorpamento degli enti strumentali esistenti anche mediante l"istituzione di un nuovo soggetto, purché sia rispettato l"obiettivo di riduzione complessiva dei costi."

La decisione della Sezione delle Autonomie qui in commento ha confermato – se ce ne fosse stato bisogno – che le aziende speciali (consortili) sono vive e vegete e che le stesse possono essere impiegate, con le variazioni necessarie del caso, ad assumere la gestione e l"organizzazione dei servizi di interesse generale e di taluni di questi nello specifico, proprio in ragione della loro configurazione giuridica.



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