Changing Society, Servizi sociosanitari, volontariato -  Redazione P&D - 2014-03-01

UFFA - Elisabetta SCOCCIA

UFFA.

Stamattina facendo la doccia ho sentito una pallina vicino all' ascella destra. No, non una pallina, ovale, come un fagiolino piccolo. Non fa male. Mi fa paura. Un po". Faccio finta di niente. Devo stirare, ieri ho fatto due lavatrici, poi devo fare la spesa, è lunedì. Ogni tanto la mano va lì, come se mi aspettassi di non trovarlo più, ma c"è sempre.

Ho quarantasei anni, un marito, niente figli, peccato.

La spesa. Che strano, nel parcheggio del supermercato mi accorgo per la prima volta che a cento metri c"è un ospedale azzurro, sembra una piscina. Allora, non so perché, mi assale la paura, di più, il terrore, e non vado a fare la spesa, vado all"ospedale, in fretta, come se fossi in ritardo ad un appuntamento.

Il banco informazioni, le scritte all"ingresso, l"ascensore non arriva mai. Con me, allo stesso piano, il quarto, salgono due signore in vestaglia con una strana borsina di tela con su ricamato un nastro rosa: dentro qualcosa di plastica con un tubo che non capisco dove vada. Non le guardo, loro hanno in mano un bicchierino di plastica con il caffè, non mi vedono neanche. Io fisso la porta, l"ascensore ci sta mettendo una vita.

Al piano una freccia "Chirurgia Senologica" ed un cartello "Segreteria". C"è una signora gentile, in borghese, è quasi dispiaciuta quando mi dice che "no, non si può, non è giorno di ambulatorio, e poi ci vuole l"appuntamento e l"impegnativa". Sarà la mia faccia, sarà che mi trema un po" la voce, ma una dottoressa entrata con un pacco di carte in mano si ferma, chiede e mi dice "ho un po" di tempo, venga che la visito".

Non è tanto giovane, il viso è segnato, il camice un po" storto come se lo avesse infilato di fretta, su di un pigiama azzurro che, lo so dai telefilm, vuol dire che è un chirurgo.

L"ambulatorio è in disordine, la dottoressa è seccata ma cerca di non farmelo vedere, mentre rassetta un po" il lettino. Ecco. Ha le mani fredde e asciutte, silenziosa… vorrei mi dicesse qualcosa, vorrei sorridesse e mi mandasse via sgridandomi per averle fatto perdere tempo. Invece si siede, mi spiega che bisogna fare un controllo, per carità non si allarmi, la prevenzione ce lo impone, le prenoto io il necessario, ci vediamo tra due giorni.

All"improvviso sono nel parcheggio, un foglio di prenotazione uscito da un computer in mano, il sole proprio negli occhi. Sospendo la vita.

Ospedale azzurro, pianoterra, ore 10. Mi osservo stendermi sul lettino dell"ecografia, il freddo del gel, il dolore veloce di un ago nel seno, a destra, la barba curata di un medico che mi dice "domani la sua dottoressa le farà sapere".

Di nuovo al sole, ma ho freddo.

Son qui, quarto piano, aspetto e penso che non ho ancora fatto la spesa, stasera chissà che farò da mangiare, il frigo è praticamente vuoto.

La dottoressa mi chiama, si guarda intorno, lo so, son tutte accompagnate, ma io son da sola.

Sedute ai lati opposti di una scrivania mi arriva la sua voce come da dietro un cuscino, "mi scusi, non capisco, cosa vuole dire, che devo essere operata, ma sto bene, ho solo l"influenza una volta l"anno.."

Mi guarda, mi colpisce il suo sguardo, la pena che vi leggo mi rende di colpo tutto chiaro. Ho il cancro.

Allora piango. In silenzio, mi torco il bordo della giacca e lascio che le lacrime scendano sulla camicia e sulla gonna, e riesco solo a pensare "speriamo non rimanga la macchia".

Sono qui. Quarto piano, camera 406, la mia compagna di stanza è anziana e un po" sorda, e russa di notte, ma leggero, mi fa compagnia. Anch"io adesso vado a prendere il caffè al bar del pianterreno, bicchierino di plastica, vestaglia, borsina di tela con nastro rosa ricamato, drenaggio. Eh sì, adesso so che cos"è e dove va a finire. In questo reparto sembra di essere in collegio: siam tutte donne, tutte o quasi con la nostra borsina, si chiacchiera tra di noi, si parla di ricette di cucina, della famiglia, dei propri animali, chi ce li ha. Quando torno a casa, quando starò bene, voglio andare in canile e portare a casa un cagnolino ma non un cucciolo, uno già grande, magari anziano, che stia sempre con me e guardi la televisione vicino a me sul divano. Una delle mie "colleghe" di ricovero si occupa di cani abbandonati, e pensa più a loro che a se stessa, mi sembra felice. Tutte le sere viene mio marito (alle amiche no, non l"ho detto). Mi guarda e gli si inumidiscono gli occhi, mi mette in imbarazzo, non credevo mi volesse così bene, dopo quasi vent"anni. La sera, prima di andare via mi accarezza la guancia e mi manda un bacio sulla punta delle dita, come se fossi fragile ed avesse paura di rompermi. Quando gliel"ho detto ha pianto, con i singhiozzi irrefrenabili di un bimbo di fronte per la prima volta ad un"ingiustizia. Da allora mi sorride sempre, e ogni giorno mi porta qualcosa: un giornale, un fiore, una tortina al cioccolato che mi piace tanto. Le "altre" mi invidiano, mi dicono "che bello, sembrate due fidanzati!".

La "mia" dottoressa aleggia e quando sono triste mi dice qualcosa che mi fa ridere.

Pomeriggio. Un medico con i capelli cotonati mi aspetta al secondo piano. Risultati arrivati, ponderati, discussi. Che strano, si parla di me, ma io continuo a pensare se alla sera va a dormire con la retina. Alla fine mi concentro, lui se ne accorge, sorride, sospira, e ricomincia.

Sono di nuovo in borghese, la borsa fatta, la vestaglia ripiegata all"interno, la borsina oramai vuota appoggiata sul comodino, mio marito con le chiavi della macchina in mano ed uno sciocco sorriso che va da un orecchio all"altro. Sono dimessa. Ho le mani piene di bigliettini con i numeri di telefono e gli indirizzi delle altre, che ad una ad una son venute a salutarmi. Anche le infermiere sono venute a consegnarmi le mie carte. Ma aspetto la dottoressa.

Eccola. Stavolta mi sorride anche con gli occhi. "Signora, ha visto, alla fine è andata meglio del previsto, niente chemio, radioterapia, una pastiglia, ed i controlli. Vada a casa ma non si strapazzi, io la voglio rivedere tra una settimana". Mi stringe la mano tra i biglietti, con la sua fredda e asciutta, ma io gliela trattengo, la guardo in viso e sussurro "grazie". Mi sorride ancora e mi dice "faccia la brava".

Adesso sono fuori. C"è il sole. Tanta luce.

Respiro a fondo, finalmente, dopo quanto tempo? Forse non lo saprei dire. Mi guardo intorno, laggiù, ma non si vede, c"è il supermercato. Forse sorrido.

Comunque vada, ora so: non domani, e forse nemmeno tra una settimana, ma ora so che, quando sarò pronta, potrò riprendermi la vita.

(Grazie alla dottoressa Elisabetta Scoccia, medico-chirurgo senologo, per il contributo che bene esprime come si sentono le pazienti)



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