Legislazione e Giurisprudenza, Interdizione, inabilitazione -  Scozzafava Guendalina - 2013-12-17

TREMATE TREMATE LE STREGHE SON TORNATE -Trib.Milano 27.8.2013 - Guendalina SCOZZAFAVA

Per quale motivo l'amministrazione di sostegno non è applicabile a chi tenta ripetutamente il suicidio al punto tale da considerarlo "gravemente pregiudizievole" nei confronti della persona da proteggere ?

Ho provato a darmi una risposta, di senso, attivando il mio essere assistente sociale, il mio essere ferma promotrice del rispetto dei diritti umani (sempre) e, last but non least, il mio essere donna.

Da assistente sociale mi sono detta che lo scopo di ogni intervento volto a supportare le persone in difficoltà, anche le più compromesse, deve muovere verso la ricerca e lo sviluppo dei loro potenziali per quanto questi possano essere nascosti nei meandri dell'essere.

Ogni intervento deve accompagnare la persona verso un percorso di presa in carico condivisa anche laddove una patologia psichiatrica rischia di limitarne le potenzialità.

Ogni percorso di presa in carico deve rispettare la dignità umana e ciò non potrà mai essere garantito fintanto che attaccherò i suoi diritti umani.

Ogni percorso di presa in carico deve muovere verso il recupero di quella persona, non verso l'azzeramento delle sue libertà.

Il mio codice deontologico mi chiama a promuovere l'autodeterminazione delle persone, le loro potenzialità ed autonomie, in quanto soggetti attivi del progetto d'aiuto, supportandoli nelle loro difficoltà e non creandogliene altre frutto di limitazioni gravi e umilianti.

Vi è poi un'analisi più pragmatica che il mio taglio professionale e personale mi porta a valutare nell'analisi delle situazioni e in tale ottica mi chiedo come un'interdizione possa impedire ad una persona di suicidarsi più di quanto potrebbe invece fare una giusta graduazione dell'amministrazione di sostegno.

In altre parole,  un'amministrazione di sostegno costruita su misura per lo specifico bisogno non avrebbe potuto supportare adeguatamente la persona, non sarebbe stato un cercare con lei e per lei le possibili finestre dal quale vedere nuova luce ?

Certo con i limiti di uno strumento di protezione giuridica, che comunque anche l'interdizione ha, ma che, a differenza dell'AdS, elude la disposizione della minor limitazione possibile della capacità d'agire.

E infine ho letto la sentenza con gli occhi di una donna che in un momento di sconforto, di disagio, di necessità psichica, sociale, personale, sanitaria, esistenziale ... talmente grave da desiderare la morte, nella legge trova una risposta che altro non è che un altro genere di morte: quella civile.

In tutti i casi le mie tre essenze si trovano armoniosamente concordi nel pensare che l'interdizione non è mai una soluzione !

Per fortuna che è terminata la caccia alle streghe, altrimenti rischieremmo roghi pubblici di tutte le donne dai capelli rossi.



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