Legislazione e Giurisprudenza, Danni non patrimoniali, disciplina -  Fabbricatore Alfonso - 2015-09-05

TRATTAMENTO DATI PERSONALI: SI AL D.N.P. DA OMESSA CANCELLAZIONE DI RIFERIMENTI PERSONALI DA SITO WEB - Cass. 17399/15 - di A.F.

Cassazione, sez. I Civile, 1 settembre 2015, n. 17399, Pres. Di Palma – Rel. Lamorgese            

Si al danno non patrimoniale da illecito trattamento dei dati personali qualora un soggetto non ottemperi alla richiesta dell"interessato di rimuovere dalla propria pagina web i riferimenti alla propria persona.

E" il caso di un professionista, in precedenza legato da un rapporto di lavoro ad una società, il quale, terminato tale rapporto, chiede la rimozione immediata dei propri dati personali ancora disponibili online sul sito della società.

Nonostante una richiesta formalmente inviata dal proprio avvocato a mezzo raccomandata con la quale si chiedeva la cancellazione immediata delle informazioni personali contenute nel sito e qualsiasi altra informazione potesse indurre a ritenere ancora esistente un rapporto di lavoro tra le parti, la società X persisteva nel mantenere sulla propria pagina web tali collegamenti.

Il professionista è costretto, pertanto, ad adire le vie legali: dopo due pronunce di merito che negano il risarcimento del danno non patrimoniale in favore dell"attore e ritengono non valida la richiesta di oscuramento dei dati perché inoltrata dal procuratore dell"interessato, la questione viene sottoposta all"attenzione dei Giudici di legittimità.

Con una sentenza molto interessante, la Corte osserva che la ratio della decisione del giudice di merito si fonda sulla considerazione che l'attrice non avrebbe manifestato "alcuna revoca espressa" del consenso al trattamento dei suoi dati personali che possa fare considerare avvenuto in violazione di legge il persistente trattamento ad opera della società: infatti, la revoca dovrebbe rivestire "uguale forma" dell'atto con il quale è stato espresso il consenso al trattamento e non potrebbe valere al riguardo la lettera di diffida del 4.2.2010, "provenendo la stessa dal legale della parte". La prima argomentazione, si legge, se intesa nel senso che la revoca debba avvenire in concreto con le identiche modalità con cui è stato dato il consenso, è apodittica, dal momento che la sentenza impugnata non precisa con quali modalità il professionista abbia dato il consenso al trattamento dei suoi dati personali, sicché la conclusione di invalidità della revoca perché data con forma diversa integra una motivazione apparente.

Inoltre, le modalità con cui può essere revocato il consenso, contrariamente a quanto sostenuto nella sentenza impugnata, possono essere varie e anche diverse da quelle concretamente utilizzate per la manifestazione dello stesso, purché esprimano senza formalità la volontà dell'interessato. Lo dimostra un'analisi dei d.lgs. n. 196 del 2003, il cui art. 23, citato nella sentenza impugnata, si limita a prevedere che il consenso (che deve essere riferito "ad un trattamento chiaramente individuato") debba essere "espresso", cioè provenire dall'interessato in modo esplicito, anche se non necessariamente in forma scritta, ma solo "documentato per iscritto" (terzo comma), mentre è solo il consenso al trattamento di dati sensibili che deve essere "manifestato in forma scritta" (quarto comma). Inoltre, ai fini della revoca del consenso, l'art. 8 stabilisce che i diritti di accesso ai dati, anche al fine di ottenere l'aggiornamento, la rettificazione, l'integrazione, la cancellazione, la trasformazione in forma anonima e il blocco dei dati, sono esercitati con richiesta "senza formalità" al titolare o al responsabile "anche per il tramite di un incaricato". La seconda argomentazione del giudice di merito, secondo la quale la revoca del consenso contenuta nella diffida del 4.2.2010 non sarebbe valida in quanto proveniente dal legale della parte, non tiene conto che il diritto di ottenere la cancellazione o anonimizzazione dei dati personali può essere esercitato, come detto, "senza formalità [...] anche per il tramite di un incaricato" (art. 8, primo comma) e l'interessato "può, altresì, farsi assistere da una persona di fiducia" (art. 9, secondo comma, del d.lgs. del 2003), qual è certamente il legale, la cui attività di rappresentante è imputabile negli effetti al rappresentato, senza necessità di ulteriori adempimenti. Né il giudice di merito ha messo in dubbio (e neppure la società resistente) che la persona qualificatasi come legale della P. fosse effettivamente tale.

Per questi motivi si stabilisce che la revoca del consenso al trattamento dei dati personali può essere espressa dall'interessato con richiesta rivolta senza formalità al titolare o al responsabile del trattamento, anche per il tramite di un legale di fiducia.

Quanto al danno non patrimoniale, la Corte ritiene errato l"iter logico del Giudice di merito per avere ritenuto non provato il nesso causale tra la condotta illecita attribuita alla società convenuta e la sindrome depressiva lamentata dalla ricorrente, irragionevolmente trascurando i referti medici prodotti in giudizio che dimostravano il danno sofferto e, comunque, avrebbero giustificato l'espletamento di una consulenza tecnica d'ufficio che, benché richiesta, non era stata ammessa.


Il giudice di merito ha, dunque, ritenuto infondata la domanda risarcitoria per mancata prova del nesso di causalità tra la condotta della società e la patologia lamentata dalla ricorrente, avendo ritenuto inidonea la certificazione medica prodotta in giudizio sia perché non proveniva da una struttura pubblica, sia perché il medico certificante si era limitato a riportare quanto riferitogli dall'interessata.

La circostanza che la certificazione medica provenga da una struttura non pubblica non la rende, evidentemente, di per sé, intrinsecamente inidonea.  
Inoltre, la ricorrente aveva espressamente chiesto l'ammissione di una consulenza tecnica d'ufficio medico­legale proprio per dimostrare l'attendibilità del certificato medico prodotto dalla parte e, in tal modo, l'esistenza di danni personali causalmente riconducibili all'illecito imputato alla società, sicché il rigetto dell'istanza di ammissione della c.t.u. da parte del giudice è sostanzialmente immotivato.

Per giurisprudenza ormai risalente, infatti, la decisione di ricorrere o meno ad una consulenza tecnica d'ufficio costituisce un potere discrezionale del giudice, il quale, tuttavia, ha il dovere di motivare adeguatamente il rigetto della istanza di ammissione proveniente da una delle parti, dando adeguata dimostrazione di poter risolvere, sulla base di corretti criteri, i problemi tecnici connessi alla valutazione degli elementi rilevanti ai fini della decisione, senza potersi limitare a disattendere l'istanza sul presupposto della mancata prova dei fatti che la consulenza avrebbe potuto accertare (v. Cass. n. 72/2011, n. 88/2004, n. 10/2002, n. 15136/2000). E' stato anche precisato che in alcune tipologie di controversie, che richiedono per il loro contenuto che si proceda ad un accertamento tecnico, il mancato espletamento di una consulenza medico legale, specie a fronte di una domanda di parte in tal senso, costituisce una grave carenza nell'accertamento dei fatti da parte del giudice di merito, che si traduce in un vizio della motivazione della sentenza (v. Cass. n. 4927/2004).



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