Articoli, saggi, Generalità, varie -  Tornesello Giulia - 2014-05-09

TUTELA GIURIDICA E PROGETTO DI VITA. DRESS CODE - Giulia TORNESELLO

Questa seconda parte che potrebbe titolarsi dove c"è relazionalità c"è Dress code nasce da una riflessione sulle  parole che hanno preceduto la relazione del  Prof.Paolo Cendon  al recente Convegno "Tutela Giuridica e Progetto di vita".

Hanno detto di lui, fra cento altre cose lusinghiere, che Cendon ha avuto fra i giuristi un ruolo particolare:

"…ha considerato bisogni, esigenze indifferibili da soddisfare e ha provveduto a dar loro una costruzione teorica" (così Marchegiani  presenta Paolo Cendon "Tutela Giuridica e Progetto di Vita") .

Un diritto dal basso quello della relazione cendoniana che rappresenta in forma di racconto semplice di micro storie di vita, prima di tutto l"interrogarsi del diritto algido e lontano. Il diritto è impersonato da un giudice anche lui algido e lontano dalla realtà in movimento che pure è chiamato a regolare. Compito del giudice è appunto chinarsi su una combinazione esistenziale semplice o particolarmente complessa e poi decidere. In queste micro storie la decisione del giudice algido è bloccata, fortunamente, dall"intervento di un bambino o di una bambina. Essi pongono una domanda che, come nella favola di Andersen, nell"interrogare in dubbio afferma l"evidenza: il re è nudo!

E cioè: la persona che va operata d"urgenza di appendicite e che non è fisicamente né psichicamente in grado di dare il consenso informato necessario viene interdetto (annichilita la persona senza motivo) o muore? Ovviamente morire non deve ed il giudice - imperatore algido e nudo - sta per annichilirla quando arriva un altro giudice che però è in cammino nella realtà in movimento ed informa: un rimedio c"è, la persona può essere "tutelata" solo per quell"atto. Poi basta. L"operazione si fa.

Ha iniziato, Cendon, proprio da bisogni anche urgenti, esigenze semplici delle persone semplici ma che interrogando il diritto  ricevono una risposta inadeguata o per eccesso  così che la persona nella "tutela giuridica" si annichilisce o l"esigenza urgente insoddisfatta prevale sulla persona e sarà questa latenza ad annichilirla. Ed allora? Una tutela che deve calzare come un guanto a quella situazione e che nasce da previsioni giuridiche e normative leggere.

Chi scrive segue da anni il Prof. Cendon ed ha trovato rilevantissimo un punto di cambiamento nella relazione della quale stiamo parlando. Si è nominato prima il bisogno che lega la persona (o in una situazione di esigenza urgente come nella storiella raccontata sopra o anche solo "desiderante" perché il desiderio continuo è l"essenza di un esistere da persone). Vedere il desiderio dell"altro è vederlo come prossimo cioè vicinissimo a noi. Prossimo vicino, questo essere pulsante, alle ragioni di una tutela che potrà o meno intervenire nel suo percorso di vita. Ma che c"è. E" lì leggera, plasmabile plausibile in quanto relazione possibile per chiunque ne abbia bisogno. Nata dalla individuazione del bisogno stesso ed effetto di una continua attenzione alla persona. Empatia si chiama e naturalmente  Cendon lo ha sempre saputo. Molti che lo hanno letto, studiato, seguito lo scoprono solo ora.  Non è stato un dono perché non si  fanno doni del genere è un punto di svolta che però va nominato, perché  la ricerca possa progredire.  Come difatti è avvenuto.

L"altra svolta negli anni 90. L"ammissione, da parte dello stesso giudice, delle categorie di senso e di valore, che hanno indirizzato e preceduto la interpretazione della legge, non era traguardo da poco. Un giocare a carte scoperte che ridimensionava una sorta di "astratta superbia del giurista". E al "lettore" degli intrecci familiari si chiedeva di interrogarsi, come sempre, più che mai su se stesso. Questo non è, o almeno dovrebbe incominciare a non essere, un pensiero di altri che ascoltate o che leggete, scriveva e diceva allora Cendon. È davvero importante il modo del nostro chinarsi sulle combinazioni individuali, sugli intrecci familiari, che sono nel racconto dei fatti, nei verbali, nelle relazioni, nelle motivazioni dei provvedimenti. Per questo diventa fondamentale la nostra capacità di "andare oltre" nella lettura dei casi e quindi nelle relazioni, nelle perizie, nelle difese. Intanto, da un punto di vista operativo, individuare momenti aggreganti che ci consentono di andare oltre le nostre specifiche competenze. Lo abbiamo fatto.

Dicono di noi di www.personaedanno.it

"che  il livello alto della rivista consiste nel porre a fondamento  del lavoro di scrittura uno stato sociale, un welfare che non esiste".

Venditori di illusioni, dunque? Certo che no. La risposta nasce da una attenta considerazione dello "stato delle cose". Le cose reali. Guarda al presente con un sguardo al passato, chi scrive; riconsidera due fra i più interessanti scritti cendoniani "Indicazioni di studio sui c.d. soggetti deboli" ed il precedente  "Il gusto di interdire".

Soggetti deboli allora, minori, disabili, minori disabili: un tessuto di relazioni ed il Dress code cendoniano. Un"intensa  continua attenzione alla vita delle persone svantaggiate diventa un diverso modo di scrivere. Ed un diverso modo di scrivere comporta un diverso modo di leggere. Che detto in linguaggio tecnico significa interventi interdisciplinari nel corso dei quali le diverse categorie coinvolte hanno dovuto apportare aggiustamenti agli abituali modi di intervenire. Nessuna categoria si è ritenuta "autosufficiente" rispetto agli obiettivi da perseguire. Ugualmente, rispetto agli obiettivi da perseguire, nessuna categoria è stata strumentalizzata.

Ma non finisce qui.

Un percorso attraverso l"evoluzione del pensiero e della scrittura cendoniani è oltremodo utile per comprendere  il modo nuovo di autonominarsi "madre" della legge 4/2006 (che introduce ADS)  sempre nella relazione di Velletri più volte richiamata qui. Racconta Cendon come tutto è iniziato nel 1986 quando scriveva per note, appunti, i nuovi modi di tutela dei deboli ed il computer non c"era ancora  (mentre  nella biografia ufficiale  l"inizio si fa risalire al famoso Convegno dei Civilisti Italiani a Trieste nel 1989  n.d.r.). In questa  decisione di svelarsi al punto di descrivere il rozzo strumento usato per  dare forma leggibile alle prime intuizioni, i frutti raccolti di un"attenzione solo sua, sta la chiave di lettura per capire  l"intenzione di sacrificare la privacy, la solitudine che è "dalla parte della madre". È in suo potere di farlo? Certo che sì. Ma chiamarlo potere perché? Strano nome perché così diverso dal potere. Possanza, si potrebbe dire per indicare la forza che ha radici profonde.

Questa premessa era forse necessaria per proseguire nel percorso cendoniano condividendo le ragioni del passaggio dall"interdisciplinarità all"empatia  avendo però ben compreso che, per quel surplus di attenzione alla persona debole, svantaggiata, a lui queste ragioni sono sempre appartenute.  Ora attraverso tappe successive vengono condivise da chi lo legge e poi scrive in conseguenza. Un potere condivisibile, dunque.

Condivisibile da chi solo lo voglia e che, welfare o non welfare, non potrà che giovarsene, giovare agli altri vicini – prossimi – prossimo attraverso il tratto empatico. Come la bambina logica e lucida ed il giudice in cammino nella realtà in movimento della storiella raccontata dallo stesso Cendon e riportata all"inizio, saranno loro a dire che il giudice algido e lontano "è nudo", nudo "nel suo gusto di interdire".  (Prima parte)


NOTA A MARGINE

Possanza è un termine all"apparenza ridondante ma quanto mai efficace a descrivere un percorso personale eccezionale e proprio per questo assalito da mille congetture, illazioni. Farà quel che dice? E dove, e quanto, e quante volte? Sino a sfiorare l"assurdo di Costanza D"Aragona intorno alla quale la ottusa incredulità del tempo "costruisce la tenda per controllare il parto di una…monaca sui quaranta anni" una donna nella realtà fertile potenzialmente perché di pensiero forte e di radici salde. Questo aspetto sarà ripreso ed approfondito nella seconda parte di questo scritto.

Per ora  sia sufficiente come il  termine è usato da Dante in riferimento alla persona di Costanza D"Aragona: con linguaggio delicato i motivi autobiografici sono toccati in modo lieve-"non fu del vel del cor già mai disciolta, v.117 Dante Alighieri Paradiso Canto terzo 117-120"  ( n.d.r.) g.t.





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